Cronologia del liberalismo, da 4.3 e.1 a. 4.3. i

4.3  e.1  La condizione liberale: declinante in Gran Bretagna. Pure in Gran Bretagna il Partito Liberale si indeboliva sempre più. Era stato sconfitto alle elezioni di fine 1922  e perse la carica di   Primo Ministro passata al Conservatore Bonar Law. Questi, dopo poche settimane, si dimise per gravi motivi di salute e venne sostituito dall’altro conservatore Stanley Baldwin. Il quale, già esperto di governo nel tempo, iniziò con decisione ma volle accrescere il proprio peso riconvocando le elezioni dopo appena un anno, a fine autunno 1923.  Mantenne inalterati i propri voti rispetto all’anno prima, ma perse la scommessa, poiché i laburisti guadagnarono un punto e  superarono di un soffio i liberali di Asquith, che però erano cresciuti dell’undici per cento guadagnando intorno ai100 seggi (fu il loro ultimo successo elettorale).  Qui i liberali di Asquith commisero un errore politico che si rivelerà gravissimo. Invece di battersi su una linea liberale, cedettero alla prospettiva laburista sull’onda dell’illusorio progresso sociale e decisero il tacito appoggio ai laburisti, che in tal modo ebbero per la prima volta il Primo Ministro, Mac Donald. Però era un appoggio innaturale sotto il profilo del progetto. E da parte di Asquith anche strumentale,  finalizzato a mettere in evidenza l’inadeguatezza dei laburisti così da prendere voti, lasciando i conservatori all’opposizione. Una situazione assai confusa che portò  di nuovo al voto, a fine del 1924.

Le elezioni del 1924 videro una maggior affluenza (intorno al 10%) , un guadagno consistente dei Conservatori  (il 9% con 154 eletti in più), uno limitato dei Laburisti (il 2,5% con 40 eletti in meno), il tracollo dei Liberali ( meno 11% in voti e 154 eletti in meno) i quali non si riprenderanno più. Fu sperimentato che l’elettorato liberale non si riconosceva in un partito dedito  a furbizie tattiche al punto da perdere l’anima (non aveva reagìto quando il Primo Ministro laburista aveva tentato un accordo con i Sovietici). Tra l’altro fu il momento in cui  Churchill  formò il gruppo dei Costituzionalisti e finì per tornare tra i Conservatori.

Il nuovo Primo Ministro fu ancora Stanley Baldwin, che governò per l’intera legislatura. Le sue azioni di maggior rilievo furono nel 1925, il ristabilire la parità aurea della moneta britannica, nel 1926 il fronteggiare lo sciopero nelle miniere di carbone durato sette mesi,  il persistente buon rapporto col governo italiano per la liquidazione dei debiti di guerra. Sempre nel ’26, i Liberali si affidarono di nuovo a Lloyd George, il quale riprese la politica di farne lo storico contraltare dei Conservatori, mantenendo peraltro una certa disponibilità verso i Laburisti ritenuti inclini ad una positiva  attenzione ai cittadini.

Alle successive elezioni nel giugno del 1929 – votarono anche le donne sotto i 30 anni  – alle urne andarono oltre 21 milioni di persone e i dati premiarono nei voti i Conservatori (primi con il 38,1%, nonostante il calo di quasi nove punti, e avanti di un punto sui Laburisti) mentre negli eletti premiò i Laburisti (che ne guadagnarono 136 mentre i Conservatori ne persero 152), con i liberali in salita di 19 eletti fino al ritorno a 59 complessivi. In termini politici il risultato riprodusse la situazione del 1923. Nel senso che i Laburisti avevano la maggioranza solo con l’appoggio dei liberali. Mac Donald fece un governo laburista di minoranza. Un trimestre dopo, mentre il governo si stava assestando, scoppiò la grande crisi di Wall Street (la tratteremo in seguito), che presto ebbe riflessi in Inghilterra.  Il Governo resse oltre un anno, poi cominciò a diffondersi la Grande Depressione derivata dalla crisi americana. La ricetta abituale per affrontarla era tirare la cinghia tagliando la spesa pubblica. Keynes (d’accordo con i Liberali) insisteva per avviare una politica di investimenti mirati che intanto risollevasse la produzione. Verso metà del 1931 il Governo Mac Donald decise una linea mediana, che iniziava dal tirare la cinghia. Le Trade Unions, il pilastro dei Laburisti, non volevano sacrifici e Mac Donald (con una parte dei suoi Ministri) anticipò le difficoltà derivanti dalle probabili divisioni tra i laburisti fondando il gruppo Laburista Nazionale, formando un governo di unità nazionale con i conservatori e con i liberali e andando di nuovo alle elezioni in autunno con una lista che collegava le  liste contraenti (Conservatori, Laburisti Nazionali, Liberali, Liberali Nazionali). Insomma un grandissimo scossone. Tra i Liberali (Lloyd George, contrario al Governo Nazionale, venne sostituito quale leader da Herbert Samuel, che l’accettò purché i Liberali facessero campagna autonoma) e  nel partito Laburista (che espulse Mac Donald definendolo un traditore).  

Alle elezioni di fine ottobre del ’31, le liste del Governo Nazionale ottennero il 68% dei suffragi e il 90% degli eletti, travolgendo i Laburisti , che persero circa 210 eletti. Nella maggioranza prevalsero nettamente i Conservatori , con oltre quattro quinti dei seggi, poi i liberali che guadagnarono una decina di eletti.  Mantenne la carica il Primo Ministro Mac Donald, però l’effettivo controllo della maggioranza era nelle mani dei Conservatori.

