Cronologia del Liberalismo 4,16

4.16  L’Europa arriva al Trattato di Maastricht – a) fino  elezioni CEE 1989. In Svezia, a metà settembre, si svolsero le prime elezioni dopo la morte di Palme. I Socialdemocratici del Primo Ministro uscente Carlsson vinsero di nuovo con larghezza, seppur perdendo tre eletti, i tre partiti moderati e conservatori ebbero tutti una certa flessione, e la maggior novità fu l’ingresso di Verdi in Parlamento con 20 eletti.
Negli Stati Uniti, in un clima di soddisfazione per la crescita economica in atto e di speranza perché il prevalere USA nei confronti dell’URSS era ormai percepibile, il giorno 8 novembre il repubblicano George Bush, vicepresidente uscente, vinse, in squadra con Dan Quayle, le Presidenziali, confermando la minorità dei democratici.
In Canadà , ove da fine luglio vigeva la prima legge al mondo che sanciva il multiculturalismo, le elezioni novembrine confermarono il Partito Progressista Conservatore del Primo Ministro Brian Mulroney, che aveva impostato la campagna sul libero scambio con gli Stati Uniti
Va sottolineato che sempre a novembre, il Consiglio Nazionale Palestinese proclamò lo Stato di Palestina e accettò le risoluzioni dell’ONU. Pertanto, in quell’occasione, pur senza esplicitarlo, riconobbe il diritto all’esistenza di Israele.
A metà dicembre, in Spagna, vi fu uno sciopero generale che paralizzò il Paese. Era contro il piano di occupazione giovanile. Costrinse il Governo González ad avviare un negoziato che ne rese evidente il distacco dalla base sindacale.
In Italia, l’inclinazione di Altissimo a sanare il contrasto nel PLI tra la vecchia e la nuova Democrazia Liberale, si completò al Congresso del dicembre 1988. Una maggior compattezza politica interna era del resto consigliata dal clima attorno al partito fattosi più ostile. Non per caso, il giorno di apertura del Congresso, Paolo Mieli su La Stampa sostenne che il PLI voleva sempre e comunque restare nei ministeri, lasciando capire che era troppo audace nel criticare la diarchia DC PCI. Pertanto per Altissimo – cui la destra liberista, con Antonio Martino, rinfacciava l’organigramma piatto del PLI nell’ultimo anno e mezzo – era utile sommare il suo 45% al 11% del suo vicesegretario Sterpa (meglio facendoci lista comune e garantendosi la maggioranza dei Consiglieri Nazionali) ma anche accordarsi con NDL al 15%. La linea politica confermava la chiara distinzione da Craxi e l’avvicinamento al PRI, in Europa già nel gruppo ELDR. Poi insisteva nel definire questo avvicinamento utile a mantenere il legame con il PSI sul comune disegno anticonsociativo, e nell’asserire che tale legame veniva reso più credibile appunto dal riequilibrio interno ai liberali con l’area che, quanto ai comportamenti sul campo, era più vicina alle spinte al cambiamento, sulle quali il PSI insisteva. Così, in accordo con NDL, al posto di Bozzi scomparso a settembre, Altissimo accettò Valitutti quale Presidente PLI, aggiunse come vicesegretari Patuelli (NDL) e De Lorenzo (DL), introdusse nell’esecutivo membri di NDL in settori operativi di rilievo. A sostegno del liberista Antonio Martino restò il gruppo di Biondi e di Costa, quel gruppo di Umanesimo che dopo Genova era stabilmente separato da NDL in termini di proposta politica. Proseguirono piccoli ma non rari segnali di distinzione nei rapporti tra Altissimo e Zanone (che in quel momento ricordava come sulla porta della casa laica doveva esserci la targa liberale).
In Belgio, il Governo Martens VIII attuò la politica in favore del decentramento. Nell’estate l’istruzione venne trasferita alle due comunità linguistiche e in seguito il Parlamento approvò il programma di autonomia regionale, affrontando anche le storiche tensioni linguistiche.
Nell’autunno il Parlamento francese approvò l’istituzione del Reddito Minimo di Inserimento, voluto dal Primo Ministro Rocard per garantire un’entrata a chi si trova in difficoltà economiche.
A fine dicembre ‘988, dopo le elezioni del mese prima, in Israele si formò un Governo laburista del Likud,  con Primo Ministro Shamir, vice Peres, e una coalizione di unità nazionale comprensiva del Partito Religioso sionista e di tre più piccoli partiti ultraortodossi.  
Nel gennaio 1989, il Presidente CEE Jacques Delors presentò un piano (poi approvato sei mesi dopo dal Consiglio Europeo)  con un programma  in tre tappe per  liberalizzare i capitali,  creare la Banca Centrale Europea ed introdurre una nuova moneta, l’ecu. Il piano suscitò l’interesse formale della Finlandia.
A metà febbraio 1989, si tenne in Italia un Congresso DC di particolare rilievo. Si impose una nuova maggioranza con un diverso progetto politico. Elesse nuovo Segretario Forlani al posto di De Mita. Forlani dichiarò di ritornare alla tradizione DC mai cedevole alle profferte del PCI e attenta al ruolo del PSI. In sostanza la linea aggiornata del preambolo seguita anni prima e interrotta da De Mita. Di fatto si rilanciava la linea di fermezza sulla centralità del governo DC con i suoi diversi alleati dell’area democratica e laica.
In Austria nella primavera 1989, il Governo, superando i dubbi sulla neutralità permanente, consegnò al Parlamento un rapporto favorevole ad aderire alla CEE. Qualche settimana dopo, il Parlamento dette mandato al Governo di chiedere l’adesione ufficiale alla Comunità Economica Europea.
I primissimi di maggio, il Governo olandese Lubbers (formato dall’Appello Cristiano Democratico – CDA e dai liberali del VVD) cadde dividendosi sul finanziamento del Piano Ambientale, visto che i liberali non vollero abolire alcune deduzioni fiscali sui viaggi dei pendolari. Da qui, la convocazione di elezioni anticipate nel mese di settembre.
Pochi giorni dopo, in Italia, in occasione del Congresso del PSI, il Segretario DC Forlani ebbe un incontro con Craxi in un camper in cui fu sancita la nascita dell’alleanza politica cardine per il successivo quadriennio: il CAF, acronimo di Craxi, Andreotti, Forlani. La prima conseguenza fu che Craxi chiuse il Congresso dichiarando terminata l’epoca del governo De Mita. Di fatto il CAF irrobustì l’accordo di pentapartito ma segnò il tramonto dell’ipotesi del polo laico. Infatti divenne ogni giorno più chiaro che l’obiettivo di Craxi, condiviso in pieno dal PSI, era quello di riuscire a divenire il rappresentante, con il 15% circa di voti, di tutta la sinistra intesa come speranza emotiva e dichiarazioni di principio. Il PSDI era incluso in via fisiologica, mentre il PCI avrebbe dovuto rassegnarsi a prendere atto della realtà. Il PRI e il PLI erano considerati alleati, seppur non sempre allineati. Nel mirino di Craxi non c’era più il condividere tra i laici il disegno di riequilibrio verso la DC per attrarre la scelta dei cittadini più inclini al cambiare.
Nelle medesime settimane, in Israele, il Governo propose un piano di pace mediante elezioni amministrative nei territori della Cisgiordania e di Gaza per scegliere dei rappresentanti palestinesi con cui negoziare un autogoverno. Il piano si impantanò perché i palestinesi intendevano presentare candidature legate all’OLP e Shamir lo rifiutava. Peraltro il confronto diplomatico proseguiva, soprattutto per spinta degli Stati Uniti.
Di nuovo in Italia, sul tema Europa, è importante ricordare che a giugno ‘989, insieme alle Elezioni CEE, si tenne un referendum consultivo, ad  oggi l’unico. Una scelta voluta da tutti, tanto che, per indire questo tipo di referendum non previsto in Costituzione fu necessaria una apposita legge costituzionale.
Il quesito di quel Referendum era: “Ritenete voi che si debba procedere alla trasformazione delle Comunità europee in una effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile di fronte al Parlamento, affidando allo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli Stati membri della Comunità?”. I quattro quinti degli aventi diritto andarono alle urne e i Si al quesito raggiunsero il livello 88% dei votanti. Tuttavia, come si potrà rilevare nel prosieguo della presente Cronologia, le chiare intenzioni degli italiani emerse nel referendum consultivo, non furono seguite nella sostanza reale delle vicende CEE, anzi furono contraddette.
