Il Consiglio Regionale commemora Enrico Berlinguer

PRESIDENTE. Ha la parola il consigliere Morelli.

MORELLI. Il cordoglio e i sensi del nostro rispetto, che avemmo occasione di trasmettere al Capogruppo consiliare e al Segretario regio­nale del Partito Comunista in occasione della scomparsa del Segretario Generale dello stesso Partito, avevano ed hanno le loro radici innan­zitutto nella considerazione di pieno rispetto per la serietà, la riservatezza, quel particolare modo di essere un protagonista politico nazio­nale e per certi tratti anche internazionale, con­servando il tratto della persona schiva, aliena dalla spettacolarità cui avrebbe potuto indurlo sia l’invalsa abitudine della nostra lotta politica e anche, se si vuole, l’appartenere a grandi movimenti di massa dove questo tipo di approc­cio può più naturalmente trovare naturale terre­no di sviluppo. E queste caratteristiche perso­nali e politiche del segretario del PCI, che erano alla base del cordoglio, non andavano disgiunte dal rispetto per l’opera politica che l’on. Brlin­guer aveva svolto in una non breve militanza politica, che anzi quasi sì identifica con la sua esistenza come uomo, lotta politica che al di là delle diversità che esistono caratterizzano e danno il senso a ciascuno di noi. Però aveva una lettura nell’arco degli anni, nel lungo perio­do, di uno sforzo inteso, almeno dal nostro punto di vista, a sottolineare le parti comuni delle battaglie democratiche e delle esperienze nei Paesi quale il nostro che si rifanno ad una cultura, cosiddetta cultura liberaldemocratica occidentale, coniugandola con il patrimonio delle nuove lotte che negli ultimi 70-80 anni hanno crescentemente caratterizzato il movi­mento dei lavoratori a livello italiano e internazionale.

L’uomo Berlinguer è un uomo che è riuscito a dare al suo partito dei contenuti di continuità, che però non si sedeva a contemplare se stessa. Senza dubbio il Partito Comunista, che in de­mocrazia come gli altri partiti ha, a livello di teoria, il diritto di essere partito di governo, si è avvicinato dalla teoria alla pratica, alla possibi­lità concreta di esserlo in virtù di un più aperto e certamente meno timodo e riservato ricono­scimento di alcuni valori di fondo del modo di essere democratici, del modo di difendere la libertà nel mondo, portando il proprio partito a pronunziarsi con sempre maggior chiarezza su ciò che del marxismo realizzato non può ogget­tivamente essere condiviso anche dai marxisti che hanno una esperienza diversa da quella che ha condotto alla realizzazione delle teorie del marxismo, però non rispettando certi vincoli didemocrazia e di libertà.

L’opera quindi del Se­gretario del Partito Comunista è un’opera che è stata altamente significativa, anche se non c’è dubbio che ha mantenuto vivi e vitali dei punti di caratterizzazione della sua natura di uomo che proviene dal teorizzatore della lotta di clas­se e comunque una visione marxistica, non disgiunta daaltre esperienze più strettamente per­sonali che, anche quando imboccava delle stra­de che pur avevano un fondamento, l’hanno portato sempre a dare un’interpretazione che manteneva al suo partito delle caratteristiche di diversità rispetto alle altre forze politiche e, in questo caso assai divergente anche dalla nostra. Basti ricordare l’interpretazione che dall’on. Berlinguer veniva data all’austerità, fatto neces­sario, ma da lui visto più in una chiave, oserei dire, moralistica e pauperistica, che non in quella più strettamente propria dell’efficienza, a noi più vicina e più connaturale; o l’appello, nel periodo dell’unità nazionale, alla democra­zia consociativa, che rispettava sì, soprattutto se paragonato al periodo precedente, cioè se visto come momento evolutivo, le necessità di dimostrare al Paese e a tutti che nei momenti difficili tutte le forze democratiche dovevano collaborare per la gestione del Paese, ma al contempo manteneva viva questa preferenza per la gestione unitaria nella quale il valore è sulla parola unità, preferenza che a nostro pare­re viceversa è una delle radici pratiche che por­tano spesso all’impossibilità, da parte delle for­ze del marxismo, là dove si realizza, a rispettare gli altri vincoli, di cui parlavo prima, di demo­crazia e di libertà. Ma senza dubbio questo sforzo di rispettare il metodo della libertà e contemporaneamente anche portare avanti quanto è sempre vivo e vitale dei principi anti­chi della lotta di classe che hanno fatto da motore all’esperienza del Partito Comunista è stato una spinta continua che ha contraddistin­to l’impegno politico come Segretario dell’on. Berlinguer e che, se non l’ha distaccato, come noi non crediamo, dai limiti del continuismo e della tendenza a impermeare la valutazione po­litica sull’egemonismo, pure ha mosso il Partito Comunista non in una direzione centrifuga ri­spetto alle necessità complessive della democra­zia italiana e rispetto al tentativo di fare politica in modo che segua i dettami e gli interessi delle classi lavoratrici secondo l’ottica marxista, ma che comunque rispetti pienamente il corpo e le modalità di funzionamento del sistema di de­mocrazie occidentali.