Da rilevare che Herbert Samuel, israelita sessantenne,   aveva avuto una carriera parlamentare lunga e di prestigio, restando sostenitore di Asquith, da cui era stato fatto Ministro la prima volta nel 1909.  Negli anni dopo, in tema Palestina, aveva contribuito alla Dichiarazione Balfour, successivamente aveva presentato  un emendamento per consentire dal 1918 l’elezione delle donne alla Camera. Poi, nel 1920  era stato nominato Alto Commissario per la Palestina (divenuta Protettorato britannico), incarico che ricoprì per cinque anni e che svolse con  imparzialità robusta e riconosciuta. Incarico che peraltro fece emergere notevoli dissidi in diversi ambienti inglesi , in disaccordo sul dare riconoscimenti ad un sionista.

A parte la solida personalità di Samuel, fu ormai evidente che in Gran Bretagna i Liberali erano ridotti ad essere solo il terzo partito (e da allora lo resteranno). Il motivo di fondo era  che, quale alternativa ai conservatori, i cittadini percepivano i laburisti al posto dei liberali. Si trattava di una valutazione legata all’immediatezza della vita quotidiana, mentre in termini di cultura e di proposte di cambiamento restavano i liberali  la concreta alternativa ai conservatori (come l’esperienza storica ha confermato nel frattempo). La ragione era che il laburismo veleggiava sull’onda emotiva della speranza invece che, come i liberali, sul costruire razionale, a passo a passo,  le riforme da realizzare sperimentandole. Nel giudizio politico è dominante l’immediatezza del quotidiano. Non soltanto perché più facile da elaborare, ma soprattutto perché corrisponde alla permanente illusione umana di fermare la vita nel presente.  

4.3. e .2  La condizione liberale: assai secondaria in Francia –  La cultura liberale non aveva avuto dopo la metà ‘800 una rappresentanza veramente in suo nome. Dall’epoca in cui divenne prevalente il problema di come costruire lo stato nazionale, il liberalismo si limitò a rimanere al livello delle scelte culturali dei cittadini individuo.

Un tale stato delle cose  proseguì  dopo le legislative del 1919 vinte di poco dal Blocco Nazionale conservatore di cui facevano parte l’Alleanza Repubblicana Democratica (poi Partito Repubblicano Democratico Sociale ) , i Radicali Indipendenti e la Federazione Repubblicana, in sintesi una coalizione di centro, nella quale il liberalismo si limitava alle scelte dei singoli e non assumeva la veste di un vero progetto politico. I governi del Blocco Nazionale durarono per la legislatura, nel complesso con cinque diversi Presidenti del Consiglio. Nel 1924 prevalse di un soffio il Cartello  delle  sinistre, formato da Radical-socialisti, Radicali Indipendenti, Repubblican-Socialisti, Internazionale Operaia, percorso da drastiche divisioni interne. Così non riuscì ad eleggere il suo candidato a Presidente della Repubblica, formò sette governi in nemmeno tre anni e alla fine, in specie per le sue pulsioni rivoluzionarie, nell’estate del 1926 venne sostituito da un’alleanza di centro destra, che governò fino al 1932 con una serie di formazioni.

4.3. e .3  La condizione liberale: vitale in Belgio e in Olanda- La  politica  belga, in tutti gli anni 1920,  fu dominata dai conservatori cattolici e dai socialisti, ognuno dei quali peraltro non disponeva della maggioranza assoluta. Pertanto  fu decisivo il Partito liberale, che appoggiava coalizioni con i  cattolici (e con i Laburisti). Il Partito Liberale aveva consensi superiori al 10% e sosteneva, in un’ottica unitaria tra fiamminghi e valloni, una sua linea classica, libertà individuale, libero mercato, separazione Stato  Chiesa  . Temi che suscitavano pregiudizi in specie negli ambienti della sinistra operaia (protagonista di scioperi e scontri) nonostante la dichiarata attenzione dei liberali nei suoi confronti. Il Partito Liberale si trovò  pure in contrasto con il crescente nazionalismo, anch’esso ostile all’approccio liberale.  In particolare al sostegno dei liberali a riforme come l’estensione del suffragio, la riduzione dell’orario di lavoro e l’istruzione pubblica.  

In Olanda, nel 1921 nacque la nuova Lega della Libertà in cui confluirono cinque gruppi preesistenti , l’Unione Liberale, i Liberali Liberi, la Lega Economica, il Partito Neutrale e il Partito della Classe Media (per un pò di anni).  La Lega della Libertà era un partito moderato che sosteneva principi di libertà del cittadino, libero mercato, stato di diritto e riportava quasi il 10% dei voti. Ebbe una influenza di rilievo nel modellare le politiche olandesi e quindi le istituzioni pubbliche.

4.3  f. Governo Mussolini :  1929, Patti Lateranensi ed elezioni politiche – Dopo le elezioni del 1924, Mussolini aveva trasformato – attraverso il suo regime di Capo del Governo che aveva creato le condizioni per la riforma elettorale del 1928 in chiave plebiscitaria e per la costituzionalizzazione del Gran Consiglio –  la Camera elettiva da rappresentativa a Corporativa, in sostanza legittimata fuori dal processo elettorale (il Senato non mutò i criteri di formazione). Ciò portò alla fascistizzazione dello Stato e alla statalizzazione del fascismo, come  da allora divenne più evidente. E in questa nuova situazione, si mise in moto l’assalto di gran parte dei fascisti alle carriere pubbliche.  

