Egregio Direttore,
il suo fondo di stamani è un articolo importante perché indica con chiarezza ed efficacia la radice della malattia che corrode il nostro paese. Pertanto è un fatto positivo di per sé, non capitando quotidianamente che si trovino posizioni del genere sulla stampa.
Siccome condivido la Sua diagnosi, mi permetto di fare un’osservazione non sulla cura necessaria – che è implicita in quanto Lei ha scritto – ma su come sia possibile arrivare a farla adottare. A me pare che, essendo il liberalismo l’unico filone politico fisiologicamente portatore della cultura del rischio e dell’impresa, il rilancio di questa cultura in Italia passi necessariamente attraverso la capacità di colmare il buco di liberalismo che esiste ormai da molti anni nella politica italiana. La strategia alternativa – sparpagliarsi come liberali e penetrare come consulenti in organizzazioni politiche che si fondano su principi ben lontani e contrapposti alla cultura del rischio, per meglio poterle influenzare in una direzione liberale – si è dimostrata priva di ogni consistenza. Come Lei ha scritto icasticamente, “liberi sì, di non contare nulla”.
Credo ormai urgente la pratica terapeutica che consiste nell’aggregare quanti sono convinti della necessità di far divenire il termine “liberale” un sostantivo politico. Come in molti paesi europei, a cominciare dall’Inghilterra, e nel mondo. Si dirà che è una strada faticosa, ma è la sola che, mettendo al centro della propria azione la cultura del rischio e dell’impresa, può innescarne davvero il rilancio.