Tornando alle elezioni per il Parlamento CEE, erano divenuti 12 i paesi membri al voto e i deputati da eleggere 84 in più. Un grande successo lo ebbero i socialisti che aumentarono gli eletti di 50 (in tutto 180), poi i Popolari un aumento di 11 (in tutto 121), i Liberali più 18 (in tutto 49), i conservatori moderati meno 17 (in tutto 34), i due gruppi Verdi Arcobaleno più 23 (in tutto 47), i due nuovi gruppi della Sinistra Europea ne ebbero 42, l’Alleanza Democratica Europea, cioè gollisti, Fianna Fail e parte di Nuova Democrazia greca, ne prese 20, la Destra ne ebbe 17, la Lega Nord ne ebbe 2. I Non Iscritti furono 12.  
Il dato più rilevante del nuovo Parlamento CEE fu l’ampia maggioranza relativa dei Socialisti. Nonostante le considerazioni raziocinanti fatte da Dahrendorf al Congresso di Liberal International mesi prima, il risultato del voto testimoniava che una fetta consistente di cittadini preferiva affidarsi alle promesse di giustizia nell’uguaglianza piuttosto che alle conseguenze effettive della politica fatta. Si tratta di una predisposizione non contingente, con cui dovranno sempre fare i conti i liberali, i quali insistono in ogni caso sullo stare ai fatti.
Di quelle stesse elezioni CEE, è istruttivo esaminare il risultato in Italia dell’intera area dei partiti laici confrontato con quello del 1984 (i votanti erano stati quattro milioni di meno). Ebbene, il PSI guadagnò 1,2 milioni di voti rispetto a cinque anni prima, l’inedita lista PLI-PRI-Pannella ne perse 1,8 milioni (sommando le singole liste) e la lista PSDI intorno ad altri 300 mila. Nel complesso, l’area del PSI sommata alle liste liberalrepubblicana con Pannella e del PSDI (in pratica il possibile polo laico) perse nel complesso intorno ai 900 mila voti. Un simile dato di fatto prova che Craxi aveva dato eccessiva importanza al guadagnare voti per il PSI senza curare il quadro della proposta politica. Gli elettori avevano colto che nessuno si applicava davvero al progetto laico e così non avevano scelto l’innovativa lista PLI-PRI-Pannella.
4.16 b) La caduta del Muro di Berlino – Insieme alle elezioni CEE, si tennero le politiche in Grecia e nella Repubblica d’Irlanda. In Grecia, con un sistema proporzionale, arrivò prima la moderata conservatrice Nuova Democrazia di Konstantinos Mitsotakis (ma con sei seggi meno della maggioranza assoluta) che superò il Primo Ministro Andreas Papandreou, sfiancato dallo scandalo bancario. Fu giocoforza ricorrere ad una coalizione anomala tra ND e la lista sinistre e comunisti, con il solo compito di avviare le indagini parlamentari contro Papandreou.
Nella Repubblica di Irlanda le elezioni legislative furono volute dal Capo del Governo Haughey, che pensava di raggiungere la maggioranza. Invece la sua lista del Fianna Fail arretrò a 77 seggi. Pertanto nelle tre settimane seguenti, per poter formare il Governo, ci fu la grossa novità della coalizione con i Democratici Progressisti, nati nel ‘985, per iniziativa di Desmond O’Malley, che facevano parte di Liberal International.  La loro linea era  ridurre la spesa pubblica, tagliare le tasse, promuovere il libero mercato. Erano contro la tradizione confessionale, e sostenevano la politica per legalizzare la contraccezione e il divorzio. Nel Governo con il Fianna Fail, i Democratici Progressisti ebbero il due Ministri, quello dell’Industria e quello dell’Ambiente, e un sottosegretario alla Protezione Ambientale.
L’estate del ‘989 – a parte l’impatto delle ultime elezioni CEE, nei paesi comunisti geograficamente contigui a quelli occidentali – si caratterizzò  per i segnali premonitori  della crisi strutturale della DDR. Iniziò l’Ungheria ad aprire le frontiere verso l’Austria, seguì il diffondersi a partire dalla Sassonia, nella DDR, di manifestazioni che invocavano democrazia, libertà di espressione e riforme. Queste manifestazioni divennero sempre più partecipate.
Il 6 settembre si tennero le elezioni anticipate in Olanda. I Cristiano democratici arrivarono primi con gli stessi seggi, mentre il liberale Partito della Libertà ne perse altri cinque, e i liberali di D66 aumentarono di tre. Nel nuovo Parlamento, la precedente coalizione di Governo Lubbers avrebbe mantenuto solo un voto di maggioranza.
La settimana successiva, a metà settembre, le elezioni norvegesi dettero un risultato molto diverso da quello di quattro anni prima. I Laburisti del Primo Ministro scesero da 71 a 63 eletti, i tre partiti dell’opposizione moderata passarono nel complesso da 78 a 62, i Socialisti di Sinistra da 6 a 17 ma la grande sorpresa fu il Partito del Progresso che da 2 eletti arrivò a 22. Quest’ultimo aveva fatto una campagna sull’onda del successo di due anni prima alle amministrative e con specifici punti assai aggressivi. Togliere i monopoli pubblici, abbassare le imposte, mettere in riga la burocrazia statale, forte critica allo Stato del benessere sia per l’inefficienza sia per la disponibilità ad accogliere gli stranieri. Anzi, l’intera campagna fu imperniata appunto sul contrasto all’immigrazione. Da un simile risultato elettorale, circa un mese dopo, nacque il Governo Syse, composto dai tre partiti che prima erano l’opposizione, appoggiati dall’esterno dal Partito del Progresso.
Nell’autunno del ‘989, nell’Alta Francia a  Creil, si verificò il primo forte dibattito a seguito dell’espulsione da scuola di tre studentesse che rifiutavano di togliersi l’hijab . Come succederà sovente, e non solo in Francia, il settore degli illiberali (purtroppo non piccolo) intendeva il seguire la propria tradizione religiosa – in fattispecie nell’abbigliarsi – quale diritto individuale che prescinde dalle regole pubbliche del convivere, concepite invece apposta per rispettare gli altri diversi. Per questo gruppo di cittadini, la laicità dello Stato non deve prevalere sulle pratiche religiose.
Va ricordato che nell’ottobre 1989, in Francia, il Governo Rocard, intendendo ridurre il deficit, per approvare un importante Piano Economico usò in Parlamento l’articolo della Costituzione che  consentiva l’approvazione senza voto parlamentare.
In Gran Bretagna, il Governo della Thatcher volle sperimentare un nuovo tipo di imposta, la Poll Tax, l’imposta uguale che ogni suddito doveva pagare nel comune ove risiedeva senza tener conto del proprio reddito e patrimonio. Intanto, nel 1989, introdusse tale imposta nella sola Scozia. La Poll Tax aveva lo scopo di costringere i governi locali a tagliare le spese così da non aver bisogno di alzare la nuova imposta.
Il 1° ottobre  la Danimarca divenne il primo paese al mondo a riconoscere legalmente le unioni civili tra persone di uguale sesso, introducendo le “unioni  registrate”.
Il 18 ottobre nella DDR, pressato dalle proteste di piazza, si dimise Honecker che non aveva l’appoggio di Gorbacev e che governava da poco meno di un ventennio. La sostituzione non ebbe però effetti concreti. Peraltro, nel giro di due settimane, la protesta si estese a Berlino, dove il 4 novembre si riunirono più di cinquecentomila cittadini chiedendo la fine del regime comunista. Cinque giorni dopo, il portavoce del Governo DDR annunciò in una conferenza stampa radiofonica (il motivo non fu del tutto chiarito) l’apertura dei blocchi sui viaggi all’estero. La notizia dilagò fulminea, portando migliaia di berlinesi in massa ai varchi di frontiera e a realizzare la caduta simbolica del Muro di Berlino dopo ventotto anni e tre mesi. Questo clamoroso avvenimento consentì nell’immediato il riunirsi dello stuolo di famiglie divise dall’abitare nelle due zone Ovest ed Est di Berlino. Contestualmente divenne l’occasione colta da Kohl, sorprendendo anche i quattro grandi, per avviare il processo diplomatico della riunificazione delle due Germanie. E questo evento ebbe ricadute dappertutto nel mondo.
