1.Riscoprire il sistema della libertà – Su Libro Aperto segnalo da tempo l’urgenza, in Italia, di riscoprire il praticare, in modo corrente e coerente, il sistema della libertà individuale, connessa ovviamente alla diversità che ne è la compagna inseparabile. Tale urgenza deriva dal fatto che l’Italia è pervasa da una cultura modellata su concezioni ritrose verso la libertà e l’individuo, portatrici di modelli di convivenza fondati sui principi comunitari e conformistici emanati dai centri di potere delle istituzioni e dei gruppi elitari. Simili principi hanno varie componenti, funzionali (in più maniere) a far prevalere i modelli di convivenza ora citati. Qui desidero tratteggiare una componente che ritengo abbia notevole consistenza, sia nel numero di persone sia nei principi coinvolti. Si tratta della questione della economia e della finanza islamica, la quale è una realtà importante in ambito internazionale, che aleggia anche nel nostro paese ma che di fatto da noi è ignorata proprio in quanto esprime un modo di essere molto distante da quello italiano tradizionale. E da questa distanza parto.
2. Schizzo dell’economia islamica – Inizio con il dire che i commerci islamici, pur non arrivando alle radici ultrasecolari dell’economia e delle banche occidentali, sono parecchio radicati, mentre l’economia e la finanza islamiche sono esperienze relativamente recenti (e ancor più non ancora chiaramente delineate in tutti i principi e negli strumenti tecnici, specie considerando l’attuale epoca di risorgenza islamica). Innanzitutto, in linea generale, non c’è coincidenza tra l’essere un paese a prevalente religione islamica e un’analogia diffusione di banche e di finanza islamica. Così, i mercati finanziari sono al 100% islamizzati quanto a banche e finanza in Iran e Sudan (ma anche il Pakistan ha islamizzato il suo sistema) mentre lo sono in percentuali decrescenti negli altri paesi del mondo (dal 60% dell’Arabia Saudita, al 50% del Kuwait fino al 4% in Egitto).
Nell’Islam la finanza rientra nel concetto di interesse generale, per cui le relazioni economico finanziarie devono corrispondere ai precetti del Corano nonché ad altre fonti quali gli atti e i detti del Profeta e poi in subordine il consenso dei Dotti e l’analogia giuridica. Nella finanza islamica ciò si traduce in alcuni principi: vietata l’usura; rapporti di finanziamento regolati dal condividere profitti e perdite; divieto di speculazione; riferimento costante agli attivi tangibili; proibite certe attività o prodotti; obbligo di donazioni (durante il Ramadan). Un’ulteriore caratteristica della finanza islamica è la presenza di enti per il microcredito e ancor più per l’assicurazione rispettosa dei precetti dell’Islam, chiamata Takaful (garanzia congiunta), una specie di assicurazione mutualistica, in cui il partecipante è insieme assicuratore e assicurato, versando una quota che servirà a liquidare i sinistri (al termine dell’esercizio, se le quote versate sono più dei sinistri, o la differenza verrà redistribuita proporzionalmente ai partecipanti, oppure in alternativa verrà richiesto di ricapitalizzare il fondo Takaful). Nonostante la complessità dei requisiti da rispettare per rimanere nell’ambito dell’Islam (ad esempio non sono ammesse forme di investimento quali i bonds), gli studi mostrano che il Takaful ha la medesima efficienza dell’assicurazione tradizionale. Pertanto è molto diffuso. Al punto che, a livello mondiale, l’ammontare dei Takaful è assai rilevante, va non poco oltre il 50 miliardi di dollari. Tuttavia il mercato dei Takaful ha anche la caratteristica di essere frammentato, poiché le assicurazioni islamiche si sono sviluppate prive di normative e ogni banca ha fatto le proprie scelte. Ragion per cui un medesimo prodotto assicurativo ha una struttura diversa, costi diversi e coperture diverse (ed è opportuno chiedersi cosa potrà succedere negli altri mercati finanziari mondiali, quando si arriverà ad una standardizzazione del prodotto, di cui già si avvertono i sintomi negli Emirati).
A parte la questione Takaful, rispetto all’ordinaria finanza capitalistica, nella finanza islamica il maggior peso lo hanno le banche (poco meno del doppio), con circa il 75% degli attivi materiali. In gran parte dei paesi più numerosi, dove si registra una presenza significativa di banche islamiche, viene consentita la contemporanea presenza di banche convenzionali. In altri paesi, soprattutto in Inghilterra, le banche convenzionali hanno messo in piedi le Islamic Windows che offrono servizi conformi all’Islam, rispettando la separazione del fondo islamico da quello convenzionale e dei rispettivi sistemi funzionamento. Ma in certi paesi le Islamic Windows sono vietate. Nel mondo le banche islamiche sono intorno a 240 e nell’UE sono in un terzo dei paesi membri. Ovviamente sono banche non poco differenti da quelle convenzionali.
