Libertà contro privilegio (destra, sinistra, liberali)

 

 

Parte generale della RELAZIONE del Segretario Politico Raffaello Morelli al VI Congresso Nazionale FDL, Roma,  18- 19 gennaio 2003

 

Amiche, amici e cittadini che ci seguite su Internet,

siamo qui – rispettando una periodica cadenza di confronto che in sé è già una distinzione – per riaffermare la nostra volontà di mantenere viva l’azione politica di quanti si riconoscono nel gran­de filone liberale. Due cose ci caratterizzano: la convinzione che la carenza di liberalismo sia la principale malattia di cui soffre il nostro paese; e la responsabilità di far crescere le idee e il meto­do liberali per far crescere l’Italia. Delliberalismo occorre un’ applicazione vera, costante e coeren­te, lontana dalle meccaniche citazioni rituali di chi si riempie la bocca del termine liberalismo senza coglierne il senso e gli insegnamenti.

Questo è l’intento riassunto nel tema del no­stro Congresso, che indica il punto essenziale della differenza politica tra i liberali, la destra e la sini­stra. Per i l iberali, la libertà è la più efficace costruttrice del processo di emancipazione uma­na e di libera convivenza e dunque è la naturale avversaria del privilegio che, nelle sue molteplici forme, ne impedisce un’applicazione più diffusa e più ampia. La sinistra, invece, intende il privile­gio solo nel suo aspetto economico sociale, l’esser ricchi, o come la conseguenza, da guardare con sospetto, dell’ accumulo di meriti individua­li; mentre la destra neppure avverte il problema perché confonde la libertà con l’assenza di vinco­li e il merito con la legge del più forte. Né la sinistra né la destra, seppur in modi diversi, ve­dono]’ aspetto essenziale del privilegio che è la violazione della libertà nei rapporti tra i cittdini. Cosìcché non escludono il privilegio in via asso­luta: la sinistra lo pratica a favore di chi dichiara di voler organizzare i più poveri e la destra lo pra­tica a favore dei potenti e dell’autorità costi­tuita.

Il liberalismo è il solo indirizzo politico cultu­rale che vuol promuovere compiutamente la li­bertà del singolo cittadino, ma facendolo per tutti i cittadini (ricchi e poveri, forti e deboli, noti e ignoti, abili e disabili, religiosi e atei, maschi e femmine, etero e omoessuali, bianchi e neri, gial­li e rossi) e quindi nella consapevolezza che la libertà del cittadino non è assoluta, perché la li­bertà di ciascuno trova un limite nella libertà de­gli altri. La libertà liberale non può esistere al di fuori delle regole che la promuovono. Per questo motivo, lo sforzo di indi viduare e dare regole alla convivenza per ampliare la libertà del cittadino, è il pane quotidiano del liberalismo politico. Rego­le che sono un prodotto storico complesso, in parte con degli aspetti sostanzialmente invarianti, sem­pre commisurato alla specifica realtà di applica­zione, in ogni caso da rivedere di tempo in tem­po; e regole che attengono a variegati settori, politico culturali non meno che legali, fiscali, as­sistenziali, consuetudinari. Nell’insieme il coacervo deIle regole liberali da concretezza alla libertà di ciascuno, così come al libero esplicarsi celle relazioni interpersonali e dell’ associarsi in una miriade di interessi, valori e comportamenti, in un apparente caos creatore di sempre nuove conoscenze e opportunità di emancipazione umana; quella libertà è di continuo messa in discus­sione – e potenzialmente a rischio di rimanere soffocata – dai privilegi di tutti coloro che non rispettano l’equità nei rapporti con gli altri e che si vantaggiano non dei propri meriti ma appunto el mancato rispetto delle complessi ve norme di onvivenza. Così tanto la libertà dei liberali è le­gata al concetto della lotta al privilegio, che la liberaldemocrazia, insieme all’invenzione del moderno sistema una testa / un voto, ha posto re­gole perfino per limitare il potere della maggio­ranza, che non può tutto, perché deve rispettare certi diritti basilari del singolo cittadino o delle minoranze.

L’importanza che la lotta al privilegio ha per noi liberali, è dirimente circa la collocazione del­la FdL nei confronti della aggregazione politica che ha portato al governo Berlusconi. I liberali non possono che essere all’opposizione. Due anni fa, nel documento finale della prima sessione del nostro V Congresso, affermammo che” le propo­ste ed i comportamenti della Casa delle Libertà complicavano i problemi del Paese introducendo ulteriori elementi di illibertà”, come “la abnorme concentrazione nelle mani di una sola persona di potere economico e politico, il monopolio gestionale di fatto dei mezzi di informazione te­levisi va, il misurare il diritto alla propaganda po­litica sulla forza elettorale di ciascun partito”. Siamo stati facili profeti. Oggi, non è più possibile nemmeno concedere il beneficio di inventario. Dopo venti mesi di governo ed un progetto di leg­ge di merito che non affronta il nodo della questione politico culturale, è definitivamente chiaro che Berlusconi non intende affatto sciogliere il nodo del proprio conflitto di interessi. Innanzitutto perché, essendo lontano dal liberalismo, non avv­erte neppure come la questione sia decisiva per il corretto funzionamento e la trasparenza del si­stema.

Il conflitto di interessi non nasce con Berlusconi, perché era ed è un problema diffuso, presente da tempo nella nostra democrazia. Que­to non è però un buon motivo per proseguire imperterriti così, ed è una grave colpa dell’Ulivo al governo non averlo affrontato, specie quando, con Berlusconi il fenomeno ha raggiunto l’evi­denza di un caso di scuola senza riscontri nelle altre democrazie evolute. Il conflitto di interessi ammorba la vita istituzionale perché – oltre ai possibili danni diretti derivanti dall’ indebito accumulo di posizioni privilegiate – spezza il cir­uito fisiologico del confronto politico, che tende a non esser più sulle idee, sui progammi e sugli atti di chi governa ma sulle sue convenienze e sui suoi interessi, personali e di clan. E il giudizio di natura politica su aspetti assai importanti della vita pubblica – dalle leggi che modificano strutture ri­levanti nel settore della giustizia o in quello societario e fiscale fino agli assetti della televi­ione di stato – viene forzatamente depistato dal merito delle norme perché inestricabilmente con­nesso al non infondato dubbio sulla strumentalità dei provvedimenti a fini personali. La conseguen­za è che la piena legittimità giuridica del governo, che è e resta indubitabile, non si accompagna a quella affidabilità politico morale anche presso gli oppositori e presso settori non trascurabili del­l’opinione pubblica, che in una liberaldemocrazia è essenziale per governare, specie in passaggi complicati della vita socioeconomica.

Sappiamo che vi sono ancora troppi – al di sopra di ogni sospetto di sudditanza berlusconiana – che, pur non negando questo stato di cose, ne sminuiscono l’importanza perché lo reputano ininfluente sulle vicende della quotidianità. Berlusconi ha quantificato in meno del 10% le persone che danno molta importanza al conflitto di interessi e all’ accentramento dei poteri. Ma questo non sposta minimamente il problema. Que­ste cose sono assai influenti sulla libertà di convi­vere. Storicamente fanno addirittura parte del nu­cleo originario delle lotte liberali per porre limiti al sovrano e al potere. Sono l’ A,B ,C del liberalismo. E dunque, di fronte alla disattenzio­ne per questioni così basilari, è nostro primario dovere di liberali ammonire i nostri concittadini, senza iattanza ma con fermezza, che nelle istitu­zioni il conflitto di interessi e l’accentramento dei poteri si evolvono come un cancro. Inizialmente possono non produrre sintomi percepibili, ma alla lunga esplicano fatalmente sull’ organismo i loro effetti devastanti.

