Intervista di Emanuela Colatosti per il mensile PERIODICO ITALIANO MAGAZINE diretto da Vittorio Lussana
1) Presidente Morelli, quali sono le proposte de ‘La Formazione delle Libertà’ per chi proviene da paradigmi politico-culturali diversi dal liberalismo puro?
“Non esiste il liberalismo puro, poiché non è un’ideologia per inquadrare il mondo bensì un metodo per osservarlo, sperimentando e avanzando proposte operative per viverci. Dunque, il liberalismo evolve con il tempo e con i luoghi, sforzandosi di capire quali siano i nodi da sciogliere per consentire ad ogni cittadino di esprimersi meglio e quindi rendere la convivenza più aperta e produttiva. Ciò precisato, la Formazione delle Libertà vuol rendere consapevoli i cittadini di cultura non-liberale del ‘buco delle libertà’ nella politica italiana e nella mentalità corrente. Perché il mondo funziona all’insegna dell’esercizio della libertà individuale e, se non si colgono i risvolti della libertà dei cittadini, si finisce inevitabilmente per restare indietro. Acquisire tale consapevolezza serve a tutti, non solo ai liberali, perché una società più aperta funziona meglio ed è capace di modellarsi al passare del tempo. Essendo questo il fine della Formazione, farne parte non è un diritto civile. Può farne parte solo chi ha questo obiettivo. Quindi, è indispensabile essere in partenza d’accordo su una decina di principi”.
2) Quali sono?
. “Il rifiuto del collettivo e dell’uomo forte; l’esistenza di uno Stato imperniato sul cittadino; lo strumento democrazia rappresentativa; non fondarsi sui sondaggi; la separazione stato-religione; nessuna illusione mondialista; alleanze su accordi circoscritti; indicare azioni chiare e tenere comportamenti coerenti; mirare sempre al cambiamento necessario; non adoperare anonimato ed emotività. Tenendo a mente questi principi, i liberali possono non accapigliarsi per i prossimi decenni. Non condividerli significa non essere liberale. E i liberali non possono attardarsi a rimuginare su risultati sperimentali per ora certi, quando devono impegnarsi in concreto sugli aspetti più urgenti per iniziare a colmare il ‘buco delle libertà’. Nel mio libro ne indico cinque per cominciare: scuola, economia, mezzi di informazione, amministrazione della giustizia, Unione Europea,indispensabili per avviare la diffusione della cultura del cittadino individuo”.
3) In che modo il liberalismo può uscire dalla teoria astratta, o dall’ambito della filosofia vera e propria, per entrare nella pratica discorsiva di un ‘Partito’?
“La Formazione delle Libertà non vuol essere un Partito, per coerenza con quanto sostiene. Anzitutto perché la struttura di partito è per forza rigida, mentre capire la realtà dei cittadini tra loro diversi e proporre ricette per curare i problemi nel relazionarsi richiede una forte e continua plasticità. Inoltre, la funzione politica non è affatto quella di assicurare con la squadra l’arrivo al potere. Al contrario dovrebbe condurre diffuse analisi sperimentali sui fatti, cercare di coglierne i meccanismi (astrarre le idee portanti), delineare ricette di intervento coerenti con il metodo critico del cittadino individuo e trovare nella società le alleanze indispensabili per costruire un progetto attuativo. Insomma, è indispensabile convincersi che la politica non è filosofia perché la filosofia è un amore del conoscere non abbastanza attento a mettere al centro comportamenti sperimentali – come precondizione del conoscere – e, quindi, alla reciproca collaborazione tra diversità individuali. Viceversa, la politica attiene al conflitto democratico tra i cittadini per scegliere in base ai risultati via via ottenuti. Naturalmente non parlo della finta politica, che pratica l’antico dover essere del potere e della sua gestione, che confonde i cittadini con le masse, che ragiona in termini di verità, di mode, di gruppi da privilegiare, di parole d’ordine. Per i liberali l’essenziale è depurarsi dall’incoerenza del pensare che basti dirsi sostenitori del liberalismo e poi comportarsi violando le regole liberali per occasionali convenienze personali. Ai liberali di cultura e di comportamento non viene neppure in mente di ridurre la politica a rapporti che contraddicono quei dieci principi detti prima, di ridurre i rapporti interpersonali a calcoli di mera convenienza slegata alle convinzioni che si hanno. Tra diversi si sta insieme nonostante le diversità, purché l’azione condivisa non contrasti il programma delle libertà. Altrimenti ciascun per sé. La pratica discorsiva, come dice lei, di una Formazione liberale non sono mai parole al vento o un rumore indistinto”.
