La mistificazione peggiore sulla questione dei cittadini extra comunitari è sostenere che i problemi derivano dal decreto di fine anno convertito nella legge del 28 febbraio. La realtà è tutt’altra. La questione extracomunitari bolliva da tempo in pentola ma senza che ne venisse colta la portata. Rimaneva nel limbo dei problemi se non contingenti certo marginali rispetto alle grandi tematiche civili. Quella dei vu’ cumprà era cosa trattata con paternalismo, con i vecchi arnesi assistenziali, chiudendo gli occhi in nome del pietismo sulla pratica di arrangiarsi al di fuori della legge e nella clandestinità, ogni tanto con le sanatorie.
Poi la pentola è esplosa, risvegliando bruscamente dall’illusione un pò provinciale di essere geneticamente immuni dal virus della xenofobia e del razzismo. Allora è scattata in molti la molla della paura ed è serpeggiata la voglia delle scorciatoie tanto facili in apparenza quanto improdutive e illiberali nella sostanza. Il governo, con l’eccezione dei repubblicani, non ha perso la testa ed ha elaborato una risposta ragionata che non per caso ha finito per indurre alla responsabilità perfino la recalcitrante opposizione comunista.
La realtà è dunque che con la legge del 28 febbraio l’Italia ha fatto il primo passo concreto per una politica dell’immigrazione extracomunitaria che prima non c’era mai stata. Naturalmente un passo che sceglie una direzione di marcia. Quella di una convivenza civile più aperta, a livello internazionale con una più dinamica circolazione di idee, merci e persone, a livello interno con la prospettiva di condizioni di vita più dignitose per chiunque viva in Italia. E cominciando con il fissare il primo gradino del percorso, quello delle norme per regolare l’ingresso nel paese dei singoli e per delineare criteri di programmazione dei flussi complessivi di immigrazione secondo parametri di mercato. Così definita la direzione di marcia, la sanatoria ha assunto correttamente la veste di strumento per avviare la nuova politica dell’immigrazione extracomunitaria senza pesanti eredità negative e senza discriminazioni.
I liberali hanno dato un contributo importante a questa legge. Operativo e politico . Prima con la ferma e decisiva richiesta, accolta nelle concitate ore che precedettero il varo del decreto , di non ripetere il rito della sanatoria a sé stante senza agganci ad una generale politica sull’immigrazione. Poi presentando per primi fin dalla metà di gennaio degli emendamenti (in gran parte recepiti), per precisare le condizioni di ingresso e di permanenza per ragioni di lavoro collegandole alla realtà del mercato, per rendere più severe le norme contro l’ignobile racket che sfrutta il lavoro degli immigrati, per affinare le procedure di sanatoria del lavoro autonomo degli immigrati ed evitare privilegi nei confronti degli italiani. Infine mantenendo salda la bandiera della cultura liberale della ragione e della società aperta che La Malfa ha ammainato cedendo all’ammiccamento verso le tentazioni e i pruriti xenofobi.
Solo di passaggio desidero sottolineare che da parte di La Malfa si è trattato proprio di un calcolo elettoralistico ( seppur miseramente fatto naufragare dai marosi delle leghe che lo stesso apprendista stregone aveva eccitato) . Infatti a novembre ’89 il PRI, in un disegno di legge firmato dall’intero gotha del partito, sosteneva posizioni molto più “permissive” del successivo decreto Martelli. Poi un sondaggio rivelò che una parte della popolazione era fortemente contro la presenza degli extracomunitari e La Malfa si rimangiò il disegno di legge e cominciò a far serenate alle propensioni xenofobe proponendo la chiusura delle frontiere.
In ogni caso, per i liberali la legge è un primo passo nella direzione giusta ma solo un primo passo. Le frontiere sono restate aperte ponendo delle regole . Ma la questione dell’entrata non esaurisce il problema di dare regole alla convivenza. Le problematiche dell’immigrazione sono assai complesse, non sono questione contingente e devono quanto prima essere affrontate anche sugli altri aspetti che caratterizzano la cittadinanza, come le condizioni sanitarie, il lavoro, l’educazione, la casa.
Occorrerà un costante impegno di studio e di attenzione politica. La scadenza più prossima è la Conferenza Nazionale sull’ Immigrazione che si terrà dal 4 al 6 giugno e un altro appuntamento importante è il censimento previsto dal governo per l’ottobre del 1991. Ma problemi e questioni importanti sorgono tutti i giorni, a cominciare dalla necessità di far rispettare la legge sulla regolarizzazione o sul lavoro autonomo contro le propensioni di alcuni a riprendere la vecchia prassi degli occhi chiusi e del pietismo.
Insomma, la questione dell’immigrazione extracomunitaria si presenta come un problema strutturale per la società italiana. Probabilmente , secondo i dati più recenti, non raggiungerà le dimensioni di altri paesi europei né in ogni caso i livelli di pericolo che alcuni hanno voluto strumentalmente evocare. Resterà però un problema con cui fare sempre i conti perché consegue l’ingresso del nostro paese, specie delle sue regioni più ricche, nel gruppo dei paesi che hanno forti capacità attrattive economico sociali. E i conti bisognerà a farli a tutti i livelli, nazionali e locali, perché i primi studi sui flussi migratori sembrano mostrare che all’interno del paese vi è una forte articolazione zonale e interzonale. Come per tutti i problemi di libertà e di cittadinanza, i problemi non sono facili. E richiedono cultura, preparazione, intelligenza, rispetto dell’individuo. E poi regole. Perchè la libertà ha regole, non confini né colori.