Nel frattempo, nel breve periodo, il clima in­quinato dal conflitto di interessi e dall’accentra­mento dei poteri costituisce un habitat favorevole per il proliferare negli spiriti meno determinati dell’ attitudine, tipica del Fracchia fantozziano, a soddisfare i desideri del capo/padrone ancor pri­ma che si manifestino. Gli episodi si moltiplicano. Per restare a personaggi non ignoti a molti di noi, si è assistito al patetico tentativo, visto che Forza Italia è nel Partito Popolare Europeo, di far nascere in Forza Italia la corrente denominata liberalismo popolare, per far credere che tra i popolari ci sono anche i liberali e che i liberali stanno nel partito dei popolari. Il che è un assurdo concettuale e per di più la negazione delle poprie radici passate; però serve a mettersi in buona luce davanti al padrone.

In questa prima fase, in cui il conflitto di inte­ressi e l’accentramento dei poteri diffondono an­cora un’aurea di potere e di successo, la nostra opposizione liberale è difficile, non ce lo nascon­diamo. In apparenza è disarmata di fronte a chi vuole sintonizzarsi sulla voce del padrone o a chi si rassegna a “come va il mondo”. Non dobbiamo spaventarci e dobbiamo resistere. Ricordando oltretutto che l’affannarsi per indovinare “dove il mondo va” è un’ abitudine consolidata del costu­me italiano. In uno scritto del ’35 ,Benedetto Cro­ce ha fatto al riguardo queste attualissime consi­derazioni. Quest’abitudine “nasce, o presto diven­ta, modo e strumento di quel che nell’antico e dantesco italiano si chiamava “viltate”: “viltate” nel duplice senso di asservimento ad altrui per non compiere sotto le proprie responsabilità sforzi di volere e di pensiero, e nel senso di pessimistico smarrimento e avvilimento. La vagamente e ma­lamente determinata immagine di “ciò verso cui il mondo va”, appare come un fatto che è un fato. Gli uni, per non andare “dove il mondo va”, non si muovono punto; gli altri, per andare “dove il mondo va”, si muovono dietro a coloro che van­no verso quel segno: si muovono a guisa di pecorelle che non sanno o non domandano il per­ché. Invece ciò che si richiede è che si ubbidisca ad una necessità morale. La quale comanda che si attenda con ogni rischio, a tutelare e promuovere gli umani valori e le umane virtù, il rispetto della personalità, il dir no al male e sì al bene, ciò che si chiama, insomma, il culto della libertà; la qua­le è il principio direttivo a cui sempre si deve far ricorso. Quale che sia lo schema di ciò “verso cui il mondo va”, quello schema sarà riempito da uo­mini e sarà reale solo nei pensieri, nei sentimenti e negli atti degli uomini, e avrà quella realtà che essi gli daranno, e tanto migliore quanto migliori quegli uomini. Non vi date, dunque, pensiero di dove vada il mondo, ma di dove bisogna che an­diate voi per non calpestare cinicamente la vostra coscienza, per non vergognarvi di voi stessi”.

Ecco. La FdL intende rifuggire la viltate. Sen­za furie eroiche ma con pacata convinzione e con responsabilità. La nostra opposizione in nome delle libertà e contro il privilegio, è un prodotto delle nostre radici. Che non ci allontana dalla re­altà e al contrario ci unisce ad essa, perché la li­bertà di ciascuno è il propellente del mondo vivo. Noi ci opponiamo per costruire, non per distrug­gere. Sappiamo che costruire le regole per una li­bera convivenza richiede un gradualismo tenace e la paziente fermezza di seguire la bussola delle libertà. E sappiamo che la nostra opposizione, sic­come intende essere liberale, è difficile e talvolta addirittura solitaria, perché non può permettersi di contraddirsi confondendosi oltre misura con altre opposizioni condotte nel segno di principi o comportamenti o proposte non liberali. Ma per convinzione e per responsabilità dobbiamo fare il massimo sforzo per dare all’Italia di oggi quel­l’opposizione liberale di cui ha urgente biso­gno.

Per fare questo sforzo, occorre liberare il cam­po da due errate impostazioni che, se assunte come premessa, inducono poi ad un’azione sterile e non liberale. La prima è pensare che, siccome il con­flitto di interessi e l’accumulo di potere incrinano i fondamenti stessi dello stato di diritto, allora ciò costituisce un problema per tutti i cittadini di qua­lunque parte politica, sia di destra sia di sinistra. Non è affatto così. A chi non si fa guidare nei com­portamenti da una mentalità liberale, di questa problematica importa poco o nulla, a destra come a sinistra. In altre parole, su questioni così impor­tanti, non serve atteggiarsi a fautori di una trasversalità equivoca, oltre che in materia inesi­stente. L’impostazione va ribaltata. Si devono chiamare le cose con il loro nome e promuovere apertamente la convergenza di tutti coloro che hanno una certa mentalità di tipo liberale, per dar forza appunto ad un’opposizione che sia liberale e che dunque voglia ripristinare i fondamenti del­lo Stato di Diritto ora incrinati.

La seconda errata impostazione è pensare che l’opposizione da creare deve mettere da parte le distinzioni di schieramento ed operare con ogni mezzo democratico per ripristinare le condizioni minime della competizione politica senza rasse­gnarsi ad un Governo Berlusconi per l’intera le­gislatura. Qui l’abbaglio è addirittura clamoroso. Innanzitutto, non è pensabile, specie nell’ottica liberale, un’ opposizione che prescinda dallo sce­gliere politicamente, cioè dallo schierarsi e dichia­rare quale tipo di opposizione vuole essere. Poi, la frase “operare con ogni mezzo democratico” o con significa nulla in quanto ovvietà tautologica i liberali operano solo democraticamente) oppure dissimula l’ammiccamento alla tesi che il Go­verno sarebbe illegittimo ed occorrerebbe giun­gere alla soglia di atti di mobilitazione preinsurrezionale per cacciarlo. Un simile atteg­giamento massirnalistico – provocato dalla rab­ia incontrollabile per la violazione di principi li­berali – una volta adottato finirebbe per dare più spazio alle stesse violazioni che vuoi combattere. Infatti, non sussistendo le condizioni politico sociali per la deriva insurrezionale, non troverebbe ponde significative nel normale cittadino medio porterebbe i suoi promotori nel ghetto dell’ iso­lamento.

Liberarsi da queste due errate impostazioni consente di fare chiarezza su dove vuoI portare la strada dell’ opposizione liberale. Vuoi portare a far convergere tutti coloro che per organizzare oggi la convivenza vogliono l’adozione almeno par­ziale di essenziali strumenti liberali. Ed è imme­diato accorgersi che proporsi questa convergenza non porta dalle parti dei gioiosi girotondi e nem­meno da quelle del nebbioso ulivismo indistinto. Sono luoghi tra loro non coincidenti, eppure ana­loghi nel trovarsi lontani dal liberalismo e, quel che più conta, nell’oggettivo favorire il berlusco­nismo.

I girotondi di Moretti e Pardi sono un fenome­no composito, a base alto borghese. Sono un in­sieme di persone incredule di non trovare più al potere gli abituali punti di riferimento se non di connivenza e convinte della illegittimità morale se non addirittura giuridica del governo BerIusconi. Da qui la loro indignazione penna­nente, intesa come strumento che dovrebbe esor­cizzare il loro brutto sogno ed esser sufficiente a risvegliare le persone dabbene e a farle ricompattare con le masse per cacciare la banda degli usurpatori. Ora, l’indignazione permanente è un atteggiamento moralistico che presuppone l’allineamento dei giudizi di tutti con il proprio e che neanche ipotizza l’esistenza di motivi profondi per il successo berlusconiano. L’indignazione per­manente non si pone il problema di un program­ma alternativo perché essa stessa pretende di es­sere il programma.