Una trasformazione del genere non attuava la tipica logica bolscevica del realizzare un sistema di idee preordinato, ma condivideva lo stesso obiettivo di imporre ai cittadini la visione del partito al Governo. Nel caso di Mussolini, inoltre, la trasformazione si fondava sulla propria visione di Capo del Governo. Lui possedeva l’innata capacità di adattarsi alle circostanze per sfruttarle al meglio al fine di realizzare le esigenze di quel momento nate dal bisogno di espandere l’autoesaltazione fascista nella società. Alla fine del 1928, in vista delle ormai prossime elezioni, Mussolini percepì che, dopo le riforme realizzate nell’anno appena trascorso, mancava un solo tassello alla propria concezione egemonica in chiave fascista da presentare agli elettori. Chiudere la Questione Romana, che da un sessantennio contrapponeva il Regno d’Italia alla Chiesa cattolica.

Dalla formazione del Ministero Mussolini proseguivano a livello riservato contatti tra il Governo e il Vaticano, segnatamente per fornire aiuti alle pressanti necessità finanziarie vaticane. Realizzare la conciliazione con la Chiesa era per Mussolini un oggettivo    contributo  a  legittimare il regime sia in Italia che all’estero, e all’inizio del 1929 avrebbe favorito il consenso elettorale dei cattolici. La conciliazione, però, fu travagliata e non senza momenti di crisi, generati da episodi di violenze fasciste contro organizzazioni cattoliche di base. Alla fine, nelle ultime settimane, il processo negoziale coinvolse Mussolini in persona e divenne molto serrato. Le trattative si conclusero l’11 febbraio del 1929, quando a Roma nel palazzo del Laterano furono firmati da Mussolini  e dal Segretario di Stato, cardinale Piero Gasparri, i Patti che posero fine alla questione romana e sugellarono la conciliazione tra lo Stato e la Chiesa.

I Patti sono costituiti da  tre atti:  il trattato Lateranense (che chiude la questione romana cancellando il separatismo), il concordato Lateranense (che definisce il rapporto in Italia tra lo Stato fascista e la Chiesa italiana),  la Convenzione finanziaria (che fissa il risarcimento assicurato dal Regno d’Italia alla Santa Sede). Nel loro complesso i Patti Lateranensi furono una sorta di pietra tombale sulle istituzioni liberali, non tanto sotto il profilo dei pur notevoli oneri finanziari per il Regno, quanto perché configuravano una concezione opposta nei rapporti civili.

Il risarcimento fu ingente: un miliardo e 750 milioni di lire dell’epoca, tra contanti e titoli di Stato al portatore, interesse del 5%.  Peraltro, l’effettivo pernio del Trattato fu l’abrogare la legge delle Guarentige (13 maggio 1871) esplicitamente disconosciuta dal Papa alla sua nascita, insieme a qualunque altra disposizione in contrasto con lo stesso Trattato. Era una precisa scelta quadro contro l’ordinamento liberale, che poi trovava puntuale applicazione nel Concordato con cui si dettagliava l’ordinamento dei rapporti tra il Regno e il Vaticano. Al Vaticano venivano attribuiti vantaggi civili ed economici contrastanti con la piena sovranità dello Stato.

La legge delle Guarentige esprimeva la separazione Stato Religione.   Secondo il separatismo liberale i rapporti tra Stato e Chiesa discendono dalla libera sovranità del cittadino che pone in primo piano il completo rispetto della libertà religiosa di ciascuno. Dopo i Patti Lateranensi il rapporto Stato Chiesa deve essere il frutto imposto da accordi pattizi tra due poteri distinti che li hanno raggiunti nelle segrete stanze, con l’obiettivo di soddisfare i rispettivi interessi di prestigio e di gestione del potere, interessi ai quali i cittadini in carne ed ossa devono assistere restando sullo sfondo.

In pratica, gli individui vengono trattati dalla Chiesa quali fedeli all’autorità del credo e dallo Stato ridotti a sudditi consenzienti all’autorità del conformismo. Non vengono considerati, né dallo Stato né dalla Chiesa, seppure in modi differenti, dei cittadini sovrani. Di fatti, il governo italiano acconsenti rendere le sue leggi sul matrimonio e il divorzio conformi a quelle della Chiesa cattolica e di esentare il clero dal servizio militare. Riconosceva. pure il cattolicesimo quale religione di Stato in Italia, con importanti conseguenze sul sistema scolastico pubblico, come la conferma dell’insegnamento della religione cattolica, che il Governo Mussolini aveva introdotto dal 1923.

I Patti lateranensi furono un grande successo per il Governo Mussolini. Che anche il Papa Pio  XI riconobbe due giorni dopo in un’udienza ai professori e agli studenti dell’Università Cattolica di Milano.  Le sue parole furono “forse ci voleva un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare, un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale- le cui leggi, – i cui ordinamenti, anzi disordinamenti tanto sono più intangibili e venerandi tanto più brutti e deformi….. Le condizioni della religione in Italia non si potevano regolare senza un previo accordo dei due poteri, previo accordo a cui si opponeva la condizione della Chiesa in Italia”. I Patti Lateranensi sarebbero entrati in vigore dopo la loro approvazione da parte del Re e del Papa prevista nei mesi successivi. In pratica dunque, la loro firma fu uno spettacolo in vista delle previste elezioni politiche. 

Di fatti, poche settimane dopo, il 24 marzo, si tennero le elezioni politiche di tipo strettamente plebiscitario. Si è già visto che, perfino a differenza della legge Acerbo, veniva cancellata ogni traccia del sistema liberale imperniato sulla scelta dei cittadini e sulla segretezza dei singoli voti.  La legge  in vigore in quella consultazione consentiva una sola lista varata dal Gran Consiglio, prevedeva solo il voto SI su una scheda tricolore mentre il voto No si poteva dare usando una scheda di aspetto diverso. Per cui nessuna segretezza e assoluto controllo da parte del Governo. Il confronto tra più liste e il voto segreto erano esclusi nel presupposto ritenuto ovvio che  il fascismo fosse una fede cui tutti gli italiani aderivano. Non condividere tale fede  equivaleva a non far parte della comunità nazionale. Concetto teorizzato apertamente il primo marzo sul Popolo d’Italia: “perché l’Italia fosse sollevata al di sopra della visione angusta del collegio e dell’umiliazione assurda dei partiti, era necessaria la concezione totalitaria di una elezione plebiscitaria”. Oltretutto per valorizzare il buon andamento economico degli ultimi anni in Italia.