In  Grecia, nell’ottobre 1989 , si raggiunse un accordo per gestire l’amministrazione ordinaria e la crisi economica con  un governo di transizione diretto dall’economista indipendente Zolotas, votato dai tre principali partiti.
In Olanda, a seguito delle elezioni di settembre, la coalizione di maggioranza divenne (7 novembre) l’accordo tra i Cristiano Democratici e il Partito del Lavoro , che insediarono il Governo Lubbers III, con il socialista Wim Kok vice e Ministro. Fu un Governo stabile impegnato nel risanamento del debito e nel moderare i salari.
In Italia la caduta del Muro di Berlino dette origine ad un nuovo quadro politico. Nel PSI – ove ormai cominciava a trasparire un certo appannarsi della lucidità di Craxi, sempre più minato dal  diabete – ci si illuse di poter dare quasi per scontato che sarebbero diminuite fortemente (quanto meno) le forti riserve di Occhetto e dei suoi nei confronti della linea craxiana, e che di conseguenza sarebbe arrivato l’appoggio per il cambiamento voluto dal PSI nella battaglia contro la DC. Nella stessa DC, non esistendo più il collante dell’anticomunismo internazionale, l’essenziale diveniva rimanere ad ogni costo centrali in Parlamento (a tal fine dividendosi ancor più sulla gestione interna, tanto che a metà febbraio tutta la sinistra DC abbandonò gli incarichi di partito che aveva). Nel PLI divenne presto chiaro come per i liberali  il nocciolo della linea politica non fosse più la difesa delle istituzioni da pericoli esterni (come all’epoca della Guerra Fredda)  ma evitare all’interno il distorto funzionamento delle istituzioni.
Una conseguenza emblematica della caduta del Muro di Berlino, fu all’inizio  dicembre   l’ incontro a Malta, volutamente in campo neutro, tra Bush e Gorbacev. La conferenza stampa conclusiva segnò la  fine della Guerra Fredda. Gorbacev disse che iniziava un lungo percorso verso un’era di pace duratura e Bush che gli Stati Uniti avrebbero sostenuto la ristrutturazione interna russa e una duratura cooperazione economica.
A metà dello stesso mese, il dittatore di Panama Noriega – che nella primavera precedente aveva annullato le elezioni vinte dall’opposizione, provocando tensioni con gli americani – dichiarò lo stato di ostilità verso gli Stati Uniti e il giorno seguente suoi soldati uccisero un marine disarmato. Una settimana dopo, Bush rispose invadendo Panama, destituendo Noriega , il quale prima si rifugiò nella Nunziatura Apostolica e i primi di gennaio si arrese, venendo arrestato ed incriminato per narcotraffico. Tutta l’operazione durò circa un mese.
Al fine di poter sfruttare il favorevole andamento economico, Felipe Gonzales, il Primo Ministro socialista spagnolo, sciolse in anticipo il Parlamento e portò alle urne nel dicembre ‘989. Riuscì nell’operazione, restando il primo partito seppure con la esatta metà degli eletti e non più con la maggioranza assoluta. Di nuovo distanziati furono secondi i moderati , che qualche mese prima si erano rifondati, passando dal postfranchismo al Partito Popolare , ottenendo con il nuovo leader Aznar 2 seggi in più.  Il Centro Democratico dell’ex Premier Adolfo Sanchez – divenuto la primavera precedente Presidente di Liberal International – rimase all’opposizione ma nei mesi seguenti assunse una linea disponibile nei confronti del Governo.
Una grande questione aperta dalla caduta del Muro di Berlino, emerse il 31 gennaio 1990 in un discorso in Baviera del Ministro degli Esteri tedesco, il liberale Genscher. Escluse che la NATO, al fine di rispettare la sicurezza sovietica, si espandesse nel territorio verso est. All’epoca e nei primi tempi successivi, parve una conferma della situazione che andava ribadendosi nei vertici internazionali. Quanto accadde a poco a poco negli anni seguenti, dimostrerà che non era davvero così per tutti gli occidentali.
In Svezia, fin dall’ultimo semestre dell’anno prima, la robusta inflazione e la crescita fuori controllo delle retribuzioni pubbliche, portarono il Governo Carlsson (governo monocolore di minoranza con l’appoggio esterno della Sinistra comunista) ha presentare un pacchetto di austerità assai incisivo: fermati gli aumenti dei salari, blocco dei prezzi e scioperi vietati per due anni. Non riuscendo a far approvare il pacchetto, il Governo Carlsson si dimise a metà febbraio.
Gli oppositori non furono però in grado di costruire un’alternativa, Così dopo qualche settimana, Carlsson fu incaricato di varare un nuovo governo e lui varò un monocolore socialista di minoranza, stavolta senza l’appoggio esterno della Sinistra comunista. Per fare approvare le leggi finanziarie e i decreti anticrisi, questo secondo governo negoziò accordi e il sostegno parlamentare esterno dei liberali del Partito del Popolo (FP).
Il Partito Socialista francese tenne il suo Congresso a Rennes nel marzo 1990. Ci furono violente spaccature interne tra i sostenitori di Laurent Fabius e quelli di Lionel Jospin, il quale intendeva unire il rigore economico ai valori di una società socialista. In pratica, ne uscì ridotta la capacità di guida socialista, nonostante la notevole popolarità di Mitterrand.
Negli stessi giorni, nella Germania Est si svolsero per la prima volta elezioni parlamentari democratiche. Prevalse in modo netto la coalizione di centro destra Alleanza per la Germania, sostenuta dalla CDU della Germania Ovest, che premeva per la rapida unificazione tedesca.
In quelle settimane si stava svolgendo a livello internazionale il dibattito sul progetto presentato ad inizio anno dal Segretario di Stato USA, quale sviluppo del piano di pace predisposto dal Governo Shamir nella primavera precedente. In Israele, mentre in Cisgiordania proseguivano episodi di intifada, il confronto sul piano americano portò i Laburisti, favorevoli al piano USA a dividersi dal Likud di Peres che erano contrarissimi. Allora Peres riuscì a fare un accordo segreto con i partiti religiosi, perché votassero una mozione parlamentare che portò a sfiduciare il Governo. Così cadde Shamir.
Nel medesimo periodo, in Belgio, nella coalizione di governo emersero forti attriti nel dibattito sulla interruzione volontaria di gravidanza, un tema che coinvolse profondamente anche la sensibilità del Re Baldovino.   Il quale, dopo che la legge era stata approvata in Parlamento, il 30 marzo scrisse al Primo Ministro manifestando la sua crisi di coscienza. Tre giorni dopo il Consiglio dei ministri dichiarò che il Re era temporaneamente impossibilitato a regnare. Ciò consentì al Governo di promulgare la legge. Dopodiché, il Parlamento reinsediò sul trono Re Baldovino il 4 aprile.
Ancora ad inizio aprile, il Governo Thatcher introdusse in Inghilterra e in Galles la Poll Tax fio ad allora vigente solo in Scozia. Di nuovo scoppiarono polemiche e disordini diffusi.
In Italia, i primi di maggio si svolsero le elezioni regionali. In genere seguirono le tendenze dell’ultimo periodo. Crescita del PSI di quasi il 2% (arrivando al 15,3%), stabile la DC, crollo del PCI che perse più del 6% (rimanendo poco sotto il 24%), calo netto del MSI (-2,6% fino al 3,9%), conferma dei risultati delle Europee per le due liste verdi e per gli Antiproibizionisti, lievi flessioni per PRI, PSDI, DP, PLI. Ci fu peraltro la grande sorpresa della Lega Nord. Guadagnò il 4,5% divenendo il quarto partito nazionale con il 5,4%, ma soprattutto arrivando in Lombardia a sfiorare il 19% e superando in volata il PCI.
La crescita della Lega era un fatto talmente nuovo, seppure nelle sue forme di proposta rozza, che non se ne colse senso e potenzialità. Nella sostanza era l’avvisaglia che gli elettori erano insoddisfatti dei governi, che non si fidavano più abbastanza dei partiti tradizionali (lo slogan onnicomprensivo della Lega, era “Roma ladrona”) e percepivano lo sbloccarsi della situazione dopo la caduta del muro di Berlino.