Tutto ciò ha fatto appro­dare alla democrazia, all’alternativas che non era più quella di sinistra e di classe ed era diventata l’alternativa diversa, che non è anco­ra l’alternativa classica del modello occidentale ma che comunque conserva in questo aggettivo «diverso» una sorta di ancora inespresse poten­zialità democratiche, se si vuole ancora un po’ chiuse nell’orgoglio legittimo di parte, dell’esse­re coloro che meglio sanno interpretare certe istanze o che almeno ritengono di essere carat­terizzati da questa particolarità, ma comunque si andava crescendo nel senso del capire che i Paesi Occidentali hanno bisogno dell’alternati­va perché più sono alternativi realmente e non si abbandonano al consociativismo – il che non vuol dire rifiutare, in particolari momenti, l’apporto di tutti – tanto più questi Paesi sono capaci di rispondere alle sempre nuove sfide che la libertà, il mondo civile e la particolare capa­cità di evoluzione dell’uomo propongono a tut­te le società organizzate.

In questo senso io credo che l’essere moderni vuol dire anche lar­gamente essere pragmatici, anzi, noi dobbiamo trarre da tutta questa vicenda la consapevolezza di come il popolo italiano abbia saputo cogliere nella morte di Berlinguer il grande principio della democrazia, secondo il quale ci sono av­versari e non nemici, e secondo il quale la politica non esaurisce le capacità umane, per cui esistono momenti tipo la morte, e quel tipo di morte impegnato politicamente, che richie­dono il rispetto di tutti non come atto formale ma come convinta adesione ad una visione del­l’uomo più ampia che non solo quella riferita alla sua dimensione politica.Ebbene, io credo che se c’è un pericolo che bisogna superare è quello di voler ridurre la modernità ad un qual­cosa che non comprende il pragmatismo. La modernità deve comprendere realisticamente l’esame delle cose, il saper commisurare le ri­sorse ai fini dei programmi, il saper capire che non esiste la verità rivelata e che nessuno ne è il depositario.

Noi non siamo fra quelli che ritengono che il clima determinatosi sopo la morte dell’on. Ber­linguer – così diverso dalla personalità dello stes­so scomparso che lo stesso non avrebbe umana­mente magari apprezzato, perché non stretta­mente rispondente al suo modo di essere nelle manifestazioni pubbliche in tutti questi lunghi decenni in cui è stato protagonista della nostra vita nazionale – questa emotività cioè c’è stata, sia disdicevole, perché è una risposta umana ad un caso umano. Ma io credo altrettanto che non vada pragmatisticamente sminuita. C’è stato un collega che ha detto che è superficiale chi dà troppa importanza a queste cose, Noi non ab­biamo allora assolutamente paura di dire che saremmo dei superficiali se pensassimo che il nuovo in Italia è stato colto solo da coloro che hanno dato un voto invece che un altro, Allora veramente ci dovremmo p reoccupare. Vogliono il nuovo diversi strati e gruppi sociali, e lo vogliono in modo differente, come si con­viene in un Paese pluralista, a diversi gruppi politici. Noi pensiamo che se dovesse andare avanti nelle prossime settimane questa lettura dell’opera di Berlinguer non si farebbe un buon servizio non solo all’on. Berlinguer e al suo tipo di impegno in questi anni, caratterizzato caso mai proprio, come si diceva prima, dallo sforzo di portare il proprio partito a esser sempre più un partito di lotta secondo ragioni. Ma non renderebbe nemmeno un servizio alla democra­zia italiana, perché essa ha bisogno di diversi che non siano estranei, ma diversi anche che non siano incomunicabili. Non ha bisogno del pìuralìsmo delle monadi di altri Stati, nei quali engono fatti esistere dei partiti per dire che isamo pluralisti. Il pluralismo vero è quello del­la comunicabilità e del confronto ed è quel pluralismo appunto di cui anche il capogruppo comunista parlava, cioè quel pluralismo che h visto tutto il Paese orgoglioso di una sua parte. Ma questo è un tipico valore di coloro che credono alla necessità di una diversità non inco­municabile, perché credono al fatto che distin­guersi e alternarsi nella gestione del potere non sia un difetto, un limite – questo limite del perdere secondo il giudizio degli elettori – ma al contrario è il modo più sicuro di garantire di volta in volta l’utilizzo ottimale delle volontà dei cittadini e dello sfruttamento delle risorse democratiche e fisiche. Per tutto questo noi pensiamo che l’on. Berlinguer, dal quale ci se­paravano e ci separano diversi giudizi, sia stata una persona che ha dato il suo contributo a sviluppare il nostro Paese, naturalmente dal suo punto di vista, secondo le dinamiche più proprie della nostra democrazia.

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