Va inoltre considerato che Mussolini, volendo inserire l’Italia nella  finanza internazionale, aveva necessità del capitale americano (meno esigente delle potenze europee e prevalente nel costruire il nuovo assetto monetario mondiale) ragion per cui intendeva offrire un’immagine dell’Italia ordinata e stabile. L’operazione gli riuscì, visto che l’America in qualche modo subì il fascino del corporativismo e restò in attesa degli eventi. In realtà, l’anima della nuova Camera era autoritaria più che corporativa né intendeva davvero attivare un processo elettorale partecipato. Era soprattutto l’anima di uno stato “forte” diretto da un’oligarchia di soggetti certi di essere predestinati.  In ogni modo, il 24 marzo, in un clima di diffusa paura, votò l’89,9% degli aventi diritto (che, soprattutto per l’esclusione dei militari, erano diminuiti di un quinto) e solo l’1,6% votò contro la lista formata dal Gran Consiglio. Gli eletti alla Camera furono per metà nuovi. E’ stato calcolato che poco meno di un quinto dei voti SI venne determinato dalla firma dei Patti Lateranensi.   Il disegno del fascismo mussoliniano era stato così approvato dagli italiani sull’onda di un progetto fondato sulle speranze e su un clima intimidatorio.

A maggio arrivò in Parlamento la ratifica dei Patti Lateranensi. Alla Camera appena uscita dalle urne,  i contrari furono solo due eppure il dibattito non fu del tutto liscio. Perché l’intervento di Mussolini, forse per compiacere l’ala anticlericale dei fascisti, adoperò un linguaggio aggressivo verso il cattolicesimo, sostenendo  che l’intesa con la Chiesa non scalfiva la natura totalitaria dell’Istituzione fascista. Il giorno dopo il Papa  manifestò pubblico disappunto per le sue parole, e rivendicò con modi bruschi l’insieme delle libertà che il Concordato assicurava alla Chiesa. Di conseguenza furono necessarie frenetiche trattative riservate i giorni seguenti per chiarire che i Patti Lateranensi erano un tutto unico inattuabile a parti.  

Al Senato il dibattito fu ancor meno liscio. Essenzialmente per l’intervento di Croce anche a nome di altri. Sviluppò un concetto essenziale. Ricordato che la crescita delle istituzioni laiche di fronte alla Chiesa era iniziata dalla fine del ‘600 ed era stata costellata anche da martiri. Che a metà ‘800 si era formato un partito nazionale liberale e cattolico (comprendente personaggi come Alessandro Manzoni) che la Chiesa aveva condannato. Proseguendo con il rimarcare che, vigente la legge delle Guarentige,  la Chiesa priva del potere temporale “non solo potè svolgere la sua opera e la sua propaganda. Ma ottenne una considerazione di rispetto e anche di reverenza che le era venuta meno in Italia per secoli”. A questo punto Croce sottolineò  che “la legge delle Guarentige avrebbe avuto il completamento della conciliazione, se la Santa Sede l’avesse accettata o se, movendo da essa, avesse aperto trattative, che non erano escluse e potevano essere coronate da accordo”. E dichiarò: “Consapevoli del passato, solleciti dell’avvenire, noi guardiamo con dolore la rottura dell’equilibrio (Libera Chiesa in Libero Stato, secondo il principio di Cavour) che si era stabilito”.

Croce commentò poi “Non già che io tema il risorgere in Italia dello Stato confessionale, che porga il braccio secolare al Santo Uffizio e riaccenda i roghi o che dia validità all’Indice dei libri proibiti o risottometta l’educazione della gioventù a concetti gesuitici. Queste aspettazioni e queste speranze possono nascere ed essere coltivate in chiusi luoghi muffiti, ma non nel vasto mondo operoso, pieno di sole e di calore”……” non combattevo l’idea delle conciliazioni tra Stato e Chiesa, desiderata e più volte tentata dai nostri uomini di Stato liberali, perché la mia ripugnanza ed opposizione si riferiva a quel caso particolare di conciliazione effettuato non con una Italia libera, ma con una Italia serva e per mezzo dell’uomo che l’aveva asservita, e che, fuori di ogni spirito di religione come di pace, compiva quell’atto per trarne nuovo prestigio e rafforzare la sua tirannia”.

Il sen. Croce concluse “di fronte agli uomini che stimano Parigi valer bene una messa, sono altri pei quali l’ascoltare o no una messa è cosa che vale infinitamente più di Parigi, perché è affare di coscienza… E il nostro voto ci è imposto dalla nostra intima coscienza alla quale non possiamo rifiutare l’obbedienza che ci domanda. “

Il Presidente del Consiglio replicò in modo duro (“Accanto agli imboscati della guerra esistono gli imboscati della storia, i quali, non potendo per ragioni diverse e forse anche per la loro impotenza creatrice, produrre l’evento, cioè fare la storia prima di scriverla, si vendicano dopo, diminuendola spesso senza obiettività”) e insieme espressivo della sua incapacità  di anche solo concepire il maturare della libertà nel conflitto politico e quindi di  ridurre il convivere al prevalere della violenza del più forte al momento. Peraltro, per tacitare gli ambienti più laici del PNF, Mussolini pronunziò anche parole che i seguito avrebbero suscitato tensioni con il Vaticano : “nello Stato la Chiesa non è sovrana e non è nemmeno libera”.

