Sicurezza e tutela delle islamiche nello stato laico (a Michele Ainis)

Egregio Professore,

i toni pacati e raziocinanti da Lei usati nel Suo articolo di stamani  su La Stampa ( Se lo stato laico invade le identità) vanno benissimo. Però alcuni passaggi mi paiono purtroppo contraddittori.

Primo: la sicurezza. Lo scrivere “se un poliziotto ti chiede di sollevarlo per guardarti dritto in faccia, tu comunque hai l’obbligo di farlo” in sé può essere una strada . Peccato che contraddice quanto affermato prima ( non è la sicurezza l’alibi di ferro ) ma soprattutto omette una precisa questione religiosa sottostante, per cui alcuni credi non accettano l’obbligo di corrispondere alla richiesta del poliziotto. Perciò queste Sue righe non scalfiscono in nulla il diritto dello Stato fondato sulla laicità istituzionale di fissare la riconoscibilità individuale negli spazi pubblici della convivenza. La convivenza civile è sempre e per forza un vincolo alla identità.

Secondo: la tutela delle islamiche. E’ senza dubbio vero una parte di quello che Lei scrive ( ” l’identità è sempre il frutto di una scelta, mai di un’imposizione; è questione culturale, che va aggredita quindi con strumenti culturali, non attraverso il bastone della legge”). Ma anche questo criterio ha una cornice. Lei ritiene opportuno , in nome di tale criterio, favorire una società frazionata in ghetti reciprocamente non comunicanti ? E se, come penso, Lei aborre la mancanza di comunicazione, non pensa vi debbano essere alcune regole che gli individui conviventi debbono rispettare per poter stare insieme e comunicare  senza guerre di religione ? Qui sta anche il motivo per cui dalla citazione ho espunto l’inciso ” di singolo e di gruppo “,  dato che il Suo ragionamento sull’identità vale per i singoli ma solo  in approssimazione per il gruppo “convivenza di tutti”.

Per questo il finale sul Carnevale va bene solo preso in spirito carnevalesco, cioè burlesco e temporalmente delimitato. Perché un conto è vestirsi come ci pare a Carnevale, un conto è indossare quotidianamente, con questa scusa,  una divisa che va a scapito della sicurezza, che non  tutela i diritti civili di scelta individuale delle donne islamiche e che  surrettiziamente finisce per imporre una usanza religiosa. Le religioni sono legittime come parte della vita ma non hanno alcun diritto al privilegio. Più istituzioni e religioni restano separate, e meglio è, come l’esperienza ha provato.

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