Dahrendorf, ragionando sulla globalizzazione

Nello scorso marzo a Copenhagen, Sir Ralf Dahrendorf, sociologo liberale di fama mondiale e Presidente d’onore dell’Internazionale Liberale, ha presentato un breve saggio, pubblicato poi a settembre da Laterza, nella collana “il Nocciolo”, con il titolo “Quadrare il cerchio”.
Si tratta di una riflessione snella ma non banale. Mette a fuoco lucidamente la sfida cui si trova di fronte chi, da liberale e democratico, intenda risolvere un problema cruciale nella società della economia globalizzata che caratterizzerà il prossimo decennio: il problema di preservare un equilibrio civile tra creazione di ricchezza, coesione sociale e libertà politica.
Credo non sia inutile rimarcare innanzitutto che il titolo originale del saggio non è “Quadrare il cerchio”. La notazione non vuol essere filologica. Serve a sottolineare che nel linguaggio corrente “quadrare il cerchio” è una metafora per indicare un’impresa impossibile e che dunque questo titolo dà l’idea dell’impossibilità di preservare l’equilibrio tra quelle tre condizioni. Questa non è però la tesi del saggio che viceversa propone un approccio di metodo e alcuni suggerimenti per avvicinarsi ad una soluzione. Tuttavia anche questo titolo, se letto nei suoi significati più riposti, può fornire il senso della proposta di Dahrendorf. Infatti, quadrare il cerchio è impossibile con il mezzo semplice degli strumenti naturali (riga e compasso) ma è possibile con sistemi più sofisticati. Così, fuor di metafora, chi pensa di ricercare quell’equilibrio in una soluzione ideologica e definitiva (la fine della storia) non può riuscire mai, mentre lasciando il campo ideologico e adottando il sistema (più sofisticato) della società aperta, è possibile avvicinarsi ad un equilibrio soddisfacente.
Finora il saggio di Dahrendorf ha avuto successo editoriale e ha sollevato diverse polemiche. Soprattutto da parte di quel mondo sedicente liberale che vorrebbe identificare il liberalismo con il liberismo e che guarda con fastidio alle questioni della libertà civile. Di fatti, per Dahrendorf il nodo principale da sciogliere dai liberali è la tendenza “asiatica” (nel senso che oggi si manifesta in diversi stati dell’Asia): cioè la ricerca ” di una rapida crescita economica che si sposi con una robusta coesione sociale, senza preoccuparsi troppo di promuovere insieme stato di diritto e democrazia politica”.
Questo stato di cose, scrive Dahrendorf, è figlio della globalizzazione, un intreccio che lega tutte le economie in un unico mercato competitivo. ” I confini fisici convenzionali incominciano a perdere ogni significato … Politica e tecnologia, spinte del mercato e innovazioni organizzative sono tutte cose che cospirano a creare uno spazio completamente nuovo che chiunque (si tratti di aziende o di nazioni) può ignorare solo a proprio rischio o pericolo”. Ciò non vuol dire che la globalizzazione debba essere totale o che le differenze culturali siano destinate a scomparire . Significa che gli attori economici devono avere flessibilità e mobilità. Significa minori vincoli ( sul mercato del lavoro e nel posizionamento imprenditoriale) per poter esaltare la disponibilità ad accettare i cambiamenti tecnologici e a reagirvi prontamente. Il tutto su scala mondiale, con la possibilità di scegliere questa o quella variante ma senza alcuna possibilità di estraniarsene.
“Le forze della globalizzazione sono potenti dovunque” e, senza volerlo, finiscono per volgere questa potenza contro la coesione della società civile, creando così un terreno favorevole agli autoritari. Non per caso un primo effetto visibile della globalizzazione economica è la sperequazione tra i cittadini. La globalizzazione porta o alla regola di vendere a prezzi più bassi o a vender prodotti di alta qualità e specializzazione. In ambedue i casi uno stipendio apprezzabile è solo per chi dà un contributo all’economia. ” Nessuno potrebbe sostenere che non c’è abbastanza lavoro, ma un posto di lavoro con una retribuzione dignitosa è sempre più difficile da trovare; è un privilegio”.