In Grecia, il periodo di transizione si concluse nel maggio del 1990 con il giuramento del governo di Konstantinos Mitsotakis. Il nuovo esecutivo di centro-destra invertì le politiche economiche stataliste degli anni ottanta, inaugurando una stagione di apertura al mercato, di tagli alla spesa pubblica e di risanamento del bilancio.
Nel mese di giugno, si concluse la crisi israeliana con la nascita di un nuovo Governo Shamir, con una coalizione dei partiti del precedente Governo eccetto i Laburisti e con l’aggiunta del Nuovo Partito Liberale  (deputati usciti dal Likud come Israeli Liberal Group, che ad ottobre entrò in Liberal International), di due partiti ultranazionalisti, di due indipendenti e di un appoggio esterno. La coalizione del nuovo Governo Shamir aveva la maggioranza assoluta.
Nel giugno del 1990, in Canada, con Ii fallimento del patto del Lago Meech (stretto per indurre il Québec a firmare la Costituzione canadese del 1982) si riaprì una profonda crisi nazionale che acuì il separatismo dei cittadini francofoni.
In Portogallo, proseguiva il solido Governo socialdemocratico di Cavaco Silva, che nella CEE seguiva una linea di integrazione e che all’interno era impegnato nell’aggiornamento costituzionale (introdotto tra l’altro il referendum) e nel proseguire con ritmi rapidi il realizzare la transizione alla libertà di mercato. Il buon successo alle amministrative nelle grandi città ottenuto nell’inverno precedente dal Partito Socialista, non aveva mutato il quadro nazionale.
All’inizio luglio fu fatto un ulteriore passo avanti in vista della riunione delle due Germanie. Divenne vigente il trattato che unificò i due sistemi economici dei due Stati. Sostituendo la valuta dell’Est con il marco della Germania Ovest, con un rapporto fissato in tre valori. Alla pari,  per gli  stipendi, le pensioni,  gli affitti e i depositi bancari fino ad una soglia limite differenziata a salire  per i minori, per  gli adulti e per i pensionati; il rapporto due ad uno, nel caso di risparmi superiori ai limiti stabiliti, ai debiti aziendali e ai mutui; il rapporto tre ad uno, nel caso di denaro acquistato sul mercato nei giorni della riforma monetaria.
Sempre in estate, in Canadà, scoppiò un conflitto armato tra la comunità nativa dei Mohawk e la municipalità di Oka nel Québec, a causa di una disputa territoriale in cui dovettero intervenire polizia e ed esercito. Al tempo stesso, siccome si stava verificando una forte frenata economica, il Governo canadese impose dure misure fiscali e monetarie per frenare l’inflazione e gestire il deficit pubblico.
In Italia, a fine luglio, si stava discutendo in Parlamento la legge di riforma del sistema radiotelevisivo predisposta dal Ministro repubblicano Mammì, che dava il via alla trasmissione in diretta di tutte le emittenti private. La sinistra DC, insoddisfatta per gli scarsi risultati derivati dalle dimissioni di qualche mese prima, prese spunto dal complicato percorso parlamentare, sia per utilizzare a proprio favore la forte avversione del mondo RAI, asserragliato a difesa dei suoi privilegi, sia per inserirsi nel nuovo corso del PCI e far sorgere una forte attenzione con la quale ribaltare la posizione del CAF (l’Unità scriveva perfino che quella contro la legge Mammì era una battaglia di libertà).
Quando , su spinta di Craxi, venne posta sulla legge Mammi la fiducia tesa a neutralizzare i franchi tiratori della sinistra Dc che era contraria, allora la stessa sinistra DC – regista il Presidente dimissionario De Mita – fece dimettere in modo irrevocabile i suoi  cinque ministri Fracanzani, Mannino, Martinazzoli, Mattarella, Misasi del Governo Andreotti (più una dozzina di sottosegretari) con l’obiettivo di far cadere il governo, di imbrigliare il pluralismo televisivo e di seminare il conformismo del dominio DC sensibile al PCI.
La crisi non ci fu (con il pieno avallo del Presidente Cossiga che diceva di conoscere solo i partiti e non le correnti). Andreotti accettò subito le dimissioni, sostituì all’istante i cinque ministri dicendone i nomi in Parlamento, ottenne la fiducia e in una settimana fece approvare la legge Mammì prima alla Camera a scrutinio segreto e poi in Senato. Un chiaro successo del CAF.
In polemica con De Mita, Altissimo scrisse su Repubblica ”i liberali sono stanchi di una TV di Stato alimentata col denaro dei cittadini e divisa tra i tre partiti maggiori. Per questo il Pli si diceva per il sistema misto pubblico-privato e la sinistra democristiana gli pareva interessata non a una legge d’interesse generale, ma a conservare il suo ruolo predominante nel settore dell’informazione”.
4.16 c) La Dichiarazione dei diritti Islamica – Nel decennio appena trascorso, sull’argomento Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo si erano molto intensificate le riflessioni negli ambienti musulmani, in particolare negli ambienti degli Stati. Venne così deciso, in materia, di redigere una nuova dichiarazione redatta a livello pubblico. Di conseguenza, i primi di agosto del 1990 uscì la Dichiarazione del Cairo. Aveva lo scopo di non riconoscere l’universalità della Dichiarazione ONU del 1948, che giudicava solo un pregiudizio, visto che  era stata decisa coinvolgendo solo un quarto della Lega Araba o della Conferenza Islamica. Per di più tenendo conto come, nella stessa Dichiarazione del Cairo, l’islam rivendichi il merito di essere stato il primo a riconoscere i diritti dell’uomo già quattordici secoli fa.
Le difficoltà dei musulmani di accettare i Diritti Universali dell’uomo versione ONU derivano dal diverso fondamento del diritto e non meno dai contrasti nei diritti specifici. Nella versione ONU il fondamento del diritto è l’uomo stesso, dotato di prerogative che derivano dal suo essere umano; nel diritto musulmano il fondamento del diritto è Dio, nel senso che Dio è soggetto ultimo dei diritti, cui corrispondono doveri da parte dell’uomo, e nel senso che la volontà di Dio determina diritti e doveri reciproci tra gli uomini.
Nella visione islamica, pertanto, la volontà di Dio circa l’uomo si esprime nel Corano e nella Sunna, e da queste due fonti principali viene poi ulteriormente specificata nella sharia, il vasto corpus del diritto islamico, legittimato dalla rivelazione, attraverso cui il volere divino trova concreta applicazione nell’ordine sociale. Perciò la sharia è superiore a qualsiasi legge frutto di iniziativa umana.
Si tratta di un punto chiave per la grande maggioranza degli studiosi dell’Islam. La preminenza della Rivelazione divina è indiscussa (“l’islam è la religione naturale dell’uomo”) e implica l’avversione alla ragione e all’individualismo come fonti del diritto. La priorità è data ai doveri del musulmano verso Dio, non ai suoi diritti come cittadino e individuo.
Il diritto musulmano classico si articola su due fondamentali diseguaglianze, quella tra uomo e donna, e quella tra musulmani e non musulmani. I diritti umani vanno di pari passo con la religione. In base a tali disuguaglianze, la donna musulmana non può sposare un non musulmano (con tutte le gravi complicazioni di stato civile che potenzialmente si pongono tra i paesi di residenza e quelli di origine), non c’è diritto di cambiare religione, né quello di scioperare e di costituire sindacati.
Nella convivenza musulmana è nettamente prevalente la concezione conservatrice. Si fonda su precise convinzioni. Primo è assurdo paragonare la religione islamica, cioè un dato sacro e trascendente, e la civiltà occidentale, ovvero un dato storico concreto. Secondo la rivendicazione dei diritti umani, che sono uguali rispetto al colore della pelle, alla razza, alla lingua e alla nazionalità, ma diversi quanto al sesso e alla religione.
Esiste peraltro anche una linea pragmatica. Messa in campo dall’allora presidente egiziano Sadat, si sforza di adattarsi ai problemi della modernità, innovando con cautela la tradizione del diritto musulmano classico. La linea pragmatica fu considerata non conforme alla sharia, e perciò da subito ostacolata da molti tribunali, con l’appoggio sia dei dottori della Legge tradizionalisti, sia dei movimenti islamisti. Basta questo cenno per far capire che la spinta dei liberali al cambiare le regole del convivere al passar del tempo, cozza ovunque contro la cultura conservatrice che vorrebbe mantenere statiche le modalità del convivere.
