L’articolo del vice-preside di Giurisprudenza Fabrizio Dal Canto su “Burqa, Il divieto e il fastidio della diversità”, ha un tono ragionevole ma un contenuto che contribuisce a corrodere la convivenza.
L’ambiguità arriva subito. “In un sistema che riconosce il valore della libertà, un divieto per una certa condotta deve fondarsi sull’esigenza di tutelare altri interessi eventualmente prevalenti”. Insinuare che vi possano essere altri interessi prevalenti sulla libertà del cittadino, è già assai pericoloso. La libertà del cittadino ( quella civile non quella interiore) è una costruzione umana attraverso strutture di convivenza che la rendano praticabile nel tempo. Pertanto la libertà del cittadino è l’interesse prevalente su tutti gli altri , che si realizza solo se riferita a tutti i cittadini e se tiene ben presenti le conseguenze delle regole che si adottano per renderla possibile.
Poi il prof. Dal Canto scrive che il burqa non sarebbe la volontà di tenere sottomessa la donna (anche in oriente, scrive, molti ritengono l’occidente poco attento alla dignità della donna) foss’altro perché “la dignità ha confini fluidi ed è molto rischioso imporla per legge”. Tanto che i casi “delle donne costrette ad indossare il burqa per convenzioni sociali radicate .. sono un problema più culturale che giuridico; sarebbe sbagliato pensare di utilizzare il diritto come grimaldello”. Dunque per lui l’istituzione non dovrebbe garantire un tipo di convivenza piuttosto che un altro. Andrebbe bene una società frazionata in ghetti non comunicanti. Diverrebbe un mero ricordo lo Stato moderno che fissa le regole per la convivenza in pubblico che gli individui conviventi debbono rispettare per stare insieme e comunicare senza guerre di religione.
Quanto alle esigenze di ordine pubblico rispetto al burqa, il prof. Dal Canto ammette che hanno ragioni oggettive meno controvertibili. Ma siccome non possono giustificare qualsiasi limitazione alla libertà di vestirsi, per lui dovrebbero “affrontare solo specifiche minacce all’ordine pubblico in certi luoghi e in certe circostanze”. Ma vietare burqa in pubblico corrisponde all’incontrovertibile diritto dello Stato fondato sulla laicità istituzionale di fissare la riconoscibilità individuale negli spazi pubblici della convivenza. La convivenza civile è sempre e per forza un vincolo alla identità. Dunque questa apparentemente ragionevole cautela del limitarsi a certi luoghi e a certe circostanze non è altro che affermare (senza dirlo) che i principi religiosi sul come comportarsi devono essere decisivi anche nel pubblico.
La via tracciata dal suo articolo finisce per favorire le mentalità da esorcizzare. Perché il divieto di usare in pubblico burqa corrisponde ai diritti dello Stato, tutela le donne islamiche da imposizioni culturali ed ostacola la mentalità di chi, avendo fastidio per il diverso, approfitta del suo uso per rivendicare il conservatorismo di una comunità che idolatra il passato. Le religioni sono legittime come parte della vita ma non hanno alcun diritto al privilegio. Più istituzioni e religioni restano separate, e meglio è, come l’esperienza ha provato.