Una situazione simile spinge al declino consistenti gruppi sociali , al punto da metterne in discussione la cittadinanza. Agli eccessi di immobilismo e sicurezza sociali che vi sono stati, sta subentrando “lo sradicamento delle persone come condizione della efficienza e della competitività… Questi sviluppi non sono sempre negativi, anzi, entro certi limiti sono inevitabili”, ma oltre, invece di aiutare la società civile, destabilizzano la vita sociale e danno un senso di insicurezza personale. Soprattutto, le pressioni della globalizzazione portano alla “distruzione degli spazi pubblici e al declino dei valori del servizio che essi portano con sé” , attaccando “quegli altri motivi che spingono le persone a fare le cose perché sono giuste, per senso del dovere o in ossequio ad un impegno morale”.
Questo fenomeno è tanto più spinoso perché la società è molto più individualista di prima e perché “le persone realmente svantaggiate non rappresentano una nuova forza produttiva, nemmeno una forza con cui oggi si debbano fare i conti…. Non è vero che i conflitti individualizzati siano più facili da regolare delle lotte con classi organizzate o di altre battaglie; è vero anzi il contrario”. Accade che “la gente non ha nessun senso di appartenenza, nessun senso di un impegno sociale, e quindi nessuna ragione per rispettare la legge o i valori che l’hanno ispirata”.
Dalla disintegrazione sociale è facile passare al disordine attivo. Molte persone percepiscono le regole come regole degli altri, e “preferiscono dissociarsi da una società che le ha già confinate ai margini”. In questo clima di fiducia incrinata, la libertà arretra e la cittadinanza si restringe. Se la libertà sfocia in un’assenza di valori comuni, i cittadini “cominciano a dubitare della saggezza dei padri delle loro costituzioni e vanno alla ricerca di una via d’uscita, di un’autorità”. E’ qui che si innesta l’attenzione per la tendenza asiatica.
Anche l’Asia è entrata di slancio nel mondo della globalizzazione. Il prodotto nazionale lordo dei paesi asiatici più avanzati è cresciuto nell’ultimo decennio con un ritmo triplo di quello dell’insieme dei paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Le esportazioni mondiali asiatiche, in poco più di dieci anni, sono anch’esse triplicate toccando il 15% . Ed è un fatto che “queste nuove economie asiatiche non mostrano alcuna intenzione di voler emulare i modi europei”. L’idea di fondo è che” l’Asia è in grado di competere con chiunque nei mercati del mondo senza rinunciare ai propri valori”, e che la risposta adatta “per tener lontani i temuti valori dell’Occidente” sono i governi forti. “L’autoritarismo non è il totalitarismo: i governanti autoritari non sopportano un’opposizione attiva, ma finché una persona non attacca i poteri costituzionali, la lasciano in pace. Coloro che criticano l’insindacabilità del potere del governo, coloro che fanno tesoro della libertà di parola per denunciare il nepotismo, coloro che in occasione delle elezioni osano proporre candidati alternativi, vanno incontro ad un mare di guai.” In Asia è possibile che si crei un nuovo equilibrio ” che combini insieme la competitività economica a livello mondiale, una coesione sociale più tradizionale (il confucianesimo) che civile, e regimi politici autoritari.”
“La tentazione che emana da questo tipo di autoritarismo è notevole. Il modello asiatico piace a moltissimi uomini d’affari e i politici conservatori (da Margaret Thatcher a Silvio Berlusconi) cercano di seguirlo”. Appare una risposta a quel senso di insicurezza che va diffondendosi, al bisogno di rimettere ordine, di impedire che la libertà degeneri in licenza, di bloccare la confusione dei flussi migratori. ” Un gradevole effetto collaterale sarebbe che un governo simile può garantire la competitività economica senza dover prestare orecchio né a sindacati delusi, né a gruppi di interesse particolari, né agli ambientalisti locali, né a partiti politici condannati all’impopolarità”.
Concluso l’esame dei rischi della globalizzazione e prima di illustrare i suggerimenti di Dahrendorf, è opportuno un rilievo. Il nocciolo della questione sollevata in “Quadrare il cerchio” è un problema classico per i liberali, quello del rapporto tra libertà e sistema economico; il fatto nuovo ( e per i liberali fisiologico) sono le forme in cui tale questione si presenta e i modi di affrontarla. Il nocciolo fu oggetto di una ventennale polemica tra Croce e Einaudi negli anni trenta e quaranta, che sul punto è ancor oggi di una penetrante attualità e che è stata raccolta nel volume “Liberismo e Liberalismo” ( edito da Ricciardi nel 1957, con una seconda edizione del 1988 introdotta da Giovanni Malagodi) . Riassumerla è senza dubbio illuminante.