Al senato votarono contro i Patti Lateranensi, oltre Croce, Luigi Albertini, Alberto Bergamini, Emanuele Paternò di Sessa, Francesco Ruffini, Tito Sibibaldi.  Il 27 maggio 1929 venne pubblicata la relativa legge. I primi di giugno i Patti Lateranensi divennero operativi.

4.3  g – Governo Mussolini : l’opposizione cambia natura Era così giunta al culmine la parabola del Governo Mussolini, che fin dall’inizio aveva avuto l’obiettivo dichiarato di superare  principi e forme  dello Stato Liberale. Muoveva dalla rilettura del Risorgimento in chiave mitica senza cercare di coglierne i reali meccanismi. E conservava la formazione del Presidente, socialista di primo piano nazionale fino ai suoi trent’anni, poi sostenitore dell’onda del ricorso alla guerra in quanto scorciatoia verso un futuro esaltante, infine fondatore dei Fasci quale strumento attuativo della nuova Italia dal destino glorioso. Mantenendo in sostanza l’utopismo socialista, usato per giustificare nell’immediato ogni nequizia  a danno della libertà degli italiani finalizzandola alla sicurezza di un destino radioso.

Sia prima che la Corona brigasse per portare Mussolini a Presiedere il Governo, sia dopo e per un tempo non breve, il fascismo era assai minoritario alle Camere e nell’opinione pubblica. Purtroppo   non ci fu la capacià di formare una maggioranza conseguente e a poco a poco prevalse il progetto volutamente illiberale di Mussolini. Il quale oltretutto calibrava le proposte aggiornandole alla situazione dell’ora. Con questo sistema, inserito in un clima fortemente intimidatorio anche sul piano fisico, in meno di sette anni Mussolini cancellò ogni traccia delle istituzioni liberali, vietando i partiti, le libere associazioni, riducendo il voto politico a un plebiscito, facendo della Camera un coacervo di corporazioni sotto il controllo del Gran Consiglio e, soprattutto, suo personale. Quanto a lui era convinto di essere predestinato a scrivere la storia , restando sordo alla diversità e quindi ad ogni dissenso.

Nel 1929   Mussolini aveva in Italia un solo oppositore dichiarato e pubblico, la rivista La Critica di Benedetto Croce. Che, nata nei primi del secolo con intenti solo culturali, era divenuta un po’ alla volta, e soprattutto con l’avvento del futurismo prima e poi del fascismo, un periodico sempre più impegnato nella politica delle idee per governare il convivere. In specie dall’epoca del Manifesto degli Intellettuali Fascisti oggetto di motivata stroncatura (argomento trattato sopra) e del successivo Manifesto degli Intellettuali Antifascisti, che nella coscienza degli italiani restò il baluardo dell’opposizione al regime. La Critica venne tollerata da Mussolini solo per il prestigio internazionale di Croce, cosa che, in caso di azioni restrittive verso di lui,  avrebbe provocato giudizi molto negativi proprio mentre il Governo ricercava con insistenza nei maggiori paesi una valutazione del tutto positiva di affidabilità. Croce non fece concessioni e si guardò dalle intemperanze, non approfittando della libertà concessa a lui mentre il resto dell’Italia era costretto al silenzio.     

In ogni caso, in quel periodo – liquidato il PCI con i suoi principali militanti per mezzo del processone ai dirigenti del 1928 – non esisteva alcuna voce di opposizione pubblica eccetto La Critica. Il dibattito che essa creava indispettiva parecchio Mussolini, ma rimaneva circoscritto ai lettori della rivista e alla sua influenza negli ambienti colti. L’assenza di una ampia discussione pubblica sul Governo corrispondeva all’indirizzo fascista secondo cui gli italiani appoggiavano tutti la guida del PNF siccome il PNF era l’Italia viva. Del resto gran parte  degli antifascisti di punta avevano evitato il confino emigrando. Quale conseguenza di tutto ciò, nel paese l’opposizione legale non era in pratica più consentita e era ridotta ad una opposizione culturale con la funzione di maschera.

Proprio dal convergere degli ambienti di esuli in Francia,  nell’agosto del 1929, venne fondata Giustizia e Libertà , che riuniva un’area della sinistra non  comunista ( diretta da Carlo Rosselli, socialista liberale, Emilio Lussu, Partito Sardo d’Azione, Alberto Tarchiani, giornalista repubblicano) che si presentò con queste parole “Provenienti da diverse correnti politiche, archiviamo per ora le tessere dei partiti e fondiamo un’unità di azione. Movimento rivoluzionario, non partito, Repubblicani, socialisti e democratici, ci battiamo per la libertà, per la repubblica, per la giustizia sociale “ . Consideravano il fascismo prodotto da antichi mali, per cui bisognava sconfiggerlo ma insieme superare le condizioni alla sua origine. Era trainante Carlo Rosselli, già collaboratore di Gobetti,  socialista convinto della necessità che il socialismo rompesse con il comunismo. Per il motivo che “il socialismo non solo non è incompatibile con il liberalismo, ma ne è teoricamente la logica conclusione”. Il fine di rompere con il comunismo era corretto, ma la pretesa di assorbire il liberalismo fu una pretesa mentale di combinare culture ben distinte, quella socialista e quella liberale, e non equivalenti.  