La finanza islamica si basa sulla partecipazione agli utili e alle perdite derivanti dagli investimenti dei clienti. Pertanto la banca è parte dei progetti dei depositanti e può anche promuovere iniziative di investimento. Il finanziamento immobiliare avviene mediante l’acquisto diretto della banca e forme di affitto con riscatto. La banca non remunera i depositi ed è autorizzata ad investire in attività rientranti nella previsione islamica, potendo partecipare ai risultati. D’altro canto il cliente depositante partecipa ai risultati della banca. In generale, nella banca islamica il denaro non può essere accantonato ma va fatto circolare , e questo per rimarcare che il denaro non vale di per sé ma solo quale strumento di sviluppo. Nel complesso, tale mentalità spinge la finanza islamica ad una maggiore abilità nel supporto delle Piccole Media e Industrie, che nei paesi capitalisti è un rapporto controverso a causa delle garanzie richieste e del forte rilievo dato alla precedente storia creditizia della ditta. Sovente la finanza islamica utilizza la cartolarizzazione specie su imprese nel campo dell’ energia o servizi e public utilities. E frequentissimi sono gli accordi di partnership tra più soggetti per avviare un’iniziativa.I prodotti di questa finanza hanno un profilo di rischio di cui tener conto ma anche un rendimento più elevato. Nel complesso gli indici azionari islamici forniscono risultati migliori di quelli tradizionali. Il peso della finanza islamica nel mondo è tuttora di pochi punti percentuali, ma risulta utile quale veicolo al commercio internazionale e per promuovere afflussi di liquidità.
3. Quale rapporto con la finanza occidentale – Sarebbe del tutto fisiologico che una società come quella italiana, costruita sul principio della libera democrazia tra i cittadini (seppure con fatica), riconoscesse il pieno diritto operativo alla finanza islamica. Però, nella pratica, questo in Italia non succede. Nonostante che nel primo decennio di questo secolo abbia avuto una forte attenzione, il fenomeno della finanza islamica finora non si è davvero concretizzato ( al di fuori di seminari e di pubblicazioni) e ha finito per restare escluso.
Nel primo decennio quell’attenzione riguardava due tipi di nuova finanza, oltre quella islamica quella etica. La finanza etica ha avuto origine quasi un secolo fa negli Stati Uniti nel solco dell’antica beneficienza con l’obiettivo di far uscire l’attività finanziaria da una serie di campi incompatibili con una concezione dei rapporti di convivenza aperta al rispetto umano. Mezzo secolo dopo, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico , vale a dire l’assemblea consultiva di studio tra paesi accomunati dalla democrazia e dal mercato, introdusse l’idea che le multinazionali dovessero pure porsi l’obiettivo di svolgere una funzione di responsabilità sociale. Così negli anni ’90 in Italia si arrivò al costituirsi all’interno di Istituti di Credito di fondi finalizzati ad investimenti nell’economia sostenibile e alla ricerca sanitaria. Questa tendenza ha continuato a svilupparsi, assumendo sempre più un approccio incline al far prevalere le reti sociali sui rapporti economici. Una prevalenza con un risvolto ambiguo. Perché il puntare ad un sistema di garanzie di tipo personale piuttosto che patrimoniale, costituisce un bivio tra due strade divergenti: incrementare la formazione del cittadino in una struttura di economia capitalistica oppure farlo con l’obiettivo di ridiscutere un simile tipo di economia se non di superarlo.
La finanza etica si è configurata come quella in cui il denaro si utilizza per finanziare attività rientranti in una certa visione dei rapporti sociali, promossa dalla religione cattolica o da strutture ideologiche che valorizzano i meno ricchi (quasi la decrescita felice). In tal modo è venuta mutandosi l’originaria ispirazione mutualistica, e la finanza etica si è trasformata in un’impostazione al fondo alternativa al profitto. Un quinquennio fa in Italia si è arrivati ad una norma legale che agevola la finanza etica e l’investimento socialmente responsabile. Inoltre, c’è anche il continuo lavoro in materia dal Vaticano. Nel 2018 la Congregazione per la Dottrina della Fede, nel documento Oeconomicae et Pecuniariae Quaestiones (poi oggetto di seminari universitari), ha svolto riflessioni tese ad ampliare il concetto di finanza etica, nell’ottica dell’irrobustire la dottrina cattolica piuttosto che di approfondire i meccanismi dell’economia in sé. In tal senso, ribadito che la finanza deve essere al servizio dell’economia reale (visto che nel mondo raggiunge dieci volte il PIL, mentre le banche sono a un pò meno del 100%), una finanza etica del genere mette in evidenza che il diffondersi di sistemi bancari “ombra” ha favorito la finanza creativa, nella quale l’investimento di risorse finanziarie deriva da una volontà speculativa senza legame con il servire l’economia reale. E da qui coglie l’occasione non tanto per correggere le storture del sistema esistente quanto per mettere in discussione, più o meno apertamente, il principio stesso di libertà implicito nell’economia capitalistica. Il che non è una novità da poco, eppure viene tollerato, se non addirittura agevolato sotto l’aspetto normativo. Appunto perché esiste la pressione di alcuni ambienti di potere (oltre che dalla relativa organizzazione di fede) quotidianamente presenti nelle istituzioni costruite dalla democrazia laica delle diversità.
