L’euro figlio di una nuova politica istituzionale

La tesi del prof. Volpi è ben riassunta dal titolo del suo articolo, “l’euro è più forte nel mondo perché è distante dalla politica”. Per questo, e visto che l’articolo auspica si ragioni su questa specificità, non condivido la tesi perché basata su un apparente paradosso spiegato guardando indietro.

L’autore si chiede perché l’Euro si consolidi in circostanze del tutto contrastanti con quelle in cui, da secoli, una moneta era dominante. La risposta sarebbe l’anomalia odierna: “il paradosso di una moneta decisamente più forte e con un valore simbolico assai più chiaro rispetto alla volontà e alla vera consistenza economica, dei paesi che la esprimono”. La ragione più evidente di ciò è che “l’euro non è considerato una moneta politica ma si presenta agli occhi dell’immaginario mondiale come uno strumento molto tecnico, generato da una banca centrale neutra che sembra la più indipendente dalle pressioni e dalle scelte dei governi”… “L’euro sta diventando la principale moneta mondiale perché appare la più distante dalla politica e, forse, perché l’Europa viene ritenuta dal resto del mondo incapace di fare una propria politica”.

La tesi ha il pregiudizio che la politica sia solo potere materiale. Neppure di fronte al dato dell’Euro percepito moneta cardine, il pregiudizio è scalfito dal dubbio che ciò dipenda dal modo di porsi istituzionale dell’UE e non da bravure di esperti. Fin dall’inizio l’UE non volle essere un trattato di potere tra stati ma la costruzione a passo a passo di un tipo di istituzione fondata sull’esser diversi (tipico della cultura liberale) e non una struttura deterministica per sovrapporsi al cittadino. Fu un fattore evolutivo così robusto che in 35 anni raddoppiò i membri e divenne un riconosciuto attore mondiale. Poi a Maastricht ampliò  il suo trattato costitutivo in modo frettoloso e con una ridefinizione dei compiti più approssimativa.  I mutamenti hanno indotto anche strategie incerte e sottovalutato le conseguenze di alcune scelte, portando i cittadini ad allontanarsi. Eppure, nonostante questi intoppi da superare, l’UE (non l’ONU) resta, in ambito istituzionale, la strategia di libertà civile di maggior peso degli ultimi secoli. Nel mondo si avverte che la costruzione UE, col metodo dell’apertura a passo a passo tra gli Stati, rende più liberi i comportamenti dei suoi cittadini e dei suoi operatori economici. Il suo senso profondo è attivare meccanismi per limitare i poteri tradizionali al fine di ridurre le tentazioni di supremazia degli Stati e migliorare la convivenza tra diversi liberando energie.

A parte i ritardi sulle speranze – connaturati al metodo a passo a passo – il paradosso e l’anomalia dell’euro sono relativi alle tradizionali concezioni della politica intesa come potere. Corrose dall’infittirsi delle relazioni tra i cittadini nello stare ai fatti, che è una risorsa moltiplicativa nell’uso delle risorse materiali. Il serpeggiare dei conflitti democratici sui fatti non indebolisce la volontà dei paesi UE e irrobustisce la consistenza economica. L’euro non è una moneta cardine in quanto strumento molto tecnico generato da una banca centrale neutra, cioè l’abdicare alla politica. Lo è perché, pur con le incompiutezze, è figlio politico di paesi tra loro aperti e in procinto di aprirsi di più, capaci di darsi strumenti monetari vivi più che di potere (la BCE) senza semplificazioni statiche.

L’euro è percepito forte perché voluto da una concezione politica tesa a star più vicina al cittadino dei paesi membri nonostante il terrorismo, che non ritorna al passato e che rifugge i populismi di chi blatera di rinnovamento, non lo progetta e mantiene il potere fermo ai criteri vantaggiosi solo per chi lo gestisce.

 

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