Francesco insegna agli altri quello che la Chiesa non fa

Scritto per la rivista bumestale NON CREDO, rubrica Risorgimento incompiuto

Le uscite assai innovative con cui Papa Francesco svolge il suo magistero, sono divenute proverbiali. Si trascura però che hanno l’unico obiettivo di diffondere il tradizionale magistero della Chiesa con rinnovata efficacia. Ogni laico può ricavare questa constatazione osservando i ripetuti comportamenti di Francesco. Ne trarrà conferma della necessità  dell’impegno quotidiano della cultura laica per proteggere i cittadini, mediante lo spirito critico, dal proselitismo religioso svolto senza sosta dal Vaticano, soprattutto in Italia.

L’Ordine di Pio IX – L’uscita innovativa più recente di Francesco è stata il 13 novembre, quando ha conferito a due giornalisti i titoli di Dama e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Pio IX, costituito nel 1847. Il massimo ordine cavalleresco della Santa Sede, assegnato nei decenni solo a personalità di gran rilievo istituzionale (ad esempio, in Italia i Presidenti della Repubblica e del Consiglio). Per la  prima volta il riconoscimento è andato a due decani dei vaticanisti, Valentina Alazraki e Phil Pullella, corrispondenti rispettivamente della emittente messicana Televisa e dell’agenzia britannica Reuter. Un riconoscimento personale, certo, però riferito appositamente all’intero mondo dei vaticanisti. Di fatti, il Papa ha colto lo spunto per svolgere una sorta di lezione sul giornalismo.

Nella sostanza Francesco ha riassunto il compito dei giornalisti in tre verbi: “ascoltare, approfondire, raccontare”. E ne ha specificato il senso. “Ascoltare, significa avere la pazienza di incontrare a tu per tu le fonti da cui ricevere notizie….Questo significa sottrarsi alla tirannia dell’essere sempre online, sui social, sul web. Il buon giornalismo dell’ascoltare e del vedere ha bisogno di tempo”. Approfondire: “Rispetto ai social media, dove talvolta prevale purtroppo la logica della semplificazione e della contrapposizione, il contributo del buon giornalismo è quello dell’approfondimento. Offrire il contesto, i precedenti, le chiavi di lettura che aiutino a situare il fatto accaduto”. Raccontare. “La realtà deve prevalere sempre. Abbiamo tanto bisogno oggi di appassionati della realtà, di raccontarla permettendo a noi di cogliere aspetti che prima non conoscevamo”. E fare tutto ciò anche trattando della pedofilia all’interno della Chiesa.

Queste parole di Francesco vanno apprezzate in sé ma pure inquadrate nel contesto. E contestualizzandole sono la riprova che la Chiesa, verniciando di nuovo alcune pratiche per modernizzarle, si limita a diffondere la propria tradizione perenne e con essa la propria centralità. Una conferma del dato di fatto che il Risorgimento è incompiuto, nonostante il secolo e mezzo di distanza. Partiamo dall’aspetto simbolico. L’onorificenza conferita ai due giornalisti fu istituita da Papa Pio IX nel primo anniversario di pontificato durante il breve periodo in cui si mostrava paladino delle aspirazioni liberali diffuse all’epoca nella penisola. Ma solo pochi mesi dopo e per il resto del suo  pontificato ultratrentennale, lo stesso Pio IX  si rivelò nei comportamenti  un Pontefice fermo custode della tradizione della Chiesa, che non si  limitò alle scomuniche  per le scelte di Cavour e dei liberali ma arrivò ad ingaggiare una battaglia campale in chiave civile contro il Regno d’Italia continuata fino al Concordato del 1929. Dunque  di fatto Francesco ha conferito un’onorificenza simbolica della centralità della Chiesa che la assegna.

La lezione di giornalismo non si applica alla Chiesa. Poi c’è il merito della sua lezione ai giornalisti. “Ascoltare, approfondire, raccontare” sono un ammonimento a valere per i terzi, ma non  si applica alla Chiesa. Di fatti la Chiesa ascolta, approfondisce, racconta la realtà ma persiste imperterrita – certa della propria intoccabile centralità – nel non accettarne le indicazioni sperimentali. Un comportamento peraltro obbligato, in quanto corrispondente alla fisiologia religiosa, che per  sua natura non riconosce i dati di fatto in contrasto con la dottrina del proprio credo. Di sicuro non  li riconosce mai al momento in cui rileva quei dati di fatto, e nel migliore dei casi  arriva  a riconoscerli dopo un lunghissimo tempo: talvolta secoli (quattro per il pentimento sul caso Galileo od oltre uno nel caso del ripensamento su Porta Pia) e in ogni caso diversi decenni (nel caso del rimeditare il concetto di religione di Stato voluto nel Concordato del 1929). Per di più non è pensabile neppure che tale comportamento possa mutare, dal momento che  il motivo profondo della religiosità consiste appunto nell’ansia di voler  avere un’indicazione certa su ogni cosa, anche quando ancora non è conosciuta. E perciò si ricorre alla fede, che distribuisce la verità divina supposta onnisciente ed onnipotente.