Non solo. La settimana scor­sa, al Convegno di Firenze, Moretti e Pardi hanno sostenuto che “nei partiti della sinistra ci sono gli apparati, noi abbiamo dalla nostra le masse”. Forse non si sono neppure resi conto che la contrapposizione tra partiti parlamentari e partiti di massa è stata già la suggestione di un certo co­munismo nel periodo a cavallo tra la resistenza e la repubblica e rappresentò il tentativo, fallito, di instaurare una società in cui il cittadino fosse af­fogato nella massa e la massa potesse essere ma­novrata, nell’ambito dello stato, dai pochi privi­legiati che la guidavano dai palchi dei comizi (e che oggi rischiano addirittura di essere dei leader autoproclamatisi). Insomma, con l’indignazione permanente non si va oltre il velleitarismo e di certo non si costruisce una maggioranza con ade­guati profili liberali che vinca nel Paese. Così si rendono ancor più lunghi i tempi del berlusco-

nismo.

Poi c’è l’ulivismo. L’ulivismo indistinto è sta­to e continua ad essere l’ossessione che ha con­dannato l’Ulivo, prima all’involuzione, poi alla sconfitta ed ora ad una opposizione che scaJcia potente. E si badi bene. L’ulivismo è un’escre­scenza insorta dopo il successo dell’Ulivo. L’Uli­vo delle origini, quello del 1995 che vinse le ele­zioni del ’96, non era ulivista e soprattutto non era percepito come tale. Ne aveva alcuni sintomi premonitori – che noi liberali avvertimmo e de­aunciammo con il risultato di essere ostracizzati a chi già allora coltivava questa bella pensata ­– ­ma non era ulivista. Non lo era perché accettava di essere una coalizione con tante anime e una dozzina di partiti; perché la coalizione discuteva partecipatamente di strategie e tattiche; perché il programma fu il frutto di mesi di intensi dibattiti cui contribuirono solo a livello nazionale trecen­to o quattrocento persone differenti per cultura ed esperienze; perché, al di là della contrapposizione alla Casa delle Libertà, esisteva il messaggio po­sitivo di fondo della coalizione ed era il disegno di far entrare da subito l’Italia nell’Europa di Maastricht.

Ben presto, però, gli ulivisti alzarono la cresta con insistenza pari alla miopia politica. Gli argo­menti utilizzati avevano tutti fondamenta trabal­lanti. Del tipo, è necessario evitare la fram­mentazione in piccoli partiti (come se l’esser pic­coli fosse delittuoso), oppure bisogna rispettare una logica bipolare (sbandierata come se fosse una cosa ovvia e non un’interpretazione distorta del maggioritario), oppure occorre accettare la volontà degli elettori dell’Ulivo più numerosi di quelli dei partiti che lo compongono (come se scegliere l’Ulivo significasse esprimere una volontà ulivista). Successivamente, visto che la cosa non decollava, gli ulivisti divennero gli adoratori della favoleggiata “terza via” mondiale, che però era inconsistente e si afflosciò in un contenuto lasso di tempo. In realtà, dietro tutto questo, c’era e c’è una ansia malcelata e malintesa di apparire nuovi in quanto iconoclasti delle culture precedenti, segnatamente il socialismo di discendenza marxista e il conservatorismo di ascendenza reli­giosa; ma anche la volontà, non importa se con­sapevole, di riprodurne il mito fondante della contrapposizione tra il bene (l’Ulivo) e il male (la Casa Libertà) pensati come i due nuovi partiti chiesa; e c’è infine la bramosia di cancellare, con l’allontanamento dei laici come tali, anche quello che i laici rappresentano in termini di centralità del cittadino individuo.

Di fatto, poggiandosi su questo guazzabuglio culturale, gli ulivisti non sono stati capaci, dopo il successo del governo Prodi nell’entrare con il primo gruppo in Europa, di individuare un altro obbiettivo altrettanto chiaro ed importante, forse anche perché – specie nella sinistra, ma non solo – lo riteneva superfluo stante la supposta invincibilità in quanto detentori del potere. Così l’irrealistica costruzione ulivista non è decollata, e, quando, stupefatta, ha perso le elezioni del 2001, si è addirittura ritrovata priva di ogni slancio vi­tale ed ha cominciato ad imputridire rendendo impossibile la costruzione di un’opposizione. Non dico un’opposizione liberale, ma neanche un’op­posizione dotata di un disegno unitario che fosse qualcosa di più della avversione a Berlusconi o dell’avvitarsi in sterili diatribe di supremazia che portano allautocannibalisrno. Più ci si incaponi­sce nell’ulivismo indistinto e più l’Ulivo si fran­tuma politicamente e tende ad esaurirsi nel rituale inseguimento del fantasma di una unità che non si trova – e non si può trovare – proprio su quello cae più conta, e cioè sull’anima politico programmatica.

Purtroppo il mondo ulivista non sembra aver imparato dai propri fallimenti. Ancor oggi si parla di un nuovo Ulivo perseverando nelle stes­se impostazioni di fondo irrealistiche e sbagliate. E ciò avviene non solo a livello dei partiti ma an­che delle iniziative che si moltiplicano nell’ area di centro sinistra, magari più per il ribollire delle diverse fazioni DS che davvero spontaneamente. “I cittadini per l’Ulivo”, ad esempio, organizzati in comitati, associazioni, coordinamenti, liste civiche, promuovono una assemblea nazionale che vrà luogo nel prossimo marzo, e, per darsi un progetto comune, discutono un manifesto che omprende anche accenti innovativi che paiono lasciar spazio al confronto (il concetto di Ulivo come coalizione, i partiti come soggetti primari ella scena politica, l’obbligo di replicare alle pro­poste della destra solo con proposte alternative, il valorizzare l’incontro di tradizioni politico-sociali un tempo contrapposte facendole anche confron­tare con i movimenti critici sui processi di globalizzazione). Ma al dunque casca l’asino o meglio l’asinello. Il dunque è che si vuol subito fissare quale dovrà essere la conclusione dell’in­tero futuro dibattito. I cittadini per l’Ulivo lavo­rano per l’unità dell’Ulivo e puntano alla convo­cazione di una Costituente per ricostruire l’Ulivo come soggetto politico fortemente strutturato e portatore di una nuova cultura politica unitaria. Che confronto aperto è mai se le conclusioni sono precostituite? A che serve parlare di salvaguardia delle differenze e delle peculiarità culturali, se si deve apoditticamente realizzare il soggetto uni­co? A che serve parlare di primarie per trasfor­mari e da storico grimaldello contro le prepotenze dei partiti chiusi in procedura strumentale alla costruzione del nuovo partito dell’Ulivo? Il con­fronto e il dibattito sono veri ed hanno il sapore liberale solo se le conclusioni sono aperte e scelte alternative sono possibili.

Noi liberali non ci sottraiamo mai a confronti e dibattiti che funzionino davvero così. Tanto che anche alla conclusione della seconda parte del V Congresso, nel dicembre 2001, insieme alla con­ferma della funzione autonoma dei liberali, sce­gliemmo il metodo di promuovere l’aggregazio­ne di tutti i liberali, i laici e i radicali, per poter meglio interloquire con le altre forze politiche e per aver la possibilità di seguire il processo della Margherita al fine di una riqualificazione del cen­tro sinistra anche in contenuti e metodo liberali. Alcuni di noi avevano anche sperato che la Mar­gherita potesse avere un’evoluzione del genere. Oggi, dopo quasi un anno e mezzo dalle prime riunioni, la smentita dei fatti è difficilmene contestabile. La Margherita non vuole, o comun­que non può, districarsi da alcuni difetti strut­turali che la portano lontano da una funzione liberale.

