Comunicazioni Giunta su inizio anno scolastico ’81/’82

PRESIDENTE. Ha la parola il consigliere Morelli.

MORELLI. Vorrei osservare che senza dubbio la comunicazione all’inizio dell’anno ha valore di informazione, ma certo è che questo tipo di infor­mazione tradisce sempre, o almeno certamente in questi due anni e in questo in particolare, da par­te dell’assessore una tendenza, quasi non control­lasse totalmente la materia, perché se è vero che la parola relativa la trionfalismo della relazione dovrebbe magari essere accompagnata da un av­verbio, trionfalismo serpeggiante, e non è espres­so, è trionfante il trionfalismo, però è altrettanto vero che ne scaturisce un disegno molto carente non in dettagli, ma in varie figure, e che perciò stesso si conclude, e si potrebbe capire ancora se queste carenze fossero dovute a scelte di tipo ideologico, ma l’impressione che ne abbiamo è che viceversa queste parti mancanti, a parte gli squilibri di cui parlava Teroni, sono parti man­canti perché in realtà non c’è forse un sufficiente controllo, o comunque c’è la consapevolezza che le cose non vadano del tutto bene non solo per sim­patia ma per derivazione dei difetti nazionali. Que­sta è la prima osservazione di fondo, cioè che questa informativa non può limitarsi a essere un giudizio complessivo di tipo illustrativo, perché trattandosi di un’informativa fatta dal responsabi­le di un Ente, la Regione, che ha per suo preci­puo compito quello di programmare gli interventi avviando a riequilibrio le situazioni e sviluppando nuovi programmi laddove ritiene possibile, è chia­ro che se questo è il compito, allora dovrebbero essere, da parte della Regione, anche fatte le mi­sure, fatti i consuntivi di quello che siamo riusciti a fare e di quello che ancora va fatto, e tutto que­sto dovrebbe essere detto in modo sufficientemen­te esplicito e argomentato.

Questo non è successo, perché la lettura della relazione, già l’ha fatta precedentemente Matulli, ma lo stesso Teroni, che pure fa parte della mag­gioranza, lo ha confermato e sottolineato, dimo­stra chiaramente che ci sono vari non dettagli, ma veri e propri disegni, pezzi del disegno saltati a piè pari. Sono evidenti alcuni salti relativi a dati e altri salti relativi a questioni concettuali. Ad esempio, senza dubbio, tutta la questione relativa all’istruzione professionale; non solo la mancanza di individuazione di un dettagliato rilevamento di come stanno andando le cose, che è il conoscere questi dati un punto fondamentale per poi poter dare un giudizio meditato e realistico, ma anche tutto il discorso relativo al mancato dibattito nel­la relazione informativa circa la problematica dei­rapporti con gli Enti terzi, saltando tutta la que­stione, della quale pure è stato fatto cenno varie volte in questo Consiglio e anche in Commissio­ne, relativa al fatto che l’istruzione professionale è un tipo di istruzione che non può limitarsi a ca­larsi quasi dall’alto, cioè attuando le esigenze del piano regionale di sviluppo, ma che per sua stes­sa natura deve essere molto articolata e duttile e quindi deve anche essere aperta largamente ad apporti esterni, di quelli che venivano chiamati da Matulli gli enti terzi; tutta questa problematica viene liquidata, credo oggettivamente, in modo frettoloso, dicendo che questi enti terzi sarebbero portatori di interessi sia pur legittimi, che essendo contrastanti hanno dichiarato questo loro dissen­so.

Però il punto per noi è stabilire, e stabilirlo in modo oggettivo e progressivo, forse andrà fatto di più nelle prossime relazioni dei prossimi anni, se questo tipo di rapporto molto più rigido e chiuso nei confronti degli enti terzi porterà ad una evoluzione positiva nel settore dell’istruzione professionale o viceversa la rattrapirà in una spe­cie di cinghia di trasmissione del piano regionale di sviluppo che sempre di più diventerebbe da programmazione, pianificazione sempre più rigida e perciò stesso io credo non adatta al tipo di realtà toscana e al tipo di programmazione che noi abbiamo.