4) Quali sono i compromessi cui ‘La Formazione delle Libertà’ dovrebbe cedere scontrandosi in una realtà sociale in cui il globale viene posto in competizione con il locale, tanto nei territori quanto tra gli individui?
“Il progetto liberale punta a realizzare il convivere tra diversi in base alle situazioni nel tempo e nei luoghi. La storia indica che ciò accade quanto più gli assetti politici danno spazio al confrontarsi tra le idee e i progetti dei cittadini nella loro diversità. La purezza del progetto non ha senso: occorre la coerenza che guida i compromessi tra culture e idee diverse che convergono su punti circoscritti e per un limitato periodo di tempo. Non è questione di scontro con la realtà sociale (innanzitutto perché esistono gli individui non gli agglomerati sociologici, creati dal positivismo e dall’ideologismo) bensì di confrontare le idee e i progetti con la miriade di individui al fine di realizzare tramite le istituzioni progetti sui quali si trova un accordo per sperimentarli. Attenzione. Identificare questo con il ricercare il consenso e basta è ambiguo. I liberali non cercano il consenso sull’onda emotiva, ma sulla base dell’esercizio da parte del cittadino del suo spirito critico su problemi e progetti. Quando questo esercizio dà risultato positivo, allora esiste il consenso liberale. In più, la Formazione liberale non mischia globale e locale, essendo importante la globalizzazione nel consentire e promuovere le relazioni su ampia scala. Ma è solo nei territori che si può esercitare una competenza effettiva da chi ci vive, tenendo conto pure delle situazioni globali. In tale quadro, la competizione non è un ostacolo da smantellare, ma uno stimolo che spinge ogni individuo a migliorare le sue capacità. Per questo va combattuta la povertà: perché non consente una competizione vera tra tutti, in quanto limita la libertà di non pochi cittadini e li emargina a priori. Avere un sistema di regole mirate a far funzionare le interrelazioni civili nel segno delle libertà è il sistema reale che determina il conseguimento dei risultati derivanti dalle scelte politiche ed elettorali, che i cittadini sperimentano e giudicano di continuo migliorando le condizioni del convivere”.
5)In che modo ‘PiattaformaLiberale’ riuscirebbe a prevenire gli effetti di ‘Rousseau’, il dispositivo che ha fatto la fortuna del Movimento 5 stelle?
“Non si tratta di prevenire gli effetti di ‘Rousseau’, perché non derivano dal sistema Piattaforma, quanto dal modo di utilizzarla. Il M5S ha messo in campo anni fa uno strumento capace di collegare in tempo reale gli attivisti. Questa mossa, di per sé alla portata di chiunque e in altri paesi già usata da almeno un quindicennio, ha permesso di far sentire partecipi gli attivisti, di diffondere le idee di Grillo (che ha menato le danze fin dagli inizi), e di concentrarsi sull’onda di protesta dei cittadini che stava montando per la fortissima disattenzione nei loro confronti da parte di chi governava con le forze politiche più grosse, di destra e di sinistra. Alle elezioni del 4 marzo 2018, il M5S è divenuto il più ampio gruppo parlamentare (di gran lunga) perché è stato percepito come il vero movimento contro le élites. C’entrano poco o nulla i programmi M5S che ora tanto fanno discutere le altre forze politiche e i mezzi di comunicazione, come il massimo di due mandati, la democrazia diretta, l’impegno al vincolo di mandato per gli eletti, il contratto per obbligare a versare il contributo mensile. Sono tutti i restauratori che in modo sempre più palese se la prendono ogni giorno con il M5S individuato come la fonte di ogni nequizia. In realtà il M5S non è il problema: è il macigno che ha rotto molte delle complicità elitarie e burocratiche in parlamento e nei ministeri. Ma che tuttavia, non avendo né cultura approfondita né esperienza, funziona come ariete ma spesso non sa che fare dopo. Però ‘Piattaforma Telematica Liberale’ è estranea a tutto questo”.