lnnanzitutto è un partito dominato dai popola­ri e dalla tradizione democristiana, più esattamente quella della sinistra; e dunque pratica una ridottissima considerazione per il ruolo politico laico e in parallelo la chiusura a quelle istanze li­berali che pure sono sempre più centrali per la convivenza, tipo bioetica, ricerca, sessualità, famiglia. In secondo luogo la Margherita è un par­tito che mira sempre alla supremazia sugli alleati non affidandosi alla leadership della proposta po­litica bensì ai legami di convenienza anche extra politici e al conformismo profondo del modo d’es­ere degli italiani. In terzo luogo la Margherita pone come obbiettivo dichiarato della sua evolu­zione una particolare forma di ulivismo, che pren­e le mosse dall’ attuale Ulivo bipolare (DS e Margherita stessa), per giungere ad una confluenza in un soggetto ancora indefinito eppure ricondu­ibile nella galassia dei popolari; confluenza che si intende ottenere attraverso l’uso sistematico dell’ambiguità su temi decisivi come il rapporto con i no-global o con I’anti-berlusconismo, che, facendo da sponda alla sinistra radicale e aggi­rando quella riformista, impedisca alla sinistra riformista una scelta chiarificatrice e salutare per la democrazia italiana. In quarto luogo, la Mar­gherita si rifiuta di completare la riforma maggioritaria, facendo trasparire propensioni proporzionalistiche e quanto meno impedendo al centro-sinistra di schierarsi – in coerenza con la tesi n.1 dell’originario programma dell’Ulivo – a favore di un maggioritario compiuto per affidare ai cittadini la scelta diretta sulle questioni di fon­do. Oltretutto, su questi quattro punti non deve essere sottovalutata la consonanza di fatto con i democristiani del centro destra, che è molto forte, ai limiti della connivenza. Da tutto questo, non credo si possa davvero dire che la Margherita è oggi più vicina di ieri alliberalismo, o meno lon­tana. Può ovviamente proseguire un confronto fi­siologico per illiberali, ma definitivamente chia­rendo il nostro no ad ipotesi di riconoscere la funzione liberale della Margherita, la cui unica pre­occupazione è solo dare un’immagine più sfuma­ta alla sua anima incrollabilmente popolarcon­servatrice.

Dunque la strada dell’ opposizione liberale non porta né ai gioiosi girotondi né al sogno del neb­bioso ulivismo indistinto come via per superare la realtà dalle molte anime. Peraltro, la strada deI­l’opposizione liberale non porta neppure a distac­care la società civile dalla politica come parrebbe pretendere la neonata Libertà e Giustizia, l’ asso­ciazione che si è presentata negli ultimi due mesi con grande clamore e con l’adesione di numero­se personalità dell’economia e della cultura. Già è stato rilevato – non senza qualche ragione – che Libertà e Giustizia sarebbe la risposta al tycoon del centro destra, Berlusconi, sponsorizzata – dal tycoon del centro sinistra, De Benedetti, in una sfida tra interessi che, sganciata come è dalla po­litica, non fa bene al paese. A parte questo, la tesi bandiera di Libertà e Giustizia è che la società civile è la custode dei diritti, delle libertà e dei bisogni dei cittadini quando lo Stato arretra e le Istituzioni si stanno sfarinando, ma che proprio per questo essa società civile non si dovrebbe mescolare con la politica limitandosi ad esprime­re criticamente i suoi principi. La prima parte della tesi è liberale, la seconda no.

Le due parti non contrastebbero solo in una visione antitetica alla tradizione e alla mentalità liberali, in base alla quale la società civile deve estraniarsi dallo Stato in quanto è lo Stato la vera malattia e una società senza stato e senza istitu­zioni , cioè spontanea e senza regole, è più libe­ra. Viceversa in un quadro liberale, società civile  e po litica sono distinte nelle funzioni, non recirocamente estranee. Le relazioni tra i cittadini ed il loro associarsi devono esplicarsi liberamen­’e ma d’altra parte, per consentire la più grande ibertà possibile ai cittadini, singoli e associati, è ispensabile la politica, uno specifico modo di ociarsi irrinunciabile in un sistema libero, che appunto il fine di organizzare la convivenza civile tra diversi affinandone le regole quadro. La società civile è frutto prelibato della democrazia liberale perché incarna il rifiuto del panpoli­ricismo, l’autonomia del cittadino rispetto allo tato anche nella vita pubblica. Quando però si vertono i sintomi del pericolo opposto, l’avvio ella disgregazione dello Stato, allora l’ associa­zionismo della società civile deve farsi carico del gravoso impegno di puntellare la poI itica per risollevarla dalla sua decadenza fino a restituirla alle sue funzioni democratico liberali. Se non lo facesse tradirebbe la filosofia stessa del suo esse­re autonomia della cittadinanza. Senza Stato, non c’è più cittadinanza.

Ecco, la tesi di fondo di Libertà e Giustizia può indurre un migliormento delle buone manie­re, può risultare il fiore all’occhiello per un’en­trata in politica di personaggi illustri, ma di per sé non porta all’opposizione liberale. Oggi la socie­tà civile deve guardarsi dentro e, conservando sen­so critico e misura di realtà, avere la consapevo­lezza che se sul mercato politico non esiste l’of­ferta giusta, bisogna introdurcela. Oggi, la socie­tà civile, per evitare lo spettro dell’ Aventino, deve trovare la passione per sapersi mescolare pro tempore alla politica fatta di idee, cultura, pro­grammi per avere “meno Stato e più società civile”. Il punto chiave non è divenire direttamente partito. Il punto chiave è dichiararsi esplicitamente dalla parte di chi, assumendosi l’onere del farsi partito, sostenga il modo d’essere dell’associa­zionismo della società civile con coerenza di impostazione, di comportamenti e di storia cul­turale. Certo, schierarsi costa fatica e talvolta, in un contesto pervaso da corporazioni chiuse e os­sequio al potere, rinuncia al quieto vivere. Ma impegnarsi per mantenere le condizioni di una li­bera società civile è comunque un investimento vantaggioso.

Ora, alla luce del complesso di considerazioni fin qui svolte, in noi si è radicato il convincimen­to che la strada dell’ opposizione liberale passa per lo sforzo di aggregare liberali, democratici, repub­blicani, radicali, laici, riformatori e di sviluppare così una Grande Alleanza imperniata sul primato della libertà che punti ad avviare la riforma e l’ammodernamento della Repubblica. Per corri­spondere a questa esigenza che, il 20 ottobre, a Laterina, insieme agli amici di LobbyLiberal, è stata costituita l’AREA LIBERAL, che riteniamo la strada maestra per far tornare a votare chi non lo fa e per dare rappresentanza nelle scelte a quanti oggi se ne sentono privi. Anche in Italia, come nei principali paesi europei, è necessario ottenere una rappresentanza parlamentare autonoma del­l’area liberal-democratica-riformatrice: non per arricchire le carriere di tutti noi ma per riequilibrare il clima politico del paese.

In questi tre mesi, è stata giuridicamente co­stituita l’Associazione AREA LIBERAL, la si è dotata di un portale telematico e si è lavorato in­torno alla formazione, regione per regione, di una Conferenza Permanente dell’ AREA LIBERAL. Nelle ultime settimane, a seguito dei contatti pro­gressivamente intessuti con i Verdi Verdi (quelli dell’orsetto), si sta profilando la concreta possibilità che presto entrino nell’ Area Liberai, con pari dignità e portando il significativo patrimonio de<ll”ambientalismo né influenzato da prassi marxiste né funzionale ai disegni delle grandi  multinazionali.

La Grande Alleanza dei gruppi dell’ Area Liberal è la strada maestra per dare a tutti coloro che si rifanno ai valori della società civile, dei liberal-democratici-riformatori, dell’ arnbien­talismo non fondamentalista, il coraggio di mette­rsi alla prova, individuando connessioni collaborative e rivendicando il ruolo che natural­mente dovrebbe spettare al filone culturalmente iù dinamico. Questa area non è riducibile ad un sottoinsieme della sinistra, non è confondibile con la destra conservatrice, non è disposta ad affidare la costruzione politica della convivenza a para­metri di carattere religioso. E’ la sola risorsa cui attingere, in termini di cultura e di bacino eletto­rale, per sviluppare un’opposizione liberale che sia l’opposizione dei liberali. Un’opposizione che, nel segno e per mezzo della libertà di ciascuno esercitata secondo le regole, spinga progressiva­mente a cancellare povertà ed emarginazione dal­la convivenza reale.

