Da Danilo Taino a Raffaello Morelli, lunedì 14 aprile ore 13,30
Caro Morelli, innanzitutto mi scuso per il gran ritardo con cui le rispondo.
Come può forse immaginare, sono completamente d’accordo con lei. Non basta non avere dazi, o dazi bassi, per essere una società liberale. Di liberalismo si parla molto, in effetti, ma se ne pratica poco. Come dice lei, anche quella dell’Europa non si può certo definire un’economia liberale. Il dibattito sul Manifesto di Ventotene non mi ha entusiasmato ma, devo dire, che la sua difesa senza se e senza mi ha confermato che l’idea di Europa diffusa in una parte non insignificante della politica italiana non è certo quella di un’entità aperta, rispettosa dei diritti di opinione, di proprietà eccetera. E’ forse ingenuo stupirsi.
Nel merito dei dazi, la mia domanda: dovrebbe anche l’Europa (indispensabile Regno Unito compreso) alzare un muro nei confronti della Cina? Tendere, in altre parole, a quel decoupling a cui Trump sembra puntare (senza escludere che alla fine con Pechino faccia il Grande Accordo del quale di tano in tanto di fa cenno)? Puntare a una sorte di Guerra Fredda non necessariamente a due teste ma a un pluri-lateralismo armato?
La spinta a costruire nel frattempo una Ue più aperta e liberale – riforme, deregulation, meno vincoli all’impresa, mercati dei capitali e dell’energia, insomma meno barriere interne – mi pare purtroppo piuttosto in basso nella lista delle priorità di gran parte dei governi. Non vedo però alternative se non risposte di corto respiro. Spero di sbagliarmi ma un polo europeo aperto lo auspico, sinceramente però fatico a vederlo in arrivo.
Grazie ancora dei suoi messaggi, utilissimi per concentrare il pensiero in un clima in cui le notizie quotidiane sovrastano spesso la comprensione.
Un caro saluto. dt
da Raffaello Morelli a Danilo Taino, , mercoledì 9 aprile, ore 18,40
Caro Taino,
Il Suo odierno articolo illustra con l’abituale rispetto dei dati concreti, il senso dell’attuale scontro USA Cina sui dazi introdotti dall’Amministrazione Trump. Peraltro mi permetto di osservare come il Suo affermare che l’America “per rispondere alla potenza emergente che la sfida, la copia; la politica dei dazi di Trump abbandona il libero mercato” , richiederebbe un approfondimento.
Senza dubbio è esatto che i dazi fanno parte di un armamentario non utilizzabile in una società liberale. Tuttavia, l’esame dei fatti reali non può prescindere dal constatare l’esistenza di molti dubbi sul definire la situazione internazionale anti dazi una società liberale.
Nella sostanza l’Amministrazione Trump intende reagire, tramite i dazi, ai pesanti disavanzi commerciali che l’affliggono nei confronti della Cina. E tali disavanzi derivano proprio dalla superiore capacità della società USA di assorbire prodotti.
Allora, sorge una domanda. Questa superiore capacità deriva dall’essere l’America una società aperta e la Cina no? Se la risposta è sì (e ritengo che tra noi non vi siano dubbi), la questione diviene come sia meglio gestire il rapporto commerciale tra due soggetti governati con sistemi politico culturali contrapposti in tema di libertà dei cittadini.
E’ questo il nodo che in effetti affronta la questione dazi posta dall’Amministrazione Trump. In pratica suggerisce che il commercio reciprocamente libero tra due soggetti implica che i due soggetti vivano e siano governati in un’analoga società aperta. Ora, gli attuali rapporti internazionali non rispettano tale presupposto, nonostante le frettolose finzioni mondialiste (giustamente Lei scrive che la Cina da un decennio punta a “mettere fine al modello liberale occidentale e sostituirlo con il proprio”). Perciò, l’Amministrazione Trump da la risposta dei dazi, semplicistica ma con una genesi realistica. Perché i dazi verso la Cina non sono interni a società aperte, ma hanno il fine di contrastare gli abusi di un’autarchia che sfrutta i meccanismi della società aperta. E il problema dei rapporti tra società aperte ed autarchie non è riducibile alle semplificazioni irrealistiche della globalizzazione, ispirata al mondialismo più che al libero mercato.
Secondo me, analoghe considerazioni valgono per l’UE. Aggiungendo peraltro una precisazione. L’UE oggi esistente (del modello post Mastricht, diverso da quello dei Trattati di Roma) è senza dubbio una società democratica e non autarchica, ma non ha sviluppato un ampio assemblamento politico tra i suoi cittadini, poiché ai suoi vertici indulge a inclinazioni improntate alle connotazioni stataliste dell’euroburocrazia. Perciò il dilemma che si prospetta all’UE (con le Sue parole, adeguarsi o cercare di essere un polo di libero mercato) presenta due filoni. All’esterno contribuire a fare superare la scelta dei dazi e insieme a riconoscere gli squilibri commerciali da correggere applicando un vero libero mercato nei rapporti tra paesi liberi. All’interno avere il coraggio di riprendere il cammino dell’integrazione interrotto a Maastricht per liberarsi dei residui statalisti dei vecchi stati di potere.