Va anche segnalato che all’epoca si stava profilando, accanto al mondo di religione islamica, anche il formarsi di una cultura del mondo del nazionalismo arabo che non condivideva l’islamizzarsi istituzionale ed era incline a costruire uno stato di tipo laico.
4.16  d) La redazione del nuovo Trattato CEE – In quell’agosto, in Finlandia, il Partito rurale uscì dalla coalizione di governo a causa di forti disaccordi sulla politica sociale interna. La coalizione del Governo Holkeri (che oltre i conservatori, comprendeva i socialdemocratici, e il Partito Popolare Svedese di Finlandia) rimase in carica disponendo ancora della maggioranza.
Nelle medesime settimane, a seguito dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, gli Stati Uniti, con l’assenso dell’ONU, organizzarono una vasta coalizione internazionale cui prese parte anche l’Italia per aiutare la liberazione del paese.

In Svezia c’era da qualche mese  una robusta recessione economica insieme ad una forte disoccupazione. Alle elezioni legislative del 15 settembre 1991 , il Governo Carlsson subì una netta sconfitta  (quasi sette punti percentuali e 18 eletti in meno) e venne sostituito da una coalizione di minoranza con a capo  Carl Bildt , del Partito Moderato, comprendente  altri tre partiti , i Popolar Liberali, il Centro e i Democratici Cristiani, in tutto 171 seggi su 349, e con l’appoggio esterno di Nuova Democrazia, un nuovo partito di destra rigido  che aveva intercettato il malcontento e che assicurava con l’appoggio esterno una netta maggioranza parlamentare. Il nuovo Governo Bildt adottò subito una linea di privatizzazioni, di tagli alla spesa , tesa a salvare il sistema bancario anche con riforme del welfare.
A metà settembre, venne sottoscritto a Mosca il Trattato sullo stato finale della Germania tra le due Germanie e le quattro potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale. L’accordo restituì la piena sovranità alla Germania e ottenne il via libera di Gorbacev per la permanenza tedesca nella NATO.
Il 3 di ottobre, la DDR cessò formalmente di esistere e i suoi territori vennero incorporati all’interno della Repubblica Federale Tedesca, segnando la nascita della Germania unita.
Quattro giorni dopo le elezioni austriache confermarono il primo posto ai Socialisti con lo stesso numero di eletti, il calo consistente dei Popolari (meno 17 seggi), la crescita di Haider (da 18 a 33 eletti) e il lieve aumento dei Verdi con 10 seggi. Restò l’alleanza tra Socialisti e Popolari con il medesimo Cancelliere Vranitzky.
A ottobre il Congresso degli Stati Uniti approvò un massiccio pacchetto di emendamenti alla legge sull’aria pulita, introducendo un sistema di mercato per ridurre le emissioni industriali responsabili delle piogge acide e dell’inquinamento atmosferico.
I primi di novembre, in Norvegia Il governo si sciolse perché diviso sulla politica europea. Il Partito Centrista (fortemente contrario all’integrazione europea per tutelare il settore agricolo) ritirò il proprio sostegno perché contrario ai negoziati sullo Spazio Economico Europeo. Venne sostituito dei laburisti con il terzo governo di Harlem Brundtland, monocolore senza maggioranza precostituita.
Nello stesso novembre, venne eletta Presidente della Repubblica Irlandese. Mary Robinson, una giurista nota a livello internazionale sostenuta dal Partito Laburista (la prima donna a ricoprire la massima carica dello Stato). Contemporaneamente, nel paese era in corso una inversione rispetto alla recessione degli anni ottanta, il PNL aumentò ed iniziarono ad affluire gli investimenti europei.
In quelle medesime settimane, in Gran Bretagna, il Governo si spaccò sul rapporto con la CEE. Si dimise Geoffrey Howe, il Vice Primo Ministro, attaccando in Parlamento l’euroscetticismo della Thatcher. La quale si dimise. Nel Partito Conservatore si aprì la gara per succedere alla Thatcher, vinta da John Major, che venne nominato Primo Ministro il 28 novembre.
Nella parte finale dell’anno si espansero sempre più le forti tensioni internazionali conseguenti all’invasione, nell’agosto, del Kuwait attuata dall’Iraq di Saddam Hussein. Gli Stati Uniti, al fine di mantenere compatto il fronte arabo anti-Saddam, chiesero esplicitamente a Israele di rimanere fuori dal conflitto. Si stava creando una fase di forte tensione geopolitica.
Nel frattempo, nei paesi della CEE, si era saldato un asse tra la Francia il cancelliere Helmut Kohl. Un asse che andava sviluppando i negoziati conclusivi per gettare le basi del Trattato di Maastricht.
In Danimarca, ci fu una crisi legata alle difficoltà economiche cui la maggioranza non resse. Si arrivò quindi il 12 dicembre alle elezioni, che riconfermarono il fragile equilibrio parlamentare su cui il Primo Ministro Schlüter  restò al governo fino al 1993.
In Grecia, con lo scopo di  preparare il Paese ai parametri del Trattato di Maastricht il governo Mitsotakis effettuò duri tagli alla spesa , accompagnati da una serie di privatizzazioni. Questo provocò una ondata di scioperi generali e di proteste. Inoltre, a cavallo tra la fine dell’anno e l’inizio ‘991, una controversa riforma della scuola da parte del Governo, provocò l’occupazione di tantissimi istituti. Addirittura a gennaio venne assassinato un docente di sinistra da militanti della destra giovanile, fatto che indusse a dimettersi il Ministro al ramo.
A gennaio del ‘991, ci furono in Portogallo le elezioni per il rinnovo del Presidente della Repubblica. Venne confermato a larga maggioranza l’uscente Mario Soares, socialista, contro cui i Socialdemocratici al Governo non avevano presentato un candidato contrapposto.
A Londra, a febbraio l’IRA compì due clamorosi attentati.  Prima , il 7 , un furgone sparò tre colpi di mortaio contro la residenza del Primo Ministro al 10 d Downing Street  durante una riunione di gabinetto (non ci furono vittime). Una decina di giorni dopo, furono lanciate due bombe a stazioni ferroviarie del centro, Paddington e Victoria. Nella prima, nottetempo , furono fatti solo danni al tetto, nella seconda all’alba ci furono un morto e una quarantina di passeggeri feriti.
In Medio Oriente,  l’Iraq di Saddam Hussein lanciò una quarantina di missili Scud contro Tel Aviv e Haifa con lo scopo di spingere Israele a reagire dividendo la coalizione arabo-occidentale. Il Presidente Bush convinse Israele a non reagire, in cambio di un forte sostegno economico e militare in specie con i sistemi di difesa Patriot.
A marzo 1991, in Finlandia  le elezioni videro dopo un trentennio sconfitti i Socialdemocratici, senza più la maggioranza relativa. Dalle urne uscì  un governo di coalizione centro-destra, diretto dal Partito di Centro, Primo Ministro Esko Aho, membro di Liberal International, che comprendeva i conservatori della Coalizione Nazionale, i Popolari svedese di Finlandia, altro membri di Liberal International, e la Lega Cristiana. Il Governo di Esko Aho dovette fronteggiare una grave crisi economica, derivante per lo più dal crollo degli scambi commerciali con l’URSS.
Il 15 marzo 1991, con l’entrata in vigore del Trattato sullo stato finale della Germania, cessarono i diritti dei quattro vincitori della Seconda Guerra Mondiale e la Germania unificata riacquistò la piena indipendenza. Il nuovo status richiese una dura gestione economica, imperniata sulla chiusura o la cessione di migliaia di imprese pubbliche della parte orientale, con una crescita della disoccupazione al 10% nello stesso anno.
Nelle medesime settimane, il Primo Ministro britannico John Major  abolì la Poll Tax voluta dalla Thatcher ed aumentò l’IVA dal 15% al 17%. All’inizio di aprile, in Germania venne assassinato dalla Rote Armee Faction il presidente della dell’Ente pubblico incaricato di liquidare le imprese della ex DDR.
In Italia, intanto, il quadro politico si stavano gonfiando due diversi fenomeni. Uno era la crescita della Lega Nord alimentata dallo spirito autonomistico dei cittadini del Nord (i quali in sostanza rammentavano che governare significava decidere non solo dibattere a vuoto e far prosperare i privilegi amicali). L’altro era il ricorso ai referendum abrogativi, la cui funzione integrativa della democrazia rappresentativa veniva mischiata al sogno di sostituirsi al parlamentarismo facendo decidere direttamente al cittadino.