I mali dell’Italia non si curano senza l’apporto della Grande Alleanza dell’ area liberal Ed è un apporto che non può essere rimpiazzato dai corsi accelerati di liberalismo innestati su altri ceppi culturali, che dal liberalismo sono stati sempre distinti, spesso lontani e talvolta contrapposti. Il risultato di questi innesti non sono politiche pii liberali bensì un travestimento che tenta di illude­re i cittadini finché ne è capace. Destra, sinistra e liberali restano cose diverse, per mentalità e per comportamenti di fatto. E’ controproducente cer­care di aggirare questo stato di cose con artifici che finiscono solo per far confusione e aggrovi­gliare sempre di più le questioni.

E’ controproducente – invece di ricorrere ai li­berali, democratici e riformatori dell’ area liberai – pensare di risolvere le carenze programmati che e di suffragi del centro sinistra cercando di richia­mare all’ ordine Bertinotti perché non faccia man­care i suoi voti all’Ulivo. Le scelte politiche di Bertinotti sono strettamente coerenti con le impostazioni di principio che dichiara e che pra­tica, quelle illiberali della sinistra antagonista, e in un’ottica liberaldemocratica (della quale è un caposaldo la corrispondenza tra quello che si dice e quello che si fa) la sua coerenza non può essere una colpa. Chi si affanna a richiamare all’ ordine Bertinotti in questi termini, ha in mente non di battere Berlusconi nel nome di un disegno libera­le ma di condurre contro Berlusconi una vera e propria guerra di potere in cui contano solo le al­leanze di forza e non quelle di contenuti.

E’ controproducente – invece di ricorrere ai li­berali, democratici e riformatori dell’ area liberai – pensare di intercettare i delusi del centro destra per le promesse mancate e la truffa politico ideo­logica di Berlusconi, affidandosi alla favola bel­la della terza via, per di più facendola impersona­re a notori esponenti della tradizione PCI; oppure affidandosi ad uomini di assoluto spessore intel­lettuale che però, delle origini ad oggi, hanno solcato tutti i mari della sinistra e ricoperto molti ruoli di responsablità senza mai manifestare slan­ci di limpida progettualità politica, tanto meno improntati a sensibilità liberaI.

E’ controproducente – invece di ricorrere ai Ii­cerali, democratici e riformatori dell’area liberaI – pensare di nascondere il problema politico del­inistra dietro il paravento della critica alla pre­sunta insufficienza del leader D’Alema, quando il punto debole non è tanto il leader quanto l’ arre­atezza della linea politica e dell’anima della sinistra.

E’ controproducente – invece di ricorrere ai li­berali, democratici e riformatori dell’area liberal – pensare di adottare di continuo la tesi dell’emer­genza solo perché il mondo reale non corrispon­e più ai propri modelli e emblematicamente non si è capaci di sottrarsi all’alternativa tra i due Moretti, quello delle BR e quello dei girotondi, che in verità è lo Scilla e Cariddi di una sinistra prigioniera dei propri modelli culturali arcaici e dedita ad inseguire miraggi che paiono scorciato­ie per restare al passo con i tempi, anni fà le toghe corporative, oggi le manovre degli orfani DC.

Per l’Italia occorre una dose massiccia di liberalismo che riporti al dibatitto e alla civile partecipazione collocando i contrasti sul metro della concretezza e della libera convivenza. Sen­za una crescente aggregazione di un’ area liberal, il paese sarebbe come un natante privo di qualcu­no che svolga la funzione di timoniere. Non è detto che il timoniere coincida con il comandante ma in ogni caso il comandante non può fare a meno del timoniere. Se la rotta deve essere quella della libertà nelle regole, si deve saper leggere la bussola delle libertà e i liberali sono i più attrezzati. per cultura e per esperienze, a svolgere quest funzione e tener la rotta tra lo sballotti o delle onde e le spinte del vento. Non si ricomincia sempre da zero: l’educazione consiste appunto nel compren­dere che non si parte mai dal nulla.

Di recente un importante saggista inglese, Adair Turner, ha svolto al riguardo delle conside­razioni istruttive su cui il mondo degli oppositori a Berlusconi dovrebbe attentamente meditare. “Non vedo alcuna ragione buona, anzi un certo pericolo, nel chiamare terza via un approccio che non soltanto ha delle profonde radici storiche e che non è per niente una terza via a mezza strada fra socialismo e capitalismo ma è semplicemente un capitalismo con un volto più umano. Il proble­ma essenziale è come conciliare un’economia di­namica e i benefici della libertà economica indi­viduale con 1’obiettivo di una società inclusiva, riconoscendo che dei mercati totalmente liberi non raggiungono tale scopo. Non si tratta di un pro­blema nuovo e non siamo la prima generazione che lo pensa. Ha già appassionato a suo tempo John Stuart Mill e John Maynard Keynes. Le sue implicazioni filosofiche e politiche furono studiate da Karl Popper, quelle economiche vennero stu­diate in profondità da James Meade. E’ un tema ricorrente oggi negli scritti di Paul Krugman, Samuel Brittan e Ralf Dahrendorf. Le politiche concrete da seguire vanno ridefinite di continuo per rispondere ai cambiamenti della realtà econo­mica. Ma il nucleo essenziale di questa filosofia non ha bisogno di un nome nuovo perché già esiste. Si chiama liberalismo.”

Nella situazione politica italiana, rilanciare il liberalismo significa rivoluzionare gli schemi mentali e il modo di approccio alla realtà. Le cul­ture dominanti dei partiti di massa propongono la staticità come aspirazione e dunque adottano mo­delli ideali slegati dal tempo, che concepiscono il cambiamento solo come transizione per adeguar­i alle caratteristiche della staticità finale. Vice­ersa il liberalismo è indissolubilmente legato allo correr del tempo, alla dinamicità della vita e al ambiamento come condizione essenziale dell’es­er vitali. Dal punto di vista liberale, la formula “conservare la libertà” è un ossìmoro e dunque non esprime con esattezza il concetto della libertà li­berale: perché la libertà liberale non si conserva fermando il tempo, cioè la vita, si conserva co­gliendone l’intima connessione al cambiare. Pro­prio per questa sua caratteristica, come ricorda sempre Amartya Sen, la libertà costituisce il solo effettivo sviluppo realizzabile. E di conseguenza, divengono centrali gli strumenti cardine della li­bertà, l’uso del senso critico e il metodo speri­mentale, che consentono di conoscere e di adope­rare l’immensa e pervasiva forza trasformatrice della conoscenza per fuoriuscire dalla morsa per cui l’umanità sarebbe dominata o dal caso o dalla necessità. Il caso non ha memoria, la necessità ha soltanto memoria di sè e di ciò che deve essere, la libertà ha la memoria di ciò che siamo stati ma si trasforma in memoria che vive nel presente e si proietta nel futuro.

Questa impostazione rivoluzionaria del liberalismo, ne spiega anche le difficoltà di far proseliti nel nostro paese. L’abitudine a conside­rare come massima aspirazione la staticità propo­sta dai modelli dei partiti di massa, porta a ricercare quella salvezza che quei modelli illusoria­mente propongono. E non è facile sradicare que­sta illusione per sostituirla con l’attitudine a re­golarsi sugli insegnamenti dell’esperienza e sul­l’uso del senso critico. Perciò, per comportarsi da liberali non si può mai dimenticare di essere parte di un conflitto politico di fondo che non ci pos­siamo permettere di non combattere.

