Sul commissariamento della Compagnia Portuale

La Direzione Provinciale del P.L.I., riunitasi d’urgenza per l’esame della situazione creatasi in merito alla vicenda portuale di Livorno, ha emesso il seguente comunicato:

La Direzione Provinciale del PLI intende preliminarmente rilevare che il provvedimento con cui il Ministro della Marina Mercantile ha nominato un Commissario alla Compagnia Lavoratori Portuali, colpisce dolorosamente la città di Livorno e particolarmente i liberali, tradizionali assertori della libertà di associazione e convinti custodi dell’autonomia delle iniziative locali. La contrarietà di principio a provvedimenti di autorità e centralistici, non può tuttavia esimere dall’osservare che una serie di motivi difficilmente contestabili ha spinto verso tale inevitabile conclusione.

Anzitutto, non può essere sottaciuto che dei fondi derivanti dall’esercizio di una funzione monopolistica legalmente protetta, sono stati utilizzati al fine di costituire la Compagnia in impresa con criteri gestionali privatistici. Il fatto che la Compagnia abbia reinvestito sul Porto acquistando aree e mezzi, non cambia i termini del problema: quei fondi non avevano nè potevano avere tale destinazione.

Secondo. La Compagnia ha tenuto un comportamento schizofrenico. La capacità del Console nell’ intuire con anni di anticipo l’anacronismo della riserva di lavoro portuale e nel predisporre i mezzi per essere concorrenziali, avrebbe dovuto indurre per coerenza la Compagnia a cogliere l’occasione offerta dai decreti ministeriali di abolizione dei privilegi medievali e a dimostrare la propria professionalità sul terreno del libero mercato. Ed invece si è continuato a giocare su due tavoli. Da un lato si sono difesi strumentalmente privilegi già sepolti , non dai decreti Prandini, ma dall’ imminente integrazione europea; dall’altro lato si è continuato ad acquistare aree portuali in un’ottica di impresa monopolistica (fra l’altro cedute proprio da chi aveva, anche istituzionalmente, il compito di tutelare gli imprenditori privati e che quindi oggi non ha tutti i titoli per ergersi a difensore della libertà di impresa sul Porto di Livorno).

Terzo. La difesa, sia pure perdente, della riserva portuale, non è stata fatta con il metodo democratico della pacata discussione, ma con metodi beceri e sessantotteschi della pubblica diffamazione e degli slogans truculenti urlati in cortei con alla testa il Sindaco.

Quarto. L’episodio della sommossa dei giorni scorsi, a lungo meditata e preannunciata, costituisce l’episodio più grave sopratutto perchè segno di cecità non solo politica. La propensione del Ministero della Marina a commissariare per motivi gestionali era da settimane di pubblico dominio. Ha davvero giovato ai portuali dare ulteriore esca a tale propensione che avrebbe colpito la Compagnia in un delicatissimo momento di riorganizzazione finanziaria ed amministrativa, della conversione cioè da cooperativa con lavoro assicurato ad impresa in libera concorrenza con gli altri lavoratori portuali?

Per la credibilità di Livorno – una città già duramente emarginata non solo dallo Stato, ma sopratutto dalla Regione pur sempre a direzione comunista – i liberali si augurano che il Commissario non riscontri più gravi irregolarità nella gestione della Compagnia e che presto si torni al civile e democratico dibattito. Senza la partecipazione di tutte le componenti imprenditoriali e di lavoro non si può garantire un rilancio del Porto di Livorno. La risposta a questo auspicio non compete al PLI; certo si è che, in questa anacronistica lotta in difesa dei privilegi acquisiti, il porto langue e con il Porto tuttal’economia di una città ormai monoculturale e monoeconomica che dipende quasi in tutto dai risultati della gestione portuale.

Infine una considerazione su un aspetto politico più generale. Il signor Benvenuti si è mai posto il dilemma se egli, in qualità di primo cittadino, sia il rappresentante di tutta la città o solo del cinquantadue per cento che lo ha eletto o addirittura di un particolare gruppo di privilegiati? Se ancora oggi, in qualità di pubblico ufficiale rappresentante il potere locale abbia il dovere di rispettare e far rispettare leggi, regolamenti, sentenze passate in giudicato ovvero se gli competa di incitare la cittadinanza a violarle? Ed ancora se debba sentirsi più commosso e partecipe del destino dei lavoratori portuali che, durante questi mesi di mancanza di lavoro hanno regolarmente riscosso i loro stipendi, con tanto di premio di produttività, ovvero debba sentirsi partecipe di quei cittadini che nel corso della lotta sono rimasti senza lavoro e senza mezzi di sussistenza, formulando le loro proteste in forma assai più democratica e civile?

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