Croce sosteneva che il liberalismo, che è un principio, non deve essere confuso con il liberismo, che è un particolare ordinamento empirico. “L’idea liberale può avere un legame contingente e transitorio, ma non ha nessun legame necessario e perpetuo, con la proprietà privata della terra e delle industrie; essa si oppone all’oppressione e falsificazione della vita morale, da qualunque parte si eserciti; e il promovimento della libertà è il criterio con cui misura istituti politici e ordinamenti economici, in rapporto a varie situazioni storiche, a volta a volta accettandoli e respingendoli, secondo che quegli istituti serbino o smarriscano efficacia per il suo fine.” In questa ottica, Croce scriveva inoltre che “liberismo e comunismo sono due ordinamenti irrealizzabili nella loro assolutezza, che non propongono quesiti risolubili dalla scienza economica; la ragione è che sono tentativi di ordinamento totale della vita e della società umana”. E ancora. “La libertà come moralità non può avere altra base che sé stessa, e morale non sarebbe se fosse legata ad un dato economico…. La conclusione è che il liberalismo ha bisogno non di basi ( il liberismo, nda) ma di mezzi economici e politici, e che questi non possono mai essere fissati in certi mezzi ad esclusione di certi altri; e che il ritrovarli non è opera del teorico né dell’economia né dell’etica, ma dell’ingegno o genialità politica”.
Per Croce, insomma, la libertà è un principio morale, un’essenza spirituale che deve realizzarsi innanzitutto nella coscienza dell’individuo e che in questo senso prescinde dal contingente ordinamento della società. Una posizione, questa, di alta filosofia che ha il merito di esaltare la centralità della maturazione individuale nei processi di libertà (e che storicamente risponde all’esigenza, come annota Malagodi, di evitare che il fascismo fosse accettato perché accentuava i privilegi dei capitalisti, dei proprietari di terre e dei dirigenti d’azienda, mentre sopprimeva la libertà etica, politica ed in sostanza anche economica). E tuttavia, quella di Croce è anche una posizione in qualche modo disattenta alle esigenze del come promuovere in concreto i processi di libertà degli individui.
Einaudi concordava con Croce sull’idea che le varie forme di liberismo “si muovono nell’ambito dell’economia e non hanno un legame necessario con la visione liberale del mondo”. Ma insisteva con forza sul fatto che “la libertà non è capace di vivere in una società economica nella quale non esista una varia e ricca fioritura di vite umane vive per virtù propria, indipendenti le une dalle altre, non serve di un’unica volontà…. Nella società libera, l’individuo, la famiglia, la classe, l’aggruppamento, la società commerciale, la fondazione pia, la scuola, la lega artigianale od operaia devono sentire di vivere ed effettivamente vivere di vita propria, coordinata alla vita degli altri ma non derivante dalla tolleranza dell’organo del tutto.”
Da qui la convinzione che “pare difficile scindere compiutamente l’idea liberale dallo strumento con cui essa si converte in azione operante….. Nessun mezzo è per sé stesso bastevole ad assicurare la libertà morale e qualunque mezzo, sia pur creato a tal fine, può esser pervertito a conseguire il fine contrario. Tuttavia vi hanno mezzi i quali per l’indole loro medesima invincibilmente repugnano all’idea della libertà ed altri i quali invece, se pure sono impotenti a crearla, tollerano e talora favoriscono il sorgere ed il fiorire od , almeno, l’allargamento di essa ad un numero più grande di uomini.” Ed allora. “I mezzi adoperati sono come l’indice esterno delle tendenze morali degli uomini. Comunismo e capitalismo monopolistico tendono ad uniformizzare, a conformizzare le azioni, il pensiero degli uomini, a distruggere la gioia di vivere, che è gioia di creare, che è desiderio di una società di uomini ugualmente liberi di compiere la propria missione. ”
Einaudi è in sostanza dell’avviso che le esigenze di libertà spirituale dell’uomo si accompagnano alle richieste di libertà “per le maniere di procacciarsi i beni economici”. E afferma : “L’idea della libertà vive, sì, indipendente da quella norma pratica contingente che si chiamò liberismo economico; ma non si attua, non informa di sé la vita dei molti e dei più se non quando gli uomini, per la stessa ragione per cui vollero essere moralmente liberi, siano riusciti a creare tipi di organizzazione economica adatti a quella vita libera”.