Sostenere la nostra identità di liberali, non è dimostrarsi anacronisti. Anacronista è chi sostie­ne sistemi che non mettono la libertà del singolo cittadino prima di tutto e preferiscono società ossequienti ai proclami di una grande organizza­zione politica o religiosa. L’identità liberale pen­sa all’ oggi in funzione del futuro. E non può mai rinchiudersi in sé stessa, proprio perché si è posta due grandi compiti cui adempiere: mettere la li­bertà innanzi a tutto e puntare sulla diversità del­l’individuo considerandola come risorsa sociale. La nostra mentalità di liberali e il senso critico sono il motore per mantenere aperto il circuito sociale e per conservare sempre la possibilità di alternative tra cui scegliere. Queste sono le fina­lità della critica liberale nelle attuali condizioni del nostro paese e di quelli evoluti. Non è più solo poter esprimere un’opinione contro un’altra, dan­do legittimità e valore ad ambedue; soprattutto è misurare la libertà della convivenza sui dati reali, sugli avvenimenti storici e su quelli che si costru­iscono e si sperimentano. Nelle democrazie mo­derne, la libertà di parola è in genere assicurata, ma questo non basta affatto per rendere superflua una politica liberale. Caso mai ne è solo una della premesse. Fare una politica liberale, significa ap­plicare il metodo critico nell’ approntare i programmi nell’ agire. E soprattutto, significa ispirarsi allamore einaudiano per costruire le condizioni cotruttive di una società libera. In modo che la libertà di convivenza non risulti in nessun caso un gio­mma zero, dove si può vincere solo quello che un altro perde.

Per i liberali i grandi disegni non possono esistere al di fuori dei passi che li individuano, li  compongouo e li rendono un processo nel tempo. In questo la pace non è un concetto di base per i liberali, perché è una speranza, un’aspirazione, piuttosto che un progetto che si autocostruisce, e come speranza e aspirazione la pace non è e non può essere garanzia di libertà. Viceversa la libertà costruisce ed è costruttrice della pace. Da qui l’estrema attenzione dei liberali al problema di istituzioni e di quali regole preporre alla convivenza. Ben sapendo che naturalmente isti­tuzioni e regole, poiché puntano alle libertà dei cittadini, non possono essere sempre e dovunque le stesse; devono essere commisurate ai problemi de1 tempo e del luogo. Il che è normale dal momento che la libertà dei liberali non presuppone né pensa di raggiungere l’assenza dei problemi e ‘intangibilità del proprio mondo bensì richiede un impegno costante, e talvolta una lotta, per ren­zere possibile una convivenza più aperta tra i cittadini.

Per i liberali, come ha scritto Dahrendorf, si possono “affrontare e risolvere alcuni problemi posti dalla modernità più attraverso un’estensio­e internazionale dello stato di diritto che attra­verso la costruzione di nuove e più ampie istitu­zioni democratiche. L’importante è concentrarsi sui modi per rispettare nei fatti i principi dell’ ordine liberale che sostengono la democrazia, inve­ce che tentare di imitarne le istituzioni tradizio­nali”.

Per costruire le strutture delle libertà, i liberali fanno tesoro dell’esperienza e dello sperimenta­re. Il faro per i loro comportamenti è una sorta di prosaica razionalità, che è un pragmatismo di prin­cipi, attento a verificare cosa producono le scelte fatte e pronto ad introdurre gli aggiustamenti che si rendano necessari. E questo faro accomuna tut­ti coloro che sono liberali in politica. Che non sono proprio una cosa identica – il che in fin dei conti è ovvio tenuto conto che illiberalismo è la dottrina della diversità. Ma ciò che conta è che le differenze tra chi è più conservatore, più liberaI, più sociale, più classico, più radicale, più economicista, più libertario, più repubblicano o quant’ altro sono trascurabi1i rispetto alle differen­ze con chi liberale non è, come quelli che confon­dono individualismo con egoismo oppure quelli che vogliono annullare l’individuo nella comuni­tà oppure quelli che della libertà non riescono a cogliere le strette connessioni con il divenire e il tempo. La prosaica razionalità caratterizza in modo inequivoco la mentalità liberale e la rende il nemico naturale dei fondamentalismi, ideolo­gici e di mercato.

I sei punti individuati a Laterina per l’Area Liberai sono i primi tratti prosaici del disegno di una rotta verso una convivenza più libera ed aper­ta. Sono i geni costitutivi dell’opposizione dei li­berali, che non concepisce altra maniera di op­porsi a Berlusconi se non dando vita ad un diffe­rente progetto politico sociale, condiviso ampia­mente e rispettoso del sistema del maggioritario. In sintesi, ricordiamolo, l’area LiberaI vuole anzitutto uno Stato che non imponga compor­tamenti dettati da particolari comunità politiche, ideologiche o religiose; vuole un’Unione Euro­ea che fondi la sua costituzione sui valori di cittadinanza libera e tollerante per far crescere an­ora il grande disegno della collaborazione di culture di verse e che adotti strutture istituzionali atte d andar oltre i rapporti tra Nazioni. Inoltre l’Area LiberaI propone un’incompatibilità assoluta tra mandato parlamentare e incarichi di governo; una scuola laica che educhi al senso critico e formi oprattutto buoni cittadini della Repubblica; una econornia di mercato fondata sulla libera concorrenza e un nuovo sistema di norme per un inter­ento dello Stato che, senza orientare il mercato erso direttrici prefissate, ne moderi gli eccessi ‘anarchici” per l’equa tutela ai gruppi sociali più deboli e marginali; la cessione sul mercato di tut­te le partecipazioni azionarie del Tesoro; dei ro­busti investimenti in una università liberata dalle baronie universitarie e in una ricerca scientifica auto regolamentata e libera da vincoli di ordine religioso.

Ora, nei prossimi mesi, diviene decisivo dedi­care ogni nostra energia all’ impegno esterno per diffondere e divulgare la mentalità e le proposte liberali dell’ Area Liberal e far uscire l’intera area liberale dalla gabbia dello zoo intellettuale ove vorrebbero confinarla i conservatori, di centro destra e di centro sinistra. E penso, una volta messo in moto il meccanismo, che il fine naturale di que­sto impegno di costruzione di un’ identità ampia dei liberali, dovrà essere la formazione di una rete di relazioni e di iniziative che, tra un anno e mezzo, possa supportare la presentazione di una lista dell’ Area liberal alle Elezioni Europee, elezioni che – qualunque sarà la legge elettorale – più si prestano a focalizzare l’attenzione sul confronto tra i filoni culturali.

Quest’opera di divulgazione dovrà puntare, per la circolazione delle idee, sulle risorse telemati­che dei siti dei gruppi fondatori e non potrà pre­scindere da un robusto approfondimento delle analisi, delle tematiche e delle proposte che sce­glieremo per delineare l’immagine del nuovo sog­getto Area LiberaI e farlo penetrare nel cuore e nel cervello dei cittadini più attenti alle questioni di libertà.

L’impegno che per un liberale viene prima di tutti gli altri è operare per limitare al massimo gli svantaggi che obbiettivamente fanno carico ai sin­goli cittadini colpiti da una ridotta funzionalità organica. Per noi liberali questa non è materia di compassione o di carità. E’ l’unico modo coeren­te di valorizzare I ‘irripetibilità di ogni individuo, che da una parte ha dei diritti inalienabili nella qualità di vivente dotato di autocoscienza e che dall’altra arricchisce la società come potenziale portatore di contributi né prevedibili né surrogabili. E’ questa naturale affinità per l’atten­zione alla personalità di ciascuno e non al privile­gio di una presunta normalità, il terreno comune su cui si è naturalmente creato e poi progressiva­mente rinsaldato il legame tra la FdL e il MOICOS che è impegnato fattivamente sul terreno della socialità e che ha concretamente aiutato la FdL a continuare nel suo impegno politico.