Lo stesso tipo di carenza, di zone d’ombra nel disegno, nell’affresco che ha voluto essere la rela­zione informativa, possono essere ravvisate quan­do si parla dei ritardi dell’edilizia, perché questi ritardi da un lato, già dai dati riferiti dall’assesso­re, si vede che sono crescenti, perché nel primo triennio c’è uno scarto del 2% fra il realizzato e il programmato, nel secondo – io parlo del realiz­zato – si è già un pochino in fase calante, cioè si è passati da 220 su 224 a 120 su 140, cioè a un 14% delle opere programmate a suo tempo, ma in più c’è tutto il problema relativo al fatto che è vero che il dibattito sulla riforma della scuola se­condaria superiore può aver costituito un mo­mento di ritardo rispetto a una spinta anche psi­cologica che può derivarne a livello locale, però è altrettanto vero che proprio la notazione fatta successivamente nella relazione secondo la quale le carenze non sono tanto da individuarsi in certe zone, chiamandole, impropriamente, centrali dei Comuni, cioè le zone a forte densità abitativa, perché la giuoca la denatalità crescente e anche una certa tendenza a non affollare le aule come c’era prima, ma proprio la carenza è nelle aree periferiche urbane. E rispetto a queste aree perife­riche urbane è difficile, molto difficile sostenere che il bisogno scolastico era imprevedibile e im­previsto, perché è di tutta evidenza che nella mi­sura in cui queste aree e questi insediamenti sono recenti e continui negli ultimi anni, altrettanto ne­gli ultimi anni in parallelo si doveva, da parte della Regione, in attuazione delle sue precipue fun­zioni di ente di programmazione e di indirizzo, venire avanti, crescente, l’impegno là a realizzare queste strutture, al limite dando a queste zone una priorità rispetto alle aree a più forte densità urbana in precedenza meglio servite.

Quindi si vede che in tutti i vari passaggi emer­ge ancora una volta oggettivamente il rilievo che, come dicevo all’inizio, l’assessorato non controlli sufficientemente quello che va accadendo nel set­tore, e che quindi non riesca ad adempiere in pie­no alla funzione di programmazione, di indirizzo e di riequilibrio che è propria della Regione.

Questo è un dato di fatto oggettivo – su que­sto io vorrei essere un pochino meno drastico del collega Matulli – questo dato oggettivo non to­glie la esattezza sostanziale – questo è un punto che concordiamo – relativa invece alla questione dei tagli nell’edilizia scolastica. Su questo punto noi, viceversa, siamo dell’idea, a livello generale, che non sia opportuno perseguire una linea, come alcuni Ministeri vorrebbero perseguire, di taglio indiscriminato della spesa scolastica edilizia, perché ci sono dei casi abnormi, per esempio an­che in Lombradia, per non andare a parlare dei nostri casi, anche altrove, di situazioni in cui i ca­noni pagati dagli Enti locali sono nettamente ec­cedenti le rate possibili di ammortamento per i mutui da contrarre per costruire nuovi edifici lad­dove è necessario. Quindi questo punto ci vede parzialmente concordi, cioè non ne vogliamo as­solutamente fare un motivo di eccessiva polemica nei confronti dello Stato come surrettiziamente o serpeggiantemente vorrebbe fare la relazione, ma certo è un punto più realistico sul quale parzial­mente concordiamo.

Infine, questa mancanza di precisione di inter­vento da parte della relazione, a nostro parere, si ritrova ancora una volta nel caso del diritto allo studio, perché non solo è senza dubbio rispon­dente al vero il fatto che è inutile fare le leggi se poi non si hanno e non si danno le somme, gli stanziamenti necessari per farle funzionare, ma vorrei fare un discorso più generale su questo punto affermando che questa legge, cioè la legge sul diritto allo studio, scuole secondarie, doveva essere l’occasione per ripensare complessivamen­te al problema della compartecipazione, perché é inutile parlare, com’é detto nella relazione giusta­mente, dell’inutile assistenzialismo, se poi non si fa un tipo di programmazione più ampia, di indi­rizzo più complessivo, dando delle specie di linee di riferimento oggettivo alla necessità di parteci­pazione per fasce e secondo certi indirizzi chiara­mente individuati da parte dell’utenza, perché è chiaro che un Paese democratico nel momento che cambia delle sue leggi, ad esempio allarga a tutto il livello scolastico l’assistenza e il diritto al­lo studio, deve anche fare il conto dei mezzi di cui dispone e responsabilmente cercando di risol­vere i casi più gravi e tentare di concorrere com­plessivamente alla soluzione di questi problemi. Non è una soluzione, ed anzi è un abdicare al­le proprie responsabilità, il fare delle leggi del tipo del diritto allo studio e poi dimenticarsi di finan­ziarne l’attuazione.

