Scritto per la rirvista Non Creo
Verso metà settembre, a Bergamo e Brescia, si terrà il primo l’Happening nazionale degli Oratori. Ne saranno presenti più di sei mila. Fin dal titolo, H10, la manifestazione richiama l’esperienza della vita attorno all’acqua, nel vario manifestarsi fisico e simbolico anche nel rapporto con la divinità. E’ stata concepita dal mondo cattolico per rimarcare che la proposta educativa dell’oratorio è ancor oggi attuale ed organica. Ed il suo programma si impernia sull’idea che “oratorio e/è educare”, articolandosi nel condividere modelli e nello scambiare esperienze, con l’obiettivo di promuovere il processo di educazione nell’oratorio come indicato dalla Conferenza Episcopale.
Si tratta di un evento serio e di rilievo. Non soltanto per la quantità delle persone interessate (questa estate gli oratori hanno coinvolto, tra giovanissimi e loro animatori, un pò meno di due milioni di persone) ma anche perché esprime il desiderio di una parte dei cittadini di adottare un percorso educativo fortemente influenzato dalla concezione religiosa di gran lunga più legata alla tradizione italiana. Dunque chi è laico non può che prendere atto con piacere della voglia di stare insieme e di formarsi, che è un importante aspetto del convivere. E quindi non deve in alcun modo mettere vincoli o limiti agli oratori.
Questo, però, non equivale a dar loro incentivi o agevolazioni, finendo per fornire agli oratori più strumenti che non agli altri tipi di associazionismo non religioso. Viceversa, da un decennio esiste una legge (L.203/2003), contornata da una dozzina di leggi regionali, che riconosce la funzione sociale degli oratori e ne fa discendere una serie di vantaggi anche economici. A parte che la legge 203/2003 riguarda tutte le religioni che hanno l’Intesa con lo Stato a seguito di una richiesta della CEI (il che la dice lunga sull’arretratezza politica di gran parte del mondo laico), queste leggi contribuiscono alla grave asimmetria istituzionale a danno della laicità.
Prima di attribuirla alla presunzione che la religione aggreghi più della laicità (che è smentita dalle costanti indicazioni statistiche sul declino dei praticanti), pensiamo ai privilegi che in Italia ha il conformismo religioso. Quanto alla terapia, intanto operiamo perché le risorse economiche pubbliche erogate non siano squilibrate verso le religioni (la religione è un valore se è una spontanea scelta spirituale dell’individuo, altrimenti è una droga conformistica). E poi, la cosa più importante, specie in un non breve periodo di grave crisi, è impegnarsi a favore della separazione Stato religioni e della conseguente interruzione di ogni finanziamento pubblico alle attività religiose. Che possono svolgersi del tutto liberamente, ma finanziate dai rispettivi credenti in via volontaria.
Restando allo specifico settore degli oratori, il primo passo è rendersi conto che in Italia è purtroppo rimasta la confusione tra il concetto di sociale e quello di religioso. Il sociale attiene alle regole interne alla convivenza e rientra nelle iniziative delle istituzioni pubbliche, il religioso può rientrare nelle istituzioni pubbliche solo per quanto attiene la libertà di avere un culto e di esercitarlo, perché altrimenti quella libertà viene negata. Più al fondo, una simile confusione deriva dal non aver superata l’idea che lo stato debba assistere i cittadini in ogni loro bisogno e, quindi, anche in quello sociale religioso; un’idea che determina al tempo stesso immobilismo ed egoismo. Anche sotto questo profilo, si ha conferma che la laicità delle istituzioni è legata strettamente all’individualismo metodologico.