Dopo l’impegno a favore dei cittadini colpiti da una propria ridotta funzionalità organica, per liberale viene l’impegno ad operare per mi­.:;liorare le possibilità e le qualità della conviven­za tra i cittadini perché ciascuno possa esprimere al meglio la propria individualità e perseguire i propri modi di vita. E siccome la questione cen­ale è mantenere al primo posto la libertà di esse­re diversi, diviene decisivo appuntare l’attenzio­ne sul fatto che i meccanismi della libertà sono aecessariamente complessi, articolati e richiedo­no grande attenzione in modo da essere periodicamente aggiustati. Le istituzioni della libertà sono ante, tutte con funzioni diverse e tutte in qualche modo necessarie (lo Stato, il mercato, il governo, i partiti, le imprese, i sindacati, le associazioni civili, la scuola, il parlamento e altre ancora a vari livelli locali, nazionali e internazionali) per interagire e sostenere un complessivo sviluppo fondato sull’iniziativa individuale, sul conflitto econdo le regole e mirato a soddisfare i bisogni del cittadino.

In questa ottica, il liberale deve battersi a fondo contro chi vuole appiccicare addosso del liberalismo l’etichetta di fautore di un fondamentalismo di mercato. Per il liberale il mercato è un’ istituzione tra tante, decisiva ma non spontanea e nemmeno autosufficiente; è un dato empirico, non può essere una fede ideologica.

Anzi, a ben riflettere, il sostenere la pura sponta­neità di un fantomatico ordine capitalista vuoI dire negare alla radice la potenza trasformatrice dei liberi atti individuali. Di fatti, il capitalismo spon­taneo spingerebbe verso una concentrazione dei soggetti economici autonomi con ciò diminuen­do la possibilità dei liberi atti individuali e perciò riducendo il grado di libertà del sistema. Allora il liberalisrno adotta con decisione strumenti che ostacolino questo effetto del capitalismo sponta­neo. Ma questa è per l’appunto una funzione ester­na ad un mercato inteso come autosufficiente. In­somma per i liberali il mercato è uno strumento di libertà, non un rigido modello di riferimento assoluto e di applicazione universale. Per i libe­rali, il mercato non è una religione ma il sistema più coerente e tlessibile per mettere la libertà in­nanzi a tutto.

A tal proposito, è istruttivo richiamare un’espe­rienza che è emblematica e da meditare nei suoi significati più profondi, quella delle vicende rus­se. In Russia, prima vi è miseramente fallito il socialismo reale dei privilegi burocratici senza li­bertà e senza mercato; poi, nell’ultimo decennio, vi è stato sperimentato che è assai difficile, e so­prattutto non rapido, importare il capitalismo sen­za classi dirigenti adeguate e senza uno Stato ab­bastanza forte dal farne rispettare le regole e dal far pagare le imposte.

Questa esperienza fa intendere – se ancora ce ne fosse bisogno – che il sistema capitalistico non attecchisce bene sul terreno di una libertà econo­mica senza freni e in mancanza di una mentalità degli operatori che sia adatta. In verità c’è una simbiosi tra le regole essenziali di funzionamen­to del mercato e quelle che limitano il potere ar­bitrario dello Stato e combattono i privilegi. La storia ha dimostrato, in pratica, che mercato e li­bertà si sorreggono l’un l’altra e che l’uno e l’al­tra hanno bisogno, per funzionare al meglio, di regole duttili da trovare e da applicare senza fondamentalismi. Con quella razionale prosaicità che è il faro del comportarsi da liberali.

L’impegno successivo dei liberali è quello di applicarsi – e di spingere la gente ad applicarsi­r conoscere al meglio la realtà, per capire quel­he sta davvero succedendo e confrontarlo con bussola delle libertà. Ora, la cosa che oggi più colpisce ed appassiona è il cosiddetto fenomeno della globalizzazione e più precisamente del libe­ro scambio globale. E sul cosa sia e cosa possa comportare, si è scatenata, negli ultimi anni an­che in Italia, una tempesta poco rispettosa della razionale prosaicità – che invece era il punto di riferimento della Carta di Oxford di Liberal International del 1997 – nonché tendenzialmente portata a caricare il libero scambio globale di caratteristiche che non ha, distorcendone così la so­stanza. Da sottolineare come la responsabilità di queste distorsioni – che di fatto significa incapa­ità di comprendere la natura del fenomeno e quin­di di assumere nei suoi confronti un atteggiamen­to utile ai fini della libertà – non sia affatto dei soli no global, ma vada equamente ripartita anche con i fondamentalisti del mercato e le lobbies delle multinazionali dell’ industria. Tutti e tre questi gruppi partono dalla premessa, sbagliata, che solo una maggior liberalizzazione degli scambi con i paesi in via di sviluppo può consentire al mondo occidentale di mantenere la propria prosperità e la propria ricchezza. E da questo fanno discende­re la condanna senza appello oppure, a seconda dei gusti, la celebrazione fideistica del libero scambio globale.

In realtà, questo modo di intendere la globalizzazione non trova conferma nei dati di fatto. I dati di fatto dicono che un’economia sviluppata poggia sugli scambi con i paesi in via di sviluppo assai meno di quello che si pensi, dal momento che circa il 95% degli scambi avviene tra econo­mie di alta prosperità, vale a dire Stati Uniti, Eu­ropa, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. I dati di fatto dicono che la globalizzazione non porta tanto ad una competizione tra nazioni quanto piut­tosto influenza l’economia dei paesi sviluppati, non da sola ma neppure principalmente rispetto ad altri fattori (tra cui spiccano la tecnologia del­l’informazione e della comunicazione e l’econo­mia dei servizi alla persona e della loro prestazio­ne) e comunque senza sminuire 1’importanza del­le scelte politico economiche prese a livello na­zionale. La competizione c’è ma riguarda le azien­de non le nazioni. In altre parole, quello che nella scienza si chiama l’effetto farfalla – lo sbattere delle ali di una farfalla nelle foreste amazzoniche può innescare processi che portano a catastrofi ecologiche anche a diecine di migliaia di chilo­metri – non va inteso in chiave deterministica ne­anche nel caso della convivenza umana, nel sen­so che sono strutturalmente possibili delle contro alternative la cui scelta e il cui esito dipendono dalle risposte dislocate in giro per il mondo.

I dati di fatto dicono che il valore del livello degli scambi resta stabile – e magari un po’ de­crescente – pur in presenza di un aumento del loro volume perché i prezzi dei beni e servizi scam­biati scendono rispetto ai prezzi di quelli che non si scambiano; e dal momento che nella tecnolo­gia dell’ informazione e comunicazione vi è una rapida crescita di produttività che non ci può es­sere nei settori dei servizi come l’istruzione, la sanità, l’ intrattenimento, i collaboratori domesti­ci, il valore aggiunto e i posti di lavoro tendono a spostarsi verso questi settori e dunque a localizzars­i, perché legati alla persona. Nel complesso insomma la tendenza alla crescita degli scambi fisici ed immateriali favorita dalle tecnologie e il libero scambio su larga scala viene bilanciata da una tendenza opposta alla localizzazione e ad una sorta di artigianalità che il computer non può ridurre.

I dati di fatto dicono che la globalizzazione ha un diverso impatto sui paesi evoluti e quelli in via di sviluppo. Quelli evoluti non hanno tanto visto aumentare gli scambi di capitali quanto superata la distinzione tra esportatori e importatori di ca­pitali. Quelli in via di sviluppo sono passati dai finanziamenti bancari e statali o di altri enti ed istituzioni, ad invesimenti diretti delle multina­zionali ed in genere tendono ad adottare un politica di liberalizzazione interna del paese. Quello che è stato globalizzato è la filosofia dei liberi merca­ti, con grandi benefici a molti paesi in via svilup­po, dato che, anche se concorrono anche altri fat­tori e circostanze, i più bassi livelli di libertà cor­rispondono alle maggiori povertà, principalmen­te in Africa (Congo e Zimbabwe, Zambia e Rwanda).