Stante questo stato di cose, la sola opposizione consentita apertamente restava quella di Croce, che operava proponendo idee di libertà civile sviscerandole nel profondo, mentre l’opposizione di altro tipo culturale sopravviveva diffondendo materiale clandestino e organizzando sporadiche manifestazioni di richiamo. Nella lotta contro il fascismo , peraltro, quest’ultimo settore convergeva nel giudizio negativo sul liberalismo e presentava progetti politici da esso distanti.  Giustizia e Libertà acquisì un certo prestigio ma non disponeva di un progetto attraente (era di tipo intellettuale come quello dei liberali senza averne  chiarezza e coerenza metodologiche) . Perciò con l’andar del tempo l’opposizione clandestina divenne progressivamente dominata dalla parte comunista, imperniata attorno all’ideologia definita da Marx e arricchita da Lenin della procedura sulla conquista del potere (sotto questo aspetto mostratasi vincente). Il comunismo era però nelle mani dei sovietici e suscitava fondati moti di ripulsa in larga parte degli italiani, indebolendo l’opposizione al fascismo.

4.3  h.  L’America del crollo di Wall Street, prima e dopo – Nel 1929, la condizione del liberalismo politico, che era già in estrema difficoltà nel complesso dei paesi europei, venne ancor più aggravata dalla grande crisi finanziaria scoppiata negli USA  ad ottobre. Si manifestò all’improvviso giovedì 24 ottobre quando vennero vendute in Borsa circa 13 milioni di azioni dimezzandone i prezzi. Poi all’inizio settimana passarono di mano oltre 15 milioni di azioni a prezzi stracciati. La crisi in Borsa fu improvvisa, ma i sintomi si stavano accumulando da anni.

Terminato nel 1921 il mandato del Presidente Wilson, democratico (era stato il protagonista della Conferenza di Pace di Versailles, oscillando tra l’ottica mondialista e l’ottica dell’autodeterminazione, quando però come Presidente USA praticava l’imperialismo verso i paesi deboli delle due Americhe e il suprematismo dei bianchi all’interno), seguirono fino al 1933 tre presidenti repubblicani, Harding, Coolidge per due mandati   e per uno Hoover.  Quel periodo (fino alla crisi del 1929) fu molto prospero, trainato dall’ alta produttività dell’industria automobilistica, dotata di processi tayloristici che favorivano gli investimenti in quanto  lasciavano inalterati prezzi e salari. Il sistema nel suo complesso si fondava su logiche liberiste, che consentivano attività speculative (favorite dalla facilità di ottenere credito in Banca) senza limiti e senza attenzione ai risultati. Così in quel decennio triplicarono gli investimenti, e nel triennio ante crisi più che raddoppiarono i prezzi  borsistici. Però, questa effervescenza  speculativa non si accompagnava ad una reale crescita della produzione di beni del settore industriale. A ciò si aggiunse la profonda crisi in campo agricolo. Dovuta prima di tutto alla caduta dei prezzi causata dell’enorme accumulazione delle scorte invendute, perché in Europa la produzione agricola era cresciuta. L’invenduto rese impossibile agli agricoltori, fortemente indebitati, di far fronte alle scadenze in banca. In un simile quadro, la Federal Reserve seguiva una politica di continua espansione del credito attraverso tassi molto bassi e non riusciva a tener conto della realtà. Realtà invece percepita dalle classi medie, inizialmente il fulcro degli stimoli alla produzione mediante  il consumo di beni durevoli, le quali, vista la mala parata, corsero a sbarazzarsi delle azioni possedute.

Una siffatta concezione di libero mercato privo di qualsiasi monitoraggio di controllo, non riuscì a governare la convivenza.  Il crollo di Wall Street innescò a cascata la caduta dei salari, la riduzione del personale, il contrarsi dei consumi, la crisi industriale ed ulteriori danni all’agricoltura. Subito dopo, poiché i piccoli risparmiatori  ritirarono i depositi bancari, il mercato entrò in crisi di liquidità portando a fallire molte banche e le industrie in cui esse avevano investito. Si alimentò un circolo vizioso che condusse l’economia statunitense in una fase di arresto. Questa crisi negli USA, poi, infettò abbastanza rapidamente l’economia mondiale, avvolgendola in una stretta su ogni parametro (produzione, occupazione, redditi, salari, consumi e risparmi). Insomma, il mercato lasciato a sé stesso non aveva funzionato.

Negli USA la Presidenza Hoover non colse subito la gravità della crisi con cui si era avviata la Grande Depressione. E traccheggiò per un biennio,  risolvendosi solo nel 1932 a sostenere le amministrazioni pubbliche e i gruppi finanziari con opere pubbliche,   creando  corporazioni allo scopo di sostenere e stabilizzare i prezzi, adottando la strategia dei dazi verso i prodotti esteri. Nel complesso, Hoover , quasi incredulo per il fallimento del mercato lasciato a sé stesso, non reagì lasciando cristallizzare la Grande Depressione. Ad Hoover successe il democratico Franklin D. Roosevelt che subito avviò il Nuovo Corso (New Deal) per affrontare la profonda crisi economico sociale.  La sostanza del Nuovo Corso era del tutto interventista. Svalutazione del dollaro  (40%),  un vasto piano di lavori pubblici contro la disoccupazione, assicurazioni sociali  delle classi lavoratrici, maggiore tassazione per i più danarosi,  aumento dei salari, orari di lavoro ridotti, aiuti alle imprese agricole, obbligo di riconoscere i sindacati operai e di trattare, nuovi istituti di controllo delle Banche, della Borsa e del mercato azionario. Il punto è che la drammaticità della Grande Depressione giustificava tali decisi  interventi di sostegno e di rilancio, ma non giustificava che proseguissero una volta raggiunto lo scopo (perché la normalità del convivere richiede rapporti aperti alle iniziative individuali che ne sono l base). Tuttavia il criterio interventista restò per molti decenni, distorcendo l’approccio alla cultura liberale, negli USA prima e poi altrove.

