Razzisti una volta, razzisti sempre, verrebbe da osservare dopo la lettera al Tirreno dei massimi dirigenti delle Acli livornesi, Melani, Rossato e Silvestri, che hanno organizzato il concorso di Miss Livorno. Sostengono che per una volta si sentono razzisti contro tutti quelli che non la pensano come loro a proposito della vittoria a Miss Livorno di una ragazza livornese di colore. Avranno anche le migliori intenzioni ma non si rendono conto di adottare una linea analoga a quella criticata.
L’escludere il razzismo dalla valutazione civile di una persona significa riconoscere che la convivenza si fonda sulla concreta diversità dei cittadini, non sul negare che in Italia la maggioranza è bianca ed altri sono neri. In altre parole, l’esperienza storica ha portato a capire che la convivenza tanto più migliora quanto più è aperta all’accettare chi è diverso. Allora, in quest’ottica della diversità, le opinioni critiche di chi ha rilevato l’inopportunità di una miss livornese di colore, sono sbagliate però sono legittime. Gli altri è opportuno confutino tali convinzioni anche con forza, non che si sentano offesi dalla loro esistenza. Sentendosi così si imbocca la strada del conformismo ossequioso e si comincia a mettere in dubbio diversità e vita concreta. Quindi va bene che, con realismo, la miss abbia definito i suoi contestatori persone fuori della storia. Invece preoccupa che tre alti dirigenti delle Acli abbiano apostrofato quelle persone critiche come fuori di testa (insomma cittadini dimezzati) e si siano definiti razzisti. Perché chi accetta di essere razzista, rifiuta la diversità e prima o poi finisce per scambiare l’assistere gli individui con il prenderli nella rete delle proprie tesi.