Questa polemica di mezzo secolo fà tra Croce ed Einaudi, è uno strumento utile per riflettere sui rischi della globalizzazione. Nel senso che questi rischi sono ancora una volta il manifestarsi degli intrecci, complessi oggi ai limiti del caotico, che la realtà pone in modo sempre nuovo. Intrecci che si devono almeno districare, se non sciogliere, per preservare un equilibrio civile tra creazione di ricchezza, coesione sociale e libertà politica. La polemica tra Croce e Einaudi insegna che la libertà del singolo è alla base di una società libera, che una società libera è una società dei diritti della cittadinanza comune e che alla società libera necessitano ordinamenti tali da rendere massima la capacità di comunicare e di intraprendere dei singoli. Dunque il liberale, in politica, deve adoperarsi su più fronti per costruire percorsi aperti che preservino da rischi pericolosi. Quelli rappresentati da chi vorrebbe riscoprire il pauperismo, o da chi emarginerebbe le persone inutili nell’ottica economicistica, oppure da chi pensa la libertà solo per gli eroi solitari che in ogni circostanza sanno mantenerla nella propria coscienza, oppure da chi si illude di trovare la libertà affidandosi acriticamente all’autorità di qualcuno piuttosto che all’apporto di tanti altri.
Non per caso, dunque, Dahrendorf vuol pensare ai mezzi per affrontare i rischi della globalizzazione. Perché per preservare un equilibrio civile tra creazione della ricchezza, coesione sociale e libertà politica, occorre trovare un approccio per un progetto praticabile, un mezzo contingente ma necessario della società libera. E Dahrendorf ci offre sei suggerimenti, in chiave internazionale, necessariamente “un inizio e niente più” nello spirito non dottrinario ed empirico dei liberali.
Il primo suggerimento è cambiare il linguaggio dell’economia pubblica per sottrarla alla visione meramente economicistica; oltre al concetto di Prodotto Nazionale Lordo, occorre individuare misure più appropriate della ricchezza, come diritti umani, sperequazione sociale, opportunità civili. Il secondo è affrontare in tempo le problematiche conseguenti la trasformazione del lavoro, sempre meno legato all’unicità professionale nell’arco della vita o alla pienezza degli orari e dei periodi di impiego; e intanto promuovere un tirocinio “nell’età critica che va dai 16 ai 19 anni per assicurare alla persona una base di esperienza e di motivazione che possa sostenerla nel corso di tutta una vita di cambiamenti”. Il terzo suggerimento è motivare con forza le persone veramente svantaggiate per sollevarle dall’abulia di una vita marginale; e soprattutto impegnarsi per tagliare le radici del fenomeno onde evitare che un’altra generazione ripeta la stessa triste eseprienza.
Il quarto suggerimento è valorizzare il potere locale come luogo primario di organizzazione sociale e politica che può dare maggiori occasioni di inserimento civile, di addestramento professionale, di iniziative e coinvolgimenti più personalizzati e insieme essere momento di identità politica. Il quinto suggerimento è dare più spazio al complesso di persone e istituzioni (dipendenti, fornitori, clienti, banche, comunità locali) che sono coinvolti in un’impresa economica oltre gli azionisti; insomma maggior consapevolezza che le aziende sono più del loro ambito giuridico economico. Il sesto suggerimento è trovare un nuovo equilibrio funzionale per come esercitare le responsabilità di governo nella sfera pubblica di fronte al mercato globale delle aziende transnazionali e del caos creativo della società civile; i governi non possono né essere evitati né essere “semplicemente i guardiani delle regole del gioco, come minimo determinano il tono dell’economia e della società , il finanziamento e l’organizzazione dei servizi pubblici”.
Per concludere. Ponendoci nell’ottica semplicistica della certezza, la quadratura del cerchio di fronte ai rischi della globalizzazione, non c’è. Perché, se si vuol preservare la libertà dei cittadini ( che poi influenza anche i livelli di vita), proprio non ci può essere . Se viceversa, senza farsi prendere dalla paura delle sfide e dalla voglia di esorcizzarla incolpando il solito nemico di turno (l’ideologia , le opinioni diverse , le altre comunità, le persone di colore, i ricchi o i poveri), si prova a costruire i rapporti necessariamente sempre nuovi della società aperta, è molto probabile che anche della globalizzazione si riesca a cogliere il buono e a sventare il peggio. In attesa dei problemi che, in forme nuove, sicuramente verranno dopo.

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