In quel momento si era prossimi al Referendum sul togliere o meno il voto di preferenza plurimo (nei dibattiti TV il PLI era favorevole a toglierlo). Eppure nei partiti più grossi, DC, PSI (ed anche il PCI che aveva mutato nome ed ora si chiamava PDS) si seguiva l’andamento con distacco, proseguendo nel confronto tra le rispettive proposte con le solite modalità ideologiche. Il PDS non mutava la pretesa di costituire l’unico punto di riferimento per giungere ad un reale mutamento nelle istituzioni del paese (in verità concepito secondo la sua impostazione rivolta al passato) e capace di dirigere le reazioni civili esterne. Nella DC, continuava lo stretto rapporto tra il Segretario Forlani ed Andreotti all’interno del CAF che stava dominando l’impostazione del pentapartito. Però la solidità era sull’indirizzo di mantenere distante il PDS in materia di governo (e quindi sul pentapartito), non sul come fare le riforme istituzionali e su quali dovessero essere. Al punto che la DC non condivideva la proposta di Craxi del Presidenzialismo e tra le righe pure non apprezzava che il Presidente della Repubblica condividesse quella proposta.
Sull’argomento fiorirono polemiche pubbliche, che coinvolsero anche il Presidente della Repubblica. Andreotti non riuscì a controllarle e, senza dibattito alle Camere (era purtroppo divenuta un’abitudine, che alimentava il discredito dei partiti e la sfiducia nel Parlamento), si dimise per formare il suo settimo governo, ancora pentapartito (prima metà aprile ’91), che ponesse l’accento sulle riforme istituzionali. In apparenza all’improvviso, scoppiò il rifiuto dei ministri del PRI di giurare, poiché Andreotti aveva accettato il veto del PSI sul fare Galasso nuovo ministro delle Poste al posto di Mammì. Così il PRI uscì dal governo che restò a quattro. Fu chiaro che il pomo della discordia era, non il mantenere l’indirizzo della legge Mammì sulla TV, bensì la linea istituzionale di Craxi non apprezzata dai repubblicani.
Negli ultimi mesi il PLI aveva lavorato su alcuni testi di legge. Due modifiche costituzionali (uno l’elezione popolare del Presidente della Repubblica, l’altro il riassetto del potere esecutivo, con funzione legislativa della Camera e funzione di controllo del Senato sul Governo e sull’Amministrazione Pubblica), e due modifiche per leggi elettorali (alla Camera doppio turno in Collegi uninominali, al Senato elezione per un terzo affidata ai Consigli regionali, per un terzo a collegi uninominali a maggioranza semplice, per un terzo in Collegio Unico Nazionale con metodo proporzionale). Tale riforma fu detta un semi presidenzialismo alla francese che dava gran rilievo alle scelte dei cittadini e snelliva le istituzioni in base all’esperienza. Zanone non la apprezzava, trovandosi più vicino all’impostazione prevista nel progetto DC, certo meno innovativa, di rifiuto di ogni forma di presidenzialismo.
Sempre sulla linea istituzionale, fu confermato il dissenso tra Altissimo e Zanone al XXI Congresso PLI a metà maggio ’91. Zanone fece nella sostanza un discorso di opposizione (senza chiamarlo così), criticando apertamente il sistema alla francese (“svantaggerebbe gli altri meno di noi”) che Altissimo nella relazione aveva messo al centro della sua linea imperniata su semipresidenzialismo e su elezione diretta del Capo dello Stato senza far venir meno la centralità del Parlamento. Alla linea Zanone, si contrapponeva la richiesta di NDL che, con Morelli, confermava come per il PLI fosse essenziale anche in questo settore la cultura del cambiamento. Alla fine al Congresso vennero approvati tranquillamente il semipresidenzialismo e il doppio turno di Collegio. Peraltro, questo progetto del PLI, quando pochi giorni dopo fu depositato in Parlamento, venne firmato da Altissimo da solo senza il Capogruppo alla Camera Battistuzzi che faceva parte del gruppo Zanone.
Sugli altri temi, Altissimo al Congresso, in polemica contro la finta disponibilità di certa sinistra DC e PSI, insistette sul fatto che “in economia la privatizzazione c’è quando lo Stato vende oltre il 49%” . Da rilevare che, per due giorni, ci fu poi una discussione molto accesa su una delle Tesi Congressuali che conteneva una valutazione sul ruolo del Papa. Questa Tesi era stata filtrata dalla Commissione preparatoria (coordinata da NDL) e in tutte le Assemblee precongressuali, ma Zanone e Sterpa ne proposero l’abrogazione. Con la supervisione della Segreteria venne redatto il seguente emendamento: “Accanto alle funzioni spirituali, che i liberali da sempre rispettano, nelle iniziative della Chiesa e nelle parole del Papa, espressione di una cultura lontana, emergono indirizzi di integralismo e valutazioni di merito che si muovono in senso illiberale e tendono ad introdurre criteri confessionali nelle attività delle funzioni pubbliche, rallentando con ciò la maturazione in senso laico della società italiana”. L’emendamento venne approvato senza problemi.
Il Congresso si concluse con un percepibile aumento nel voto finale dei due gruppi di maggioranza. Il vertice, a seguito della scomparsa poco tempo prima   del Presidente d’Onore Malagodi, venne attribuito a Valitutti il posto di Malagodi e a Zanone il ruolo di Presidente con Vice Morelli, Cassinelli e Taormina. Alla Segreteria venne confermato Altissimo con Vice Patuelli (vicario) e Savasta. Quanto alla linea politica, venne accentuata la prospettiva di un liberalismo attento a promuovere le scelte mature – all’epoca, i diritti e le questioni sanitarie messe in campo dal Ministro De Lorenzo – lasciando irrisolti (e cronici) i dissidi visibilmente serpeggianti con il gruppo Zanone.
Nel medesimo periodo, in Francia, restava alto il tasso di disoccupazione e si susseguivano scandali finanziari. Ciò rendeva impopolare il Partito Socialista. Per ovviare, Mitterrand il 15 maggio mutò Primo Ministro, sostituendo Michel Rocard con Édith Cresson, prima donna alla guida del Governo.
A fine maggio , in Spagna ci furono le elezioni locali, in cui il Partido Popular  – formazione conservatrice con a capo José María Aznar che due anni prima aveva sostituito l’Alianca  Popular – erose non poco i socialisti, specie nelle grandi città. Si verificò un tracollo del Centro Democratico che indusse alle dimissioni il suo Presidente e fondatore Adolfo Sanchez, ex Primo Ministro. Tra la fine di maggio e la prima decade di giugno, furono pubblicate notizie circa una rete di finanziamenti illegali a favore di varie personalità del Partito Socialista, che vennero rinviate a giudizio dopo indagini formali.
In Italia , già da maggio sulla materia diritti, era in corso un forte dibattito sul tema dell’introdurre la preferenza unica (invece di tre) nel sistema di voto. Lo proponeva un referendum di Mario Segni, DC, insieme al Manifesto di 31 accademici capeggiati da Augusto Barbera. Nei confronti mediatici, i liberali erano a favore della proposta di sbloccare la democrazia soffocata dalle cordate di amici. L’effettiva novità politica, peraltro, era la dichiarata ed accanita avversione a questo referendum di Craxi e del PSI. Il modo di opporsi provava che il vero dissenso non era tanto sul merito, quanto su chi lo avesse proposto. Il referendum fu approvato dal 56,8% dei cittadini votanti (il 62,5% degli aventi diritto) e questo risultato intaccò parecchio la credibilità craxiana di  solo e credibile riformatore istituzionale.
Per rimediare, Craxi, ormai sempre meno lucido, riunì a fine giugno un Congresso Straordinario PSI, dal titolo “Unire i socialisti – rinnovare la repubblica”. Il tipo di reazione chiarì che per Craxi l’obiettivo di programma coincideva con il fatto che l’area socialista ne fosse la titolare, essendo il PSI l’indiscusso pernio del rinnovamento. Non si rendeva conto, né lui né il gruppo dirigente, che ormai la realtà non era questa, sotto ogni punto di vista.