I dati di fatto dicono che di sicuro non è vero che la globalizzazione accentua la diseguaglianza tra le nazioni (Cina, Corea e altre asiatiche ere­cono più rapidamente degli Stati Uniti ma anche studi accuratissimi mostrano che i coefficienti di diseguaglianza stanno scendendo per la prima volta dalla rivoluzione industriale). E’ invece vero, entro certi limiti, che la globalizzazione accentua la diseguaglianza all’ interno di ciascun paese, specie in quelli in via di sviluppo, perché in genere i concomitanti processi di liberalizzazione e di privatizzazione inducono differenti dinamiche salariali tra settori publici e pri vati e tra tipologie di lavoro a seconda della qualificazione.

I dati di fatto dicono che tutti i mercati non sono mai perfetti e pertanto sono molto diversi tra di loro, talvolta in modo diametralmene oppo­sto (mercato del lavoro e mercato finanziario). I primi non sono mai del tutto flessibili e sono vi­schiosi, vale a dire che, per ragioni normative di­verse ma anche di carattere psicologico e socia­le, reagiscono lentamente e non del tutto come vorrebbe la teoria per raggiungere il livello di equi­librio capace di assicurare il massimo impiego. All’ opposto i mercati finanziari tendono natural­mente ad essere molto più volatili di quanto indichirebbe la teoria e possono registrare oscil­lazioni di prezzo irrazionali, che impediscono, anche per lunghi periodi, di assestarsi sui livelli di equilibrio e possono produrre effetti dannosi all’economia (e ciò non per caso, ma perché nel settore finanziario vi è difficol tà nell’ indi viduare il giusto valore di prodotti non reali, le commis­sioni di compravendita sono molto inferiori ad altri prodotti, vi è un’asimmetria dei rendimenti a ca­rico della maggior parte degli operatori del setto­re, che sono intermediari tendenzialemente non chiamati a rispondere delle perdite). Anche quan­do si tratta di mercati efficienti e ragionevolmen­te liberi da insider training ed anche se le infor­mazioni sul mercato sono diffuse in simultanea a tutti, è difficile evitare le ondate psicologiche del­l’Orso o del Toro. In pratica la regolamentazione dei mercati bancari e finanziari deve essere ap­propriata, vigile e la liberalizzazione affrontata con tutela consapevole della complessità e non di tipo dogmatico, per imbrigliare la tendenza ad ecces­sive reazioni del mercato finanziario. Basti pen­sare che se aumentasse all’improvviso la propen­sione al risparmio anche di solo un 3%, gli effetti sulla capacità di finanziare gli scambi sarebbero pesantissirni. Però, mentre nei paesi sviluppati gli effetti più perversi di improvvisi cambiamenti possono essere disinnescati dalle strumentazioni politiche esistenti, nelle economie dei paesi in via di sviluppo e ai soggetti più vulnerabili possono provocare costi sproporzionati al di là di qualsia­si errore eventualmente commesso e mettere in forse le condizioni per un’ apertura dell’ economia mondiale.

I dati di fatto dicono che la liberalizzazione dei prodotti è largamente positiva ma deve essere bidirezionale tra paesi sviluppati e non. Non è possibile continuare con il doppio standard, per cui i paesi ricchi aiutano le loro agricolture e al tempo stesso chiedono a quelli poveri di libera­lizzare, provocando così una concorrenza perver­sa a scapito proprio di chi avrebbe più bisogno di trovare sbocchi consistenti verso i paesi più ricc­hi. E’ di scuola il caso grano. Gli aiuti all’espor­azione in USA e nell’UE portano dei prezzi bassi nelle forniture all’Egitto che poi, facendo parte del Gruppo africano, può vendere sottocosto sui mercati africani e dunque rovina le agricolture locali. Analogo caso con la farina di riso in Indo­nesia. La nuova proposta UE al negoziato WTO a Ginevra in queste settimane propone minori sussidi e un qualche maggior equilibrio ma il proble­ma resta, come resta quello di una qualche forma di prelievo sulle transazioni finanziarie internazionali, tipo la tassa proposta dal liberale Tobin, che ha difficoltà attuative evidenti, ma che mette in rilievo un problema importante.

Nel complesso conoscere meglio la realtà, fa capire che è l’uso distorto del mercato – o per difetto o per eccessiva spontaneità – che accen­tua i problemi e talvolta ne crea. Ma la cura è pun­tare su un uso più diffuso dei meccanismi di mer­cato. Naturalmente avendo presente che il merca­to ha diverse possibili articolazioni e richiede aggiustamenti di continuo, anche attraverso ma­novre tariffarie e fiscali rese possibili a livello nazionale dagli Stati e da accordi nell’ambito di organismi internazionali. Occorre muoversi all’in­segna di una maggior concorrenza, di una regolamentazione sempre più accurata, di un pragmatismo nei regimi valutari. E sotto questo profilo, ben si comprende come lo Stato e i Go­verni abbiano un ruolo di enorme importanza per rendere il capitalismo utile dal punto di vista so­ciale e sostenere il successo economico di lungo periodo proprio occupandosi di quei settori, a co­minciare da scuole, sanità, riforme quadro delle strutture economiche generali che consentono un miglior funzionamento dell’ applicazione delle li­bere iniziative dei cittadini.

Un approccio simile deve essere adottato pure nelle questioni ambientali, dove non occorre meno mercato bensì un uso più penetrante e coerente dell’economia di mercato. Tenendo conto del fat­to che nelle questioni ambientali esistono pure delle problematiche che influiscono sulla competitività internazionale ed altre che sono ri­levanti anche se non direttamente implicate in una funzione economica classica. Ma la risposta a queste problematiche non può né deve essere quella dello scontro da guerra di religione tra gli zerofanatici e gli adoratori dell’economicismo senza frontiere. Gli ideologismi rigidi, più stanno lon­tano dall’ ambiente, meglio è. Foss’ altro perché in problematiche di questo tipo rientrano questioni la cui importanza per la nostra vita è destinata a crescere progressivamente ed a cui pertanto è bene edicare la massima attenzione e la massima ra­zionale prosaicità per evitare appunto che nel pros­simo futuro determinino un restringimento delle libertà del cittadino.

Mi riferisco soprattutto ai problemi dei livelli di concentrazione di C02 nell’ atmosfera, del congestionamento della mobilità provocato dalla sua stessa centralità nei sistemi di scambio, del rapporto dimensionale tra aree interessate ad insediamenti antropici e aree che non lo sono. La complessità di questi problemi già ci da una pre­cisa indicazione. Le risposte non possono essere semplici e dunque occorre applicare una logica di mercato che si è dimostrata la strumentazione più duttile e più penetrante per scovare la soluzione più efficiente ed efficace a moltissimi problemi.

Anche in questi settori, è indispensabile adottare come criterio centrale quello dell’analisi costi / benefici, che certo non è facile – perché non è facile anche dal punto di vista psicologico tener onto di costi che non toccano cose misurabili (ad esempio come i diritti di proprietà), che spesso non sono precisamente definibili, che insomma sono per così dire alieni e per di più non di rado lontani nel tempo e nello spazio. Ma è il solo cri­terio che, per quanto già sperimentato, ha dimo­trato la capacità di avviare la soluzione dei problemi cui è stato applicato, e che inoltre ha il me­rito di implicare una maggior partecipazione di ogni cittadino, perché da liberali sosteniamo che in fin dei conti sono i cittadini i titolari ultimi del­la valutazione costi I benefici e delle scelte da essi conseguenti.

(segue l’ultima parte della relazione, più specifi­ca e qui omessa)

 

 

 

 

 

 

 

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