In pratica, i gravi errori  di tipo liberista  compiuti negli Stati Uniti durante gli anni ’20 (il mercato lasciato a sé stesso e basta non può funzionare), furono corretti con un progetto massiccio di tipo opposto che  per molti decenni successivi ebbe un’influenza forte anche in Europa. Soprattutto non sotto il profilo economico, bensì sotto quello culturale. Perché avviarono la lunga stagione di politiche ispirate, più o meno felpatamente, ad una logica di massa assai distante dal tener conto della metodologia individuale, il motore dei rapporti tra i cittadini. Che costituisce il marchio fondamentale del liberalismo.    

4.3  i . Governo Mussolini: il triennio 1930  ‘32 – L’Italia era avvolta nell’apparente ordine fascista. Non fu un caso  che fosse istituita ad inizio primavera del ‘30 la scuola di mistica fascista, culla del fideismo volontaristico pronto all’azione. A fine aprile Mussolini iniziò a rilevare in pubblico i chiari riflessi  sull’economia italiana della crisi americana. Qualche settimana dopo rigettò la proposta francese di costituire una federazione europea. Negli stessi giorni in Germania arrivarono in Parlamento i nazisti. Nei mesi successivi si lavorò alla redazione del nuovo codice penale  e al mantenere l’apparenza dei buoni rapporti con il Vaticano, omaggiandolo con la soppressione della festività del XX settembre sostituita con il creare quella dell’11 febbraio (i Patti Lateranensi). In giro per l’Italia, proseguirono gli arresti degli oppositori indesiderati (come i  dirigenti di Giustizia e Libertà) e i processi a carico di quasi duecento antifascisti più duri, in specie anarchici, condannati alla reclusione per vari anni e, seppure in pochi casi, alla pena capitale.

Nei primi mesi del 1931, anche in Italia lo Stato iniziò ad intervenire per salvare le banche italiane dalle conseguenze della crisi nata a Wall Street.  Non era un fatto insolito per il fascismo, dato che lo Stato doveva appunto essere il custode del benessere degli italiani. Semmai era insolito che l’Azione Cattolica si arrogasse il diritto di sostituirsi allo Stato nello svolgere attività assistenziali tra la popolazione. Di conseguenza i sindacati fascisti lo contestarono apertamente, e, indispettiti dalla conseguente irritazione vaticana, passarono  agli attacchi squadristici all’organizzazione cattolica.

L’opposizione clandestina del PCI stava divenendo sempre più uno strumento nelle mani dell’Internazionale Comunista dominata da Stalin. Al punto che la decisione del IV  Congresso del  PCI di aderire alle direttive dell’IC , determinò  l’espulsione di cinque membri dell’Ufficio Politico dissenzienti.  In ogni caso, il PCI restò autonomo nel proseguire  la linea del dar vita ad un ampio fronte antifascista.  Ma. nonostante che nel paese crescesse la protesta antifascista (in campo musicale ci fu il rifiuto del celebre Arturo Toscanini di iniziare un concerto suonando Giovinezza) , il giudizio negativo sul comunismo era molto radicato e tarpava la possibilità di arrivar.

Invece il sindacalismo fascista – con la connivenza neppur troppo tacita del PNF e di Mussolini – insisteva negli attacchi ai cattolici e ottenne dal PNF (Mussolini telegrafò di persona ai prefetti) lo scioglimento di tutte le associazioni giovanili non fasciste, l’incompatibilità di essere iscritti insieme all’Azione Cattolica e al PNF, il sequestro del materiale di propaganda cattolica avversa al fascismo. Una decisione in linea con il principio totalitario fascista di indirizzare i giovani educandoli in un sistema controllato in pieno dl regime (Opera Balilla e Gruppi Universitari Fascisti). Che provocò un immediato discorso di protesta del Papa e una dura nota diplomatica. Mussolini replicò subito scrivendo “Il regime fascista vuol vivere in pace – se possibile – con tutti gli Stati, ivi compreso lo Stato della città del Vaticano”. Però il Papa non abbassava affatto la guardia (in particolare sull’art. 43 del Concordato riguardante l’Azione Cattolica)

Trenta giorni dopo, uscì l’Enciclica Non abbiamo bisogno  , formulata in termini di secca protesta. La Chiesa non accettava “il proposito di monopolizzare interamente la gioventù, dalla primissima fanciullezza fino all’età adulta, a tutto ed esclusivo vantaggio di un partito, di un regime, sulla base di una ideologia che dichiaratamente si risolve in una vera e propria statolatria pagana”  Specificando “Non è per un cattolico conciliabile con la cattolica dottrina pretendere che la Chiesa, il Papa, devono limitarsi alle pratiche esterne di religione (Messa e Sacramenti), e che il resto della educazione appartiene totalmente allo Stato “.

L’enciclica respingeva anche le accuse alla Chiesa di essere ingrata (per aver ottenuto il Concordato). “Se di ingratitudine si vuol parlare, essa fu e rimane quella usata verso la Santa Sede da un partito e da un regime che, a giudizio del mondo intero, trasse dagli amichevoli rapporti con la Sanata Sede un aumento di prestigio e di credito, che ad alcuni in Italia ed all’estero parvero eccessivi, come troppo largo il favore e troppo larga la fiducia da parte Nostra”. Inoltre il Vaticano fu molto attento nella diffusione capillare del documento pontificio in tutte le Chiese italiane (sopportando anche scontri fisici) a partire dal giorno successivo alla sua pubblicazione. Una mobilitazione che non restò inosservata.