Viceversa, la finanza islamica è portatrice in campo economico della prassi ortodossa dell’Islam nelle sue leggi. Ragion per cui in Italia la finanza islamica è restata nel limbo. Il motivo principale sta nel fatto che si distingue dalla finanza occidentale per altri valori rispetto a quelli della finanza etica. Il riferirsi ad una realtà musulmana (che già nel nome suscita emozioni negative) fa scattare, dal punto di vista politico, un pregiudizio (seppure dovuto ad un’interpretazione forzata senza pieno riscontro) da cui deriva una ritrosia ad accettare compiutamente quel tipo di finanza. Perciò, siccome i governi non supportano la diffusione della finanza islamica, non esiste una normativa specifica e dunque le banche islamiche e la finanza islamica debbono rispettare quella concepita per le banche convenzionali. E nonostante nel 2014 la Consob abbia ritenuto non esistere grandi difficoltà per l’inserimento della finanza islamica, nella pratica ha prevalso la mancanza di un quadro normativo favorevole, in termini fiscali (imposta di registro, deducibilità fiscale degli oneri finanziari, Iva) e regolamentari (recepimento dei prodotti islamici nella definizione e regolamentazione dell’attività bancaria), nel senso di adatto alla specificità islamica bancaria e finanziaria.
La banca islamica non concede prestiti, bensìsostiene l’investimento condividendo il rischio e di conseguenza acquisisce un diritto alla partecipazione ai profitti realizzati dall’impresa (con la sua attività sempre legata a beni reali e non meramente finanziari, quindi sono esclusi i derivati meramente speculativi). Sono due i tipi contratti di partecipazione al rischio. Nel contratto mudarabah solo la banca mette il capitale e l’imprenditore svolge l’attività senza remunerazione; in seguito i profitti vengono ripartiti nella misura proporzionale all’utile tra banca e imprenditore, mentre le perdite pesano solo sulla banca. Nel contratto musharakah banca ed imprenditore (od anche un finanziatore terzo) condividono in proporzione la riduzione del capitale per perdite e insieme la remunerazione dei profitti in misura prefissata. Poi ci sono anche prodotti bancari non finanziari, quali i fondi takaful e i titoli obbligazionari sukuk. Tutte forme estranee alla normativa italiana.
4. Riflessioni conclusive – Sono dunque evidenti le differenze con le norme bancarie e finanziarie praticate in Italia. Le principali sono il divieto di interessi (pur da non confondere con forme di remunerazione del capitale), i risultati ottenuti assunti quale fine determinante, la donazione quale atto volontario (concettualmente diverso dalla patrimoniale), in generale la cura a corrispondere ai precetti islamici (attività permesse e quelle escluse), l’enfatizzare l’elemento fiduciario nel rapporto creditore-debitore. Peraltro sono differenze che non spezzano il legame con l’idea economica del profitto intesa quale cosa utile per tutti i conviventi. In sostanza non trascurano che la logica del capitalismo non è solo una corsa al denaro senza freni, visto che essa si fonda anche su altri valori importanti per vivere (iniziando dall’assumere che il cittadino, e non le elites di ogni tipo, è il motore dell’essenziale sistema di mercato). Fosse solo per tale motivo, la finanza islamica potrebbe ben rientrare nel sistema italiano del settore, proprio come aveva detto la Consob. Normare la finanza islamica darebbe un segnale forte di un’integrazione che non sia omologazione. Sarebbe un modo coerente di corrispondere al meccanismo della libertà che caratterizza la convivenza tra individui diversi arricchendosi nel conoscere e nell’adottare varie pratiche di vita contraddistinte dal mutamento. Tra l’altro faciliterebbe la strada ai rapporti economici internazionali dell’Italia, evitando di dare alla libertà un connotato imperiale (voluto da un certo mondo) ma invece applicando il sistema dell’agevolare gli scambi che della libertà sono la caratteristica precipua.