In Austria, sempre a giugno, il Presidente  della Repubblica uscente Kurt Waldheim, dopo che il suo mandato era stato circondato da polemiche internazionali per il suo passato nella Wehrmacht nazista. annunciò che non si sarebbe ricandidato per un secondo mandato.
In Germania, il 20 giugno, ci fu un tesissimo dibattito al Bundestag – davvero illuminante quanto ai problemi toccati – che approvò  (338 voti favorevoli contro 320) di trasferire la sede del Parlamento e del governo federale a Berlino da Bonn che era la capitale della Germania Ovest da oltre quaranta anni. Gli argomenti dei contrari furono almeno tre , espressi da gran parte dei deputati nella Germania Ovest, eccetto il Cancelliere Kohl , che era un fermo sostenitore della Capitale a Berlino, proprio quale teorizzatore dell’urgenza di riunificare la Germania.
Il primo argomento furono i costi esorbitanti dello spostare l’intera struttura di governo e parlamentare nella Berlino divisa e impoverita da decenni di Guerra Fredda. In un momento in cui già pesavano i costi diretti della riunificazione.
Un altro argomento era la salvaguardia dell’efficienza della decentralizzazione e della stabilità della Repubblica Federale Tedesca. Bonn era una “capitale silenziosa e sobria” funzionante alla grande. Tornare all’enorme Berlino significava regredire a uno Stato fortemente centralizzato (la Capitale di Hitler), a danno delle altre regioni storiche spostando il baricentro politico verso est e sbilanciandosi verso l’Europa orientale. Mentre Bonn era l’emblema di una Germania ancorata all’Occidente e del tutto partecipe dell’integrazione europea.
Infine, vi era la preoccupazione per il futuro di Bonn, privata in modo drastico di migliaia di posti lavoro legati al governare.
Il voto favorevole a Berlino Capitale venne dalla quasi totalità dei deputati dei territori dell’ex DDR, mentre votarono contro Berlino Capitale tantissimi deputati dei territori della Germania Ovest. Nella CDU/CSU buona parte non seguì Kohl. Nella SPD due terzi del gruppo votò per rimanere a Bonn e nella FDP lo fecero tre quarti dei membri. Sotto il profilo dell’età, i più giovani votarono per Bonn, preferendo la decentralizzazione del dopoguerra, e i più anziani scelsero Berlino influenzati dalla memoria storica.
In ogni caso, il 1° luglio venne introdotta una tassa addizionale per coprire i costi della riunificazione.
In termini politici, il trasferimento della Capitale a Berlino fu un atto significativo senza alcun legame diretto con un’altra decisione di qualche settimana dopo. A luglio, i Paesi che ne facevano parte sciolsero il Patto di Varsavia, l’alleanza militare dei satelliti dell’URSS. Balza all’occhio che il disfarsi del vecchio mondo sovietico apriva nuovi orizzonti per loro inesplorati, mentre il prevalere del mondo occidentale manteneva pulsioni neppure nascoste verso il riprodurre  abitudini del convivere nelle modalità di una volta (non rispettose di quanto aveva detto il liberale Genscher). Pulsioni che nel tempo si svilupperanno, come vedremo.
Nell’agosto, la Commissione CEE formulò un parere favorevole sull’ingresso dell’Austria nella CEE. Facendo alcune precisazioni. Innanzitutto, l’Austria non poteva invocare lo status di paese neutrale per non adottare o per ridurre l’efficacia di sanzioni commerciali decise dalla CEE nei confronti di Stati terzi.  Inoltre, l’Austria avrebbe dovuto accettare l’evoluzione della CEE verso un’unione politica nei vari campi. Il rispetto di tutti questi impegni doveva essere garantito integralmente dall’Austria stessa con appositi strumenti costituzionali e legali. Di fatti, negli anni seguenti l’Austria riformò la Costituzione per mettersi in grado di aderire alla CEE.
Il maggior impatto in ambito internazionale, lo ebbero gli avvenimenti di agosto a Mosca. Per tre giorni dal 19, si verificò la rivolta di un consistente gruppo di conservatori, alti dirigenti del Partito e dei Servizi segreti, tesa a rovesciare Gorbacev e la sua politica di rinnovamento, la perestrojka. Gorbacev in quel momento si trovava in Crimea e non poteva reagire. A Mosca c’era però Boris Eltsin, divenuto un mese prima – avendo vinto le elezioni con il 57% – Presidente della Repubblica Russa, la più grande delle 15 repubbliche dell’Unione Sovietica. Eltsin divenne subito il fulcro della resistenza al colpo di stato, lo dichiarò illegittimo e spinse allo sciopero generale. Eltsin fece fallire il colpo di stato e il 23 sospese l’attività del Partito Comunista nella Repubblica Russa. Rientrato, il 24  Gorbacev annunciò alla TV le  dimissioni da Segretario PCUS ed invitò il Comitato Centrale a sciogliersi. Questi avvenimenti furono l’inizio del disfarsi finale delle vecchie strutture dell’URSS.
Nell’Europa meridionale, l’8 settembre, la Repubblica di Macedonia dichiarò l’indipendenza. Ma la  Grecia si oppose subito all’uso del nome Macedonia, perché temeva che usare il nome  fosse un indebito appropriarsi dell’eredità storica greca e favorisse rivendicazioni sulla propria regione settentrionale. La vicenda segnò l’inizio di un forte scontro tra macedoni e greci, ma anche con la CEE, non disposta a rompere con Skopje. 
Nel settembre, in Norvegia – dove nell’inverno precedente era scomparso il Re Olav V cui era succeduto il figlio Harald V – il Partito Laburista pubblicò il testo “La Norvegia in una nuova Europa” che innescò la discussione per superare lo scetticismo circa l’integrazione europea.
Tra settembre e l’inizio ottobre, il Governo olandese propose tagli drastici alle indennità statali per la disabilità lavorativa, che erano molto usate nel Paese. La misura scatenò forti proteste sindacali e grandi scioperi.
In Portogallo il 6 ottobre  si rinnovò il Parlamento. Fu un trionfo per il Primo Ministro uscente Cavaco Silva. Il Partito Socialdemocratico, moderati, ottenne il 50,6% dei voti e una solida maggioranza assoluta, 135 seggi su 230.
In Italia, in aggiunta  ai ripetuti interventi del Presidente Cossiga, che “picconava” l’attività dei partiti, incapaci di fare le riforme urgenti, cominciando da quella della giustizia,  cresceva nel paese la spinta ai cambiamenti improcrastinabili. Lo strumento usato era quello del referendum abrogativo sui singoli temi più avvertiti dai cittadini. In tale quadro, nell’autunno, si avviò la raccolta delle firme necessarie per i referendum sulla riforma elettorale (promossi da Segni), sul tener i partiti fuori dalle banche e sull’abolizione del Ministero delle Partecipazioni Statali (questi promossi dal prof. M.S. Giannini). I liberali, in accordo con la Segreteria PLI, parteciparono a promuoverli, con Baslini, Biondi, Morelli, Valitutti e Benedetto. Era chiara la difficoltà di un Parlamento che, dominato dalla DC e dal PDS, non era in grado di affrontare in concreto le riforme istituzionali. Ed erano prossime le elezioni ad inizio primavera ’92.
Nella Repubblica d’Irlanda si verificò una serie di gravi controversie economico-politiche.  Così ad ottobre, l’opposizione presentò una mozione di sfiducia contro il governo, che sopravvisse a fatica, 84 voti a favore contro 81. Allora, a novembre, il Ministro delle Finanze, lanciò una sfida aperta alla leadership di Haughey e perciò venne rimosso dal ministero. Peraltro il Governo Haughey  restò traballante.  
Intanto, nei paesi CEE ferveva la complessa attività diplomatica per preparare il nuovo accordo europeo, il Trattato di Maastricht. A dicembre fu trovato l’accordo sulla bozza definitiva. In particolare, il Premier inglese Major ottenne per la Gran Bretagna delle clausole di esclusione sulla moneta unica e in materia sociale. Da parte sua la Repubblica d’Irlanda ottenne che l’adesione al Trattato di Maastricht non avrebbe inficiato le proprie rigide leggi anti-aborto.
In Finlandia, a novembre, dopo aver tentato di difendere in ogni modo il tasso fisso della valuta nazionale, la Banca Centrale fu costretta ad una robusta svalutazione del 14%, seguita dal lasciar fluttuare la moneta l’anno dopo.