Naturalmente  per qualche settimana i rapporti tra il Governo e il Vaticano furono tesi. In particolare, a metà luglio il Gran Consiglio replicò all’Enciclica, in tema del ruolo del PNF, sostenendo di aver mai voluto rapporti del regime con  i massoni, e che era alta l’importanza educativa dell’opera Balilla.  Facendo apparire sulla stampa amica articoli in difesa dei criteri ispiratori del regime fascista. Il tutto senza però calcare la mano. Da parte sua il Vaticano premeva per una trattativa chiarificatrice, affidandola al padre Tacchi Venturi Che iniziò subito a vedere Mussolini di persona  e in una dozzina di incontri,  ai primi di settembre, arrivò alla stipula di un accordo reso pubblico immediatamente. L’Azione Cattolica faceva parte solo della diocesi  secondo le scelte del Vescovo, non doveva avere nessun  legame con la politica, non poteva  costituire  associazioni professionali e sindacati,  i circoli giovanili dovevano astenersi da attività di natura sportiva non compresa nella propria educazione ricreativa con finalità religiose.

Il risultato di quest’accordo è controverso.  Civiltà Cattolica ritenne che segnasse  l’accettazione del principio che era impossibile  qualsiasi tipo di “manomissione” dell’Azione Cattolica, di cui dichiarava ufficialmente il compito esclusivamente spirituale.  Gli ambienti fascisti misero in luce il rafforzarsi della figura di Mussolini quale statista. Lo storico De Felice commenterà in modo asciutto che “la apoliticità delle organizzazioni esprimeva la esplicita volontà del regime di escludere ogni attività esterna o contraria al fascismo”. Di certo era l’avviso del regime. Inoltre sempre De Felice ha scritto: “gli accordi del 2 settembre permisero dunque un rafforzamento delle credenze filofasciste e, al tempo stesso, una diminuzione di entusiasmo e attivismo negli ambienti della Azione Cattolica”. Anche questo è esatto e tra l’altro ha il pregio di  richiamare un aspetto sempre trascurato, e cioè la tentazione ricorrente tra i cattolici progressisti di utilizzare il prestigio della loro Chiesa per accrescere il peso delle proprie posizioni politiche. Argomento questo, non oggetto di studio approfondito perché il prevalere della cultura della sinistra comunista fin da allora ha avvolto nella ambiguità la questione cattolica.

Infine De Felice ha commentato così l’intera vicenda degli accordi di settembre 1931: “In definitiva, furono per lo più conseguenze negative e poco desiderabili quelle che scaturirono dalla riconciliazione del ‘31 per il mondo cattolico. Mentre per il regime fascista, dalle vicende del ‘31, dagli scontri, dalle polemiche, dall’enciclica papale e dall’accordo del 2 settembre scaturirono importanti conseguenze che permisero l’affermarsi di un consenso sempre più capillare, il cui acme venne raggiunto nella seconda metà degli anni ‘30”. Un simile commento è ineccepibile nella parte riferita al regime fascista. Quanto alla parte sul mondo cattolico, penso si debba riflettere. Con gli accordi, il Papa acquisì il riconoscimento relativo all’interpretare il Concordato (interpretazione dell’art. 43 che si applica all’intero documento): l’esercizio spirituale in tutte le sue forme spetta solo alla Chiesa ed è intangibile. Ciò è decisivo per il Papa e confligge con la pretesa totalitaria del fascismo di inglobare tutto. In sintesi, anche in questa vicenda trovo molto centrato  il giudizio dato da Croce su Mussolini nove anni prima, “ottimo commediante”.

Lo scontro del 1931 tra Governo Mussolini e Vaticano è una tipica manifestazione di lotta in termini di puro potere, assai lontana dallo spirito  liberale. Ancor peggio era stata la decisione del Governo, presa tre giorni prima della firma dell’accordo di settembre, di imporre ai professori universitari un giuramento di fedeltà al fascismo. La riforma Gentile del 1923 già prevedeva che i professori di ruolo, prima di assumere l’ufficio, dovessero, pena decadenza, prestare giuramento al Re e all’osservare lo statuto e le leggi dello Stato. Il Governo Mussolini, nella sua smania totalizzante,  estese il giuramento al regime adottando questa formula: “Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo statuto e le altre leggi dello stato, di esercitare l’ufficio di insegnante e adempiere a tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria ed al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti la cui attività non si concili coi doveri del mio ufficio”. Chi non firmava sarebbe stato rimosso dalla cattedra. Anche se il testo contrastava con gli stessi principi dello Statuto sulla cittadinanza. Oltretutto, ancor più scandaloso fu che , su oltre 1200 docenti, rifiutarono di sottoscrive il giuramento solo Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Giorgio Errera, Giorgio Levi Della Vita, Fabio Luzzatto, Piero Marti, Bartolo Nigrisoli, Francesco ed Edoardo Ruffini, Lionello Venturi,  Vito Volterra. Con  estremi artifici dialettici, firmarono i professori cattolici (l’Osservatore Romano scrisse che il Regime equivaleva al governo  dello Stato) e anche quelli di parte comunista (onde mantenere uno strumento di lotta).

Durante i mesi successivi, e poi per tutto il 1932, Mussolini proseguì nella sua azione politica volta a dare al fascismo un’immagine  di forza tranquilla ma inarrestabile capace di pervadere ogni cosa. Arrivò a dire in una manifestazione che “le Camicie nere sono anche politicamente sulla linea ideale delle Camicie rosse“. Una sorta di delirio totalizzante attuato mediante riferimenti continui all’unità che nel realizzarsi crea sicurezza.  Seguiva la medesima logica anche nel concentrare nelle proprie mani gli incarichi di Governo, in quell’anno aggiunse anche il Ministero degli Esteri. In autunno venne stabilito con un decreto legge che  tutti i dipendenti pubblici dovevano iscriversi al PNF. E il Tribunale speciale proseguiva nella sua opera di condanna del dissenso politico. Insomma il fascismo persisteva nell’anestetizzare gli italiani, facendo loro credere l’essere in corso la marcia trionfale dei destini immarscescibili della patria.

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