L’alternativa al compromesso (a Salvatore Carrubba)

A Salvatore Carrubba
e p.c. a Roberto Savasta, Gianmarco Brenelli, Lucio Lecis

Caro Salvatore,

la Tua lettera sulla Repubblica mi induce ad alcune riflessioni di cui mi permetto di rendere partecipi gli amici Savasta, Brenelli e Lecis. Si tratta certo di una “deviazione” da parte mia perché, scrivendoTi, se non riapro , comunque mi collego a questioni cui ho inteso da tempo mettere personalmente un punto. D’altro canto, alcune seppur discontinue esperienze comuni nelle nebbie del passato, costituiscono pur sempre un legame da cui non è facile sciogliersi del tutto. Abbi pazienza.

Dalla riflessione escludo innanzitutto l’ipotesi che quanto scrivi sia pura “propaganda ufficiale” che prescinda dai tuoi reali convincimenti. Primo perché non lo credo, secondo perché, se così fosse, l’oggetto di questa riflessione si trasferirebbe su questioni deontologiche o meglio di adeguatezza politica di certi machiavellismi. E non sarebbe davvero politicamente stimolante.

Neppure intendo soffermarmi sull’ipotesi che Tu, rifiutando la tesi dell’articolista di Repubblica (da Te riassunta con le parole “il mio partito si sarebbe autoescluso dalla maggioranza a causa dell’inserimento del PCI”) ne rifiuti in realtà il possibile sottinteso, per cui il conservatorismo democratico (il PLI) non può non uscire di scena quando fa la sua entrata il progressismo democratico (il PCI). Anche questa ipotesi non è degna di nota perché si riferisce ad un ragionamento del giornalista così infarcito di luoghi comuni da non meritare, tra di noi, alcuna attenzione.

Ciò detto, la mia riflessione non vuole rispolverare i sacri testi (le ripetute dichiarazioni ufficiali) di un recente passato (dal gennaio 1977 a quello scorso) per stabilire se la necessità “non tanto di essere anticomunisti, quanto di imparare ad essere liberali” non sia in realtà un fiorellino di questa primavera sbocciato sulle ceneri di colture tentate in precedenza e abortite: le elezioni anticipate prima, l’invalicabile netta distinzione tra area di governo e PCI poi, il palingenetico oltranzismo dei cento più di recente. Anche se così fosse, meglio tardi che mai.

Il punto su cui riflettere è un altro. Il nocciolo del Tuo ragionamento (una tipologia non personale, del resto) è che il compromesso tra le due egemonie va combattuto perché rafforzando ed esaltando il conformismo unanimista restringe e soffoca gli spazi di libertà. Giusto. Ma per avvertire la presenza del compromesso storico, quale criterio si vuole usare? Dalla Tua lettera non si capisce con assoluta certezza quale sia il Tuo pensiero al riguardo. Però, siccome lo scopo della lettera è indiscutibilmente quello di riaffermare le buone ragioni del partito, suppongo sia possibile rispondere tranquillamente con quella che è la tesi della Segreteria (certo non di tutto il partito): e cioè che il segno tangibile del compromesso storico è la presenza del PCI nell’area della maggioranza. Per cui tanto più il PCI è lontano dal governo, quanto più si allontana il compromesso storico. A parer mio, con questa risposta non si combatte il compromesso storico, anzi.

Infatti, facendo di nuovo arretrare l’impegno politico sul terreno ideologico (ideologico, bada bene, non metodologico) si finisce per vanificare la possibilità di un corretto funzionamento del sistema liberaldemocratico, e quindi si porta un contributo oggettivo proprio all’affermarsi di quei valori del compromesso che si vogliono avversare, vale a dire il conformismo e l’unanimismo.

Il solo metro giusto (in quanto non contraddittorio) è quello dei valori effettivamente praticati: nella vita quotidiana, nel fare politica, nel governare. In nessuno di questi tre ambiti il PCI, di per sé, possiede un tasso di vocazione al compromesso superiore a quello della DC, e neanche le masse delle bandiere rosse un tasso superiore a quello delle bandiere bianche.

Quanto alla vita quotidiana, cioè al modo di essere intimo della nostra società, i valori del compromesso sono ad essa profondamente connaturati. L’innegabile carattere distintivo di Berlinguer è appunto quello di aver colto la possibilità di usare ai propri fini un’onda di fondo dell’inclinazione del paese, quella storica del conformismo, della propensione massificante, del profondo disinteresse al senso dello Stato, dello scetticismo sull’origine del potere dal basso, derivante dalla convinzione che il potere ha le radici al di fuori della società e dell’organizzazione civile. Qui si fonda il compromesso storico. E il PCI è solo uno degli attori.

Quanto al fare politica, cioè la natura del dibattito tra i partiti, c’è l’antica abitudine di gareggiare solo nel presentare agli elettori il miraggio più seducente e rassicurante di un mondo ove tutto è risolto, o comunque in gran parte. Non vengono prese in considerazione le difficoltà concrete del convivere, che non sono un complotto né di classe né dei cattivi, ma contrasti reali ed effettivi o nel come destinare le risorse di cui è possibile disporre o nel c far funzionare ed strutture e servizi della società. La disattenzione ai fatti è pressoché assoluta. Proposte politiche sul come sciogliere i relativi nodi delle carenze e dei malfunzionamenti, non vengono considerate, né dai partiti che non redigono progetti immediati né dagli elettori che non appuntano l’attenzione sui risultati forniti dai governi passati. Qui si fonda il compromesso storico. E il PCI è solo uno degli attori.

Quanto al governare, cioè la natura degli obiettivi e dell’azione dirigente di chi è nominato dal Parlamento al vertice dell’esecutivo, si trasforma nell’esercitare un privilegio di potere fine a sé stesso, per il tempo che si riesce a farlo durare nel quadro di un più ampio sistema di rotazione che ruota intorno ad uno degli appartenenti al partito egemone. Si affievolisce sempre più lo scontro sulle idee di gestione – in generale nel nome della libertà dei cittadini e nello specifico programmatico di volta in volta – che è stato un quarto di secolo fa il cuore del dibattito politico. Sembra scomparire schiacciato tra la follia del terrorismo e il conformismo dell’unità dei non terroristi. Qui si fonda il compromesso storico. E il PCI è solo uno degli attori.

L’alternativa liberale al compromesso non può dunque che essere un’alternativa di valori non ideologizzati (cioè non dediti alla sicurezza e alla potenziale aggregazione di una nuova chiesa) bensì metodologici e comportamentali fondati sul cittadino. E in questa accezione è una battaglia che impegna chi la considera tale non solo per l’oggi e per il domani, ma senza fine.

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