Sempre a novembre in Francia, il Presidente Mitterrand propose una grande riforma istituzionale per il 1992 che comprendeva l’abbreviare la durata del mandato presidenziale da 7 a 5 anni e una modifica parziale in senso proporzionale del sistema di voto, riforme che sul subito non ebbero piena attuazione.
In Belgio, il Governo del cristiano-democratico fiammingo Martens era in una profonda crisi. Le tensioni interne alla maggioranza erano esasperate dai duri contrasti tra fiamminghi e valloni sulle licenze per esportare le armi. Portarono all’uscita dal governo del partito nazionalista fiammingo e il Primo Ministro si dimise indicendo elezioni anticipate. Il 24 novembre , il voto scosse a fondo il panorama politico. Crollarono i partiti di governo, cristiano-democratici e socialisti, sconfitti a causa del forte malcontento popolare. Ebbe un grande successo il Vlaams Blok, estrema destra nazionalista fiamminga e anti-immigrazione. Crebbero i partiti ecologisti Ecolo e Agalev che divennero la quarta forza. Nell’immediato, la gestione degli affari correnti restò al Governo Martens fino quasi alla primavera seguente.
4.16 e) Il Trattato di Maastricht – Con il gennaio 1992, ebbe inizio il semestre in cui la Presidenza Consiglio CEE spettava al Portogallo. Pertanto fu Cavaco Silva che presiedette i lavori della riunione a Maastricht , in cui, il 7 febbraio avvenne la firma del Trattato di Maastricht (l’Italia era rappresentata da Andreotti, Presidente del Consiglio, dal Ministro degli Esteri Gianni De Michelis, socialista, dal Ministro del Tesoro Guido Carli, tecnico). Una svolta rispetto a Trattati di Roma, destinata ad entrare in vigore dal  1° novembre 1993 per dare tempo ai Parlamenti dei firmatari di ratificarlo. Lo firmarono gli Stati membri della CEE – i sei fondatori (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda) e sei entrati in seguito (Danimarca, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda Repubblica, Portogallo, Spagna) – attribuendole il nuovo nome di Unione Europea, UE.   
La UE si fondava su tre Pilastri. Il Primo Pilastro concerneva le politiche economiche, sociali e delle Comunità esistenti, cioè CEE, CECA ed Euratom, politiche gestite dalla Commissione e dal Parlamento con un ruolo di rilievo. Questo Primo Pilastro includeva perciò, oltre l’istituirsi della cittadinanza europea (con diritto di viaggiare e vivere ovunque nella UE, di  votare e di candidarsi alle elezioni  europee, di avere l’assistenza diplomatica da ambasciate e consolati degli altri Paesi membri),  un aspetto decisivo, vale a dire l’introduzione della nuova moneta europea, l’ ecu, che doveva realizzarsi in tre fasi. Entro il 1993 si sarebbe raggiunta la liberalizzazione totale dei movimenti di capitali tra gli Stati membri. Nella seconda fase, fino a tutto il 1998, si sarebbe preparata la Banca Centrale istituendo l’Istituto Monetario Europeo e coordinando le politiche economiche degli Stati membri. Poi, dal 1999, sarebbe nata la Banca Centrale Europea, sarebbe stata introdotta la moneta unica Ecu adottando specifici parametri per gli Stati membri, sarebbero stati fissati i tassi di cambio, infine nel 2002 arrivando alle banconote e alle monete.
I parametri che ogni Stato membro doveva rispettare erano essenzialmente i seguenti. Inflazione non superiore a quella dei tre Stati migliori; tasso di cambio nella banda di oscillazione del meccanismo dello SME; tassi di interesse a lungo termine stabili; deficit annuale non superiore al 3% del Prodotto Interno Lordo; rapporto tra complessivo debito pubblico e PIL non superiore al 60% (o comunque in costante calo).
L’obbiettivo del settore sociale sarebbe stato promuovere il livello di occupazione, migliorare  le condizioni di vita e di lavoro, assicurare una sufficiente protezione sociale, promuovere il dialogo, garantire l’integrazione pure  agli esclusi dal lavoro.
Il Secondo Pilastro era la cooperazione in materia di Politica Estera e di Sicurezza Comune (la PESC), basata sul metodo intergovernativo delle decisioni unanimi tra i governi nazionali.
Il Terzo Pilastro era la Cooperazione nei settori della Giustizia e degli Affari Interni, quindi dell’ordine pubblico e della Giustizia penale. Pure tale Cooperazione era fondata sui metodi intergovernativi.
 
Valutandolo nel complesso, il Trattato di Maastricht, oltre ad innovare molte procedure e a prendere diverse iniziative nuove, trentacinque anni dopo i Trattati del 1957 sancì principalmente una impostazione che stava circolando da quasi un decennio.  Piuttosto che impegnarsi nel far integralmente maturare il sistema a passo a passo dei Trattati, i Governi nazionall e la Commissione CEE erano stati inclini ad altri sistemi caso per caso, partendo dalla cooperazione intergovernativa in campo internazionale e soprattutto a riconoscere di fatto la guida dell’asse franco-tedesco Mitterrand Kohl.
 
Nel Trattato di Maastricht fu sancito l’approccio adottato sei anni prima nell’Atto Unico. Il ruolo operativo veniva affidato alle strutture di potere esistenti e non si mirava ad imperniare le istituzioni in via di formazione sui cittadini conviventi nei loro confini. Un primo esempio fu l’introdurre il criterio della sussidiarietà (in tutti i settori non di esclusiva competenza, la UE può intervenire solo se gli Stati membri non sono in grado di conseguire meglio gli obbiettivi del settore), criterio che nella sostanza non usciva dall’ambito di una struttura di istituzione pubblica senza comunque preoccuparsi di far intervenire i cittadini europei.
 
Un secondo esempio chiave fu l’articolo D, in cui si stabiliva che “Il Consiglio europeo dà all’Unione l’impulso necessario al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti politici generali”. Dunque l’articolo D dava un ruolo residuale alla Commissione e al Parlamento. Il Consiglio Europeo doveva sì relazionare il Parlamento dopo le proprie riunioni, ma il Parlamento aveva un ruolo secondario, nonostante solo esso, stando nel filone elettivo, collegasse davvero l’UE con i suoi cittadini.   Del resto, il legame con i cittadini non era stato seguito neppure con le deroghe verso i singoli stati, come nel caso della Repubblica d’Irlanda, l’accettare il permanere della legge che vietava l’aborto.
 
Diversamente dai Trattati di Roma, insomma, la nuova prospettiva dell’UE non era far maturare il rapporto tra i cittadini europei, bensì dare più lustro al ruolo degli Stati nel senso tradizionale. In pratica si concepì l’UE quale struttura di potere, non più quale progetto civile innovativo, come fatto nel 1957. Analoga mentalità si applicò agli organismi introdotti per la prima volta. La Banca Centrale Europea, la BCE, ed anche la Banca Europea per gli Investimenti, la BEI, erano descritte con cura fissando una serie di parametri cogenti, però si trascurò pressoché del tutto l’aspetto fiscalità. Eppure il fisco è un aspetto imprescindibile perché il settore economico e bancario funzionino nell’ambito del corretto rapporto tra istituzione e cittadino.
 
Simili storture intrinseche ebbero da allora conseguenze concrete. L’UE non ha soddisfatto gli intenti dichiarati dell’asse franco tedesco, e, orba del messaggio innovativo sul piano civile, un po’ alla volta si è involuta, smarrendo l’originario spirito liberale. All’epoca era passata l’idea che la caduta dei regimi autoritari verificatasi da poco, fosse stata la fine della storia. Perciò il futuro avrebbe dovuto applicare le strutture istituzionali consolidate in Occidente che avevano vinto. Chi ragionava in tal modo si ostinava a non voler capire che non era questa la fisiologia vitale dell’Occidente. Essa si fondava sull’applicare la dinamica liberale dell’individuo, consistente nello sforzo di cercare ogni giorno come sciogliere i nodi di illibertà di volta in volta esistenti al momento. Il Trattato di Maastricht non era costruito con tale obbiettivo.

Questa voce è stata pubblicata in argomento Fatti passati, argomento Politico, LIBRI, OPUSCOLI e TESTI NON BREVI. Contrassegna il permalink.