Per questo la mentalità religiosa non propende a riconoscere la realtà dei fatti. Avverte – e non lo tollera  – che in qualche modo essa sovrasterebbe la verità divina. Peraltro,  ragionando così, il religioso tende a prescindere da quei risultati del metodo sperimentale, che negli ultimi secoli hanno portato ad un impetuoso avanzamento della conoscenza e del ruolo libero dei cittadini nel decidere le scelte pubbliche esercitando valutazioni dei fatti con il proprio spirito critico (beninteso,  conoscenza non illimitata, anzi  per genesi inclusiva dell’incertezza, ma assai efficace nel migliorare un po’ alla volta le effettive condizioni del convivere umano; e ruolo libero dei cittadini da mantenere attivo di continuo perché si è dimostrato incomparabilmente più efficace dell’autorità  nell’affrontare i nodi dei problemi irrisolti nella società di quel momento e luogo). Da rilevare che un simile prescindere dai risultati del metodo sperimentale, non solo è già negativo in sé perché cerca di frenare l’evolversi, ma  inoltre agevola il degrado favorendo il proliferare sulla scena pubblica di camarille privilegiate e prive di meriti reali.

La spinta all’impegno dei laici. Per tutte queste ragioni, il conferimento ai due giornalisti del titolo di Gran Croce dell’Odine di Pio IX, diviene un ulteriore sollecito alla cultura laica perché si impegni  senza tregua ad usare il proprio spirito critico per proteggere i cittadini dal martellante proselitismo religioso praticato in Italia dalla Chiesa cattolica. L’indubbio diritto al proselitismo in una società libera, assume aspetti non poco contraddittori se non viene equilibrato da spinte contrastanti dedite a richiamare l’importanza, nella convivenza tra diversi,  di esercitare il metodo sperimentale dell’osservare i fatti, del trarne la conoscenza che riusciamo e di non cedere all’illusione di poter sapere ogni cosa con l’ausilio della fede. Che è richiamare l’importanza della libertà del cittadino contrapposta al sistema dell’autorità. L’esercitare il contrasto tra i diversi punti di vista umani e scegliere  periodicamente secondo le regole che i cittadini si sono dati al momento, è la strada migliore finora escogitata per far compiere ai conviventi un cammino  adeguato e consapevole per vivere insieme, salvo correzioni durante il percorso in base a quanto avvenuto nel frattempo e alle conoscenze maturate.

Invece Francesco, anche nel celebrare la Giornata Mondiale della Gioventù, domenica 21 novembre, ha continuato ad insistere sulla diseducazione (che nel 2021 è ormai perniciosa). Quella che eccita i giovani non ad osservare la realtà, bensì  ad ” essere capaci di sognare, per non diventare vecchio prima del tempo…..chi sogna accende una luce di speranza che annuncia il domani….perché tanti vostri sogni corrispondono a quelli del Vangelo…..sono gli stessi sogni di Gesù per l’umanità” . E’ un proselitismo diseducativo perché, onde attrarre all’autorità della Chiesa, spinge volutamente a rifiutare la realtà e a dimenticare che il sogno è la tomba dell’allargare la conoscenza. Non è la speranza nella fede tradizionale ad annunciare il domani, ma l’impegno ad allargare la conoscenza concreta del mondo e lo stare ai fatti per migliorare la convivenza materiale tra gli umani sempre diversi tra loro.

Oltretutto, l’impegno dei laici è davvero indispensabile, poiché  nella Chiesa Cattolica l’impostazione solo apparentemente innovativa di Papa Francesco non è certo la posizione più avversa alla cultura laica.  Esiste, ed  è molto robusta, la schiera del mondo conservatore cattolico – da quello americano molto esteso con massimo esponente il Cardinale Burke a quello attorno all’italiano Monsignor Viganò e a parte non piccola della curia –  che lavora sotto traccia (ma neppure troppo e con grande lena) perché vorrebbe che alla dottrina tradizionale cattolica venisse apertamente attribuito molto maggior peso negli affari di tutti i giorni.

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