C’è di più. Il caso segnalato, se non vado erra­to, da una sezione socialista, che abbiamo avuto tutti in questi giorni noi consiglieri regionali, della scuola qui vicino a Firenze, in una frazione, che per insufficiente presenza della popolazione scola­stica, è stata chiusa ed è stata trasferita in un centro più grande, e contemporaneamente – que­sto proprio è programmazione elementare – na­sce il disagio e la difficoltà di andare fuori paese e al tempo stesso si introduce l’obbligo di com­partecipazione. Ecco, noi che siamo correttamen­te e convintamente assertori della necessità della compartecipazione, diciamo anche che questa compartecipazione deve essere vista complessiva­mente e non è che deve poi pesare eslcusivamente su alcuni gruppi sociali o, in questo caso, gruppi territoriali, perché in un discorso complessivo tut­to si deve valutare. Questo è un esempio concreto di situazione nella quale un intervento da parte della Regione avrebbe potuto riequilibrare certe scelte laddove dovessere essere ritenute necessa­rie, ad esempio dello spostamento della scuola, non si può contemporaneamente fare questi due tipi di discorsi, cioè dello spostamento e poi dei contributi, che fra l’altro sono anche più gravosi perchè il servizio è chiaramente non nello stesso ambito, ma in un ambito territoriale un pechino ampio.

Vorrei concludere dicendo che in tutti questi punti è ricorrente questo carente sforzo di capa­cità programmatoria da parte dell’Ente Regione, un punto più specifico che va a toccare un altro tipo di mito. Noi siamo d’accordissimo con la questione delle forniture programmate di intesa con gli organismi scolastici e in collaborazione con i distretti, come si dice nella parte finale, vor­remmo però richiamare l’attenzione dell’assessore su un punto. Quando si parla di materiali didatti­ci, per uso collettivo o di quotidiani e periodici funzionali ai programmi didattici, stiamo attenti a non lasciare troppa briglia sciolta all’idea secon­do la quale certi sussidi audiovisivi o periodici o quotidiani, siano solo funzionali nel caso che sia­no aperti ad una creazione e gestione autonoma dell’ente che ne usufruisce. Questa è una compo­nente importante, cioè il passare dalla fase del­l’apprendimento passivo, e al limite anche attivo nel senso di essere un apprendimento critico, alla fase dell’apprendimento anche attuativo nel senso di tradurre e di misurarsi con la realtà dei proble­mi, tentando di realizzare appunto o dei sussidi didattici o delle esperienze di tipo quotidiano o periodico; è importante dicevo, ma stiamo attenti a pensare che una componente fondamentale del­l’apprendimento sia la capacità di misurarsi con il reale, non per chiuderlo in una propria opera d’arte compiuta, ma per interpretarlo. Quindi il momento di apprendimento attraverso i sussidi didattici di uso collettivo o quotidiani o periodici che già esistono, è un metodo di contatto reale con la società, molto più importante che non la capacità, sia pure importante ma meno, a nostro parere, del riunirsi intorno a esperienze espressive proprie. Non voglio dimenticare che le esperienze espressive per secoli sono state importantissime ma fatte da artisti che poi sono state chiuse in lo­ro e che solo successivamente si è cominciato a comprendere questo rapporto col reale.

Sono sicuro che l’assessore di queste cose e ben cosciente e pronto, però su questo punto a pago 12 mi sembra che le espressioni abbiano da­to un intendimento, sul quale vorrei capire poi qual’è quello vero, molto legato a questa possibilitàdi fare e realizzare delle cose in proprio, locali, alle quali non siamo contrari , ma delle quali temiamo, come dire, una ceta tendenza autarchica che ci spavenetebbe percé vorrebbe dire ridurre…. (interruzione in aula ) … no, no , ma io sono ben lieto se l’assessoe vorrà dami un’assicurazione.

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