Sul contrasto interessi fiscale (a Sergio Romano)

Caro Ambasciatore,

la Sua odierna ricostruzione del perché al fisco non piacciono le spese deducibili mette a fuoco il problema senza elusioni e senza partigianerie.

L’Amministrazione fiscale non vuole introdurre il contrasto di interessi perché diffida della diversa mentalità sistemica che così si attiverebbe. Ne verrebbe un meccanismo fiscale  più diffuso e automatico che ridisegnerebbe le funzioni della struttura, che allenerebbe i cittadini alla correttezza e che contribuirebbe a mutare la filosofia del rapporto Amministrazione Pubblica – cittadino.  L’attenzione sarebbe posta sull’ordinario funzionamento generale del sistema piuttosto che sulla vuota enfasi in materia di ricupero di imponibile attraverso controlli dal piglio vessatorio oppure in materia di annunci relativi a mirabolanti  evasioni  e di assai miseri ricuperi effettivi.

Una simile diffidenza dell’Amministrazione fiscale è assorbita, per molta ignavia e poca professionalità, da una classe politica che si è trasformata nel braccio secolare della Amministrazione sfornando “in materia fiscale interventi interpretativi sempre pro-fisco, nell’intento di realizzare maggiori entrate; …. ispirati, quindi, a garantire gli interessi di una delle parti.” Sono parole non di un tifoso liberale, bensì delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione ( sentenza 25506/2006).

Senza dubbio introdurre il contrasto di interessi significherebbe richiedere alla politica e all’amministrazione un impegno di tipo rivoluzionario ( studi elaborativi,  delimitare i settori professionali e i servizi più coinvolti,  atti di coraggio quali il sancire in questi settori il rimborso integrale dell’IVA per le persone fisiche). Ed in epoca repubblicana, un impegno del genere  avrebbe come solo precedente  la Riforma Vanoni nel 1951. Tuttavia senza un impegno di tipo rivoluzionario (tra l’altro neppure circoscritto nel settore fiscale), è ben difficile che il paese possa risolvere le sue difficoltà strutturali.

 

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