Domenica 28 gennaio, il Direttore di Repubblica Molinari ha pubblicato con gran rilievo l’editoriale “Il rispetto della libertà di informazione”. Il tema à senza dubbio centrale nel convivere, per tutti i cittadini ma in specie per i liberali che storicamente lo hanno sostenuto e introdotto. Peccato, tuttavia, che Molinari abbia distorto il tema a suo uso e consumo, omettendone il valore cardine. Cioè l’assoluta impossibilità di stabilire in partenza con certezza quale sia la notizia da dare e l’interpretazione di ciò che è avvenuto. In sostanza l’impossibilità di equiparare la libertà di informazione ad una verità.
L’editoriale di Molinari è concepito con un solo scopo. Attaccare ll Presidente del Consiglio attuale. A tal fine, gli imputa con scandalo di aver “delegittimato Repubblica a causa della sua proprietà e le prese di posizione avvenute da parte delle organizzazioni che rappresentano i giornalisti” nonché “di attacchi diretti a trasmissioni tv, siti Internet e quotidiani — Report, Otto e Mezzo, Piazza Pulita, Dagospia, Repubblica ed altri — di orientamento e posizioni assai diverse ma accomunati dal fatto di essere accusati di complottare contro l’esecutivo. Tutto questo all’unico fine di non rispondere alle domande difficili che questi organi di informazione hanno sollevato e sollevano nei confronti della premier, delle sue scelte politiche e dell’attività di governo”. Un deciso attacco riassunto in una conclusione: i comportamenti descritti “ pongono la premier nella necessità di riaffermare la volontà di ottemperare al dettato dell’articolo 21 della Costituzione italiana che garantisce e protegge la libertà di informazione nel nostro Paese”. Una simile conclusione evidenzia un concetto di libertà di informazione che contraddice le impossibilità richiamate nel primo paragrafo.
Di fatti, l’art. 21 stabilisce che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazione o censure”. Non prescrive che qualcuno può stabilire cosa si deve manifestare o che non si può confutare quanto altri affermano o che è obbligatorio rispondere alle domande poste dai giornalisti. Ciò perché l’art.21, utilizzando l’informazione libera, intende innescare un confronto aperto tra i diversi cittadini da sottoporre alla sperimentazione nei fatti. Non rispondere a domande dei giornalisti e non fornire risposte ritenute esaurienti, non è uno scandalo, né è un’offesa dire che alcuni organi avversano il governo. Sono tutte differenze di opinioni, anche drastiche, che rientrano nel confronto pubblico e danno elementi al giudizio dei cittadini. Che sarà negativo oppure no, ma che di sicuro non viola l’art.21 della Costituzione.
Non a caso, i liberali condividono il merito implicito in alcune domande citate da Molinari nell’editoriale (tipo quella sul salario minimo, non contrapposto al modo di produrre, oppure sul non indebolire il ruolo del Capo dello Stato non contrapposto al voto dei cittadini) e sono contrari ad altre (tipo quella sul bocciare la riforma del Mes, scelta condivisa dai liberali perché essa mantiene nel MES un nodo estraneo ai cittadini europei). Del resto, le opinioni differenti sono il sale della libertà. Semmai il continuo richiamare presunte violazioni della Costituzione delegittima la libera informazione e il rispetto delle regole democratiche. Perché esprime l’idea che solo alcuni, in genere facenti parte di elites burocratiche pubbliche o di ristretti gruppi super ideologizzati, siano in grado di fissare il dettato della Costituzione. Un’idea anche troppo diffusa, ma essa sì estranea all’impianto della nostra Carta. Basato sull’equilibrio fra i due poteri esecutivo e legislativo (verificato con il sistema dell’ordine giudiziario), e al contempo sul continuo conflitto civile secondo le regole (non per questo meno aspro) attivato dalla libertà di informazione, mai elitaria.
Nell’editoriale di Molinari fa purtroppo capolino la concezione irreale di limitare l’indipendenza della stampa all’esistenza dei giornalisti (quasi sacrale e scevra dal conformismo) piuttosto che al continuo corretto funzionare dell’insieme della società aperta. Ed almeno in Italia, populismo e sovranismo non sono frutto di volgari aggressioni ai mezzi di informazione equiparati ad avversari, bensì dello spazio politico dischiuso da pratiche di governo a lungo disattente ai cittadini (celate dalla stampa).
Al di là di ogni intento, l’editoriale di Molinari, con il delineare un’informazione incline a funzioni che non le appartengono (e invece distratta nello stare ai fatti), aggrava gli effetti distorsivi applicandosi al Presidente del Consiglio. Circostanza che di fatto viene percepita da larghissima parte dell’opinione pubblica come un pregiudizio ostile al cambiamento e alla fine si risolve nel favorire la presa elettorale dello stesso Presidente. Certo non il fine della mentalità liberale.