6) In che modo?
“La piattaforma telematica è uno strumento che non è stato inventato dal M5S. Se benutilizzata può essere una grande tecnologia moderna per associarsi (basata sull’intelligenza artificiale che usa ocndizioni incompatibili con la democrazia diretta) . Tutti i difetti politici attribuiti alla piattaforma appartengono alla cultura approssimativa di chi la usa per corrispondere alle proprie pulsioni illiberali, a cominciare da quella di avere costruito la piattaforma Rousseau come luogo per vivere un mondo onirico lontano dalla realtà, che rinnova il mito del centralismo democratico e la pretesa di rappresentare gli italiani e decidere per loro. Invece la piattaforma telematica liberale sarà diretta da un consistente gruppo di liberali di comprovata cultura politica delle libertà e coerenti nei comportamenti. Con un investimento alla portata delle evanescenti risorse finanziarie liberali, servirebbe a cambiare un’abitudine tradizionale dei liberali di non ‘fare rete’, teorizzandola ma non praticandola. . La piattaforma si compone di un settore visibile ad ogni cittadino, consentendogli di informarsi sulla campagna svolta dai fautori delle libertà. Un secondo settore sarebbe riservato solo agli aderenti alla Formazione delle Libertà. La sezione Piattaforma Aderenti è uno strumento dinamico disponibile per decidere i temi, le maniere e i tempi per diffondere la cultura liberale. L’uso del sito della Piattaforma Telematica Liberale non va confuso con le interrelazioni fisiche tra i destinatari della campagna. Non tutti saranno raggiunti. Il sito PiattaformaLiberale è solo lo strumento più penetrante di cui dispone la campagna di rilancio della cultura politica liberale poiché, utilizzando tecnologie di comunicazione avanzate, permette contatti approfonditi a costi quasi nulli tra individui molto distanti, contatti che poi diventano anche fisici.
7) Ciò non rinnega il principio del partecipare e del votare di persona?
Tutt’altro, ne applica il senso consentendo di superare in parte la ghettizzazione delle libertà nel campo dell’informazione. L’estendere l’area dei cittadini conoscitori della cultura liberale accresce l’area di chi vota non in base alle emozioni e alle utopie, bensì fondandosi sul valutare l’avvenuto e ciò che è. E tale crescita aumenta la probabilità di un voto informato sui meccanismi del convivere libero. Che è incentrato sull’abitudine a potenziare i meccanismi non per evitare i conflitti tra cittadini sui progetti nella convivenza ma per gestirli e permettere di arrivare a scelte accettate”.
8) Qual è la sua opinione sui personalismi di Renzi e Calenda e le loro attuali proposte per l’area di centro?
“I due personaggi hanno in comune un personalizzare esasperato intento a valorizzare non le rispettive proposte politiche ma le rispettive esistenze. Di Calenda non so avere opinioni politiche poiché, oltre l’essere nipote di un grande regista, non si conosce alcun progetto. Su Renzi il discorso è diverso, non solo per i ruoli istituzionali ricoperti per anni ma anche per la girandola di iniziative. È una persona di lingua pronta, tanto che all’inizio per alcuni mesi ha illuso di voler coinvolgere i cittadini in chiave abbastanza liberale. Si è poi rapidamente capito che era una sceneggiata. La sua personalità è venuta a galla, prima con l’”Enrico stai sereno” (apoteosi di doppiezza) e, in seguito, con il tentativo di riforma costituzionale in chiave oligarchica. Non ha mantenuto la parola di abbandonare la politica in caso di bocciatura del referendum. Inoltre, ha cercato l’elezione in parlamento per sé stesso e per un nutrito numero di fedelissimi, visibilità con una scissione con un nuovo gruppo e ha continuato a tessere la tela dell’interesse personale pur di restare in vista. Attualmente ammicca ad un progetto imperniato sull’area del centro con l’aspirazione di coinvolgere in una nuova riforma costituzionale la destra sovranista (tramite il trentennale amico di famiglia Verdini, che ora ha rapporti ravvicinati con Salvini). Ma l’area di centro non può essere oggi un progetto liberale. Nel senso che il centro si contrappone a due ali. Tale distinzione aveva un significato forte nel ’48, quando le due ali esprimevano una cultura contraria a quella occidentale sulla libertà del cittadino. Oggi la distinzione ‘centro-due ali’ non è legata a differenza di culture ma ad esser concorrenti per la medesima poltrona. Il senso sarebbe avere un progetto politico per governare il ‘buco delle libertà’ che c’è in Italia. Se a nessuno può essere impedito di dirsi liberale, di certo lo smentiscono subito i comportamenti incoerenti. E gli elettori capiscono”.
9) Nel gran concerto che è la politica, sembra che i cittadini apprezzino più il ‘frontman’ che il lavoro di squadra: quanto i personalismi hanno penalizzato la stabilità italiana, in questi ultimi decenni?
“La tendenza esplose con il Ventennio. I Costituenti, preoccupandosi della cosa, vollero impedirla. Riuscirono abbastanza, pure agevolati dalla mentalità DC, aliena dal dare spazi sopra il loro collegio dirigente. Poi, dopo il 1989 dilagò l’illusione illiberale che la storia fosse finita, cosa che privilegiò anche in politica il marketing americano. Solo che negli U.S.A. esiste un radicato e robusto associazionismo civile che promuove l’equilibrio. Da noi non c’è e si è affermata una politica priva di dibattito culturale, ridotta agli attori noti e popolari. Essendo interconnessi a livello mondiale, i fatti concreti hanno mostrato l’inadeguatezza governativa dei personalismi. Eppure, i mezzi di comunicazione, lungi dal segnalarlo, hanno continuato a cavalcare la personalizzazione fino ad esasperarla. Così il giornalismo è praticato in dispregio della sua funzione informativa. È un grave problema italiano, ma non solo. Peraltro, la radice del personalismo è il fraintendimento sul concetto di individuo che esercita il senso critico. Per motivi differenti, la cultura religiosa cattolica e l’ideologia marxista ritengono l’individuo una realtà pericolosa perché non garantisce il rispetto delle loro rispettive verità. E quindi l’hanno sempre avversata. Siccome l’individuo è ineliminabile, l’hanno identificato con il suo manifestarsi negativo: l’individualità che pensa solo a sé stessa e si esprime non per meglio conoscere il mondo ma per meglio assoggettarlo. Lo ritengono un individualismo contrastabile agevolmente dalle comunità di potere, fonti del conformismo sociale. Solo che al passar del tempo, il modo di governare in sostanza consociativo delle élites referenti solo tra loro, ha rotto gli argini e ha fatto dilagare la politica ridotta a personalismi, visti come una teorica speranza. Sta qui il senso profondo del ‘buco delle libertà’ ora esistente e della necessità di costruire una Formazione delle Libertà. Diffondere la cultura del cittadino individuo che pratica il metodo critico e quindi non cade nel gorgo dei social. Si può leggere la spiegazione articolata nel mio libro inserito nella mia biblioteca on line (www.losguardolungo.it/biblioteca/) .

