Dr. Ugo STILLE, Direttore del CORRIERE DELLA SERA
Egregio Direttore, il vivace confronto di questi ultimi giorni sulla questione “tetto pubblicitario RAI” tende a focalizzarsi sui sospetti di pressioni degli uomini di Berlusconi sulla Commissione di Vigilanza. Credo che impostare così il problema sia averne una visione parziale e in sostanza fuorviante.
Il ritardo della Commissione di Vigilanza nel fissare il tetto ’88 è una stortura cui occorre por termine e soprattutto da non ripetere per il 1989. E. mi consenta di dire, nel merito della misura del tetto, che la decisione della Vigilanza dovrebbe irrobustire il sistema misto e quindi fare un ulteriore passo verso il superamento della centralità del Servizio Pubblico anche in tema di destinazione di risorse finanziarie.
Qui mi preme tuttavia ricordare che il ritardo non è figlio della pigrizia dei commissari ma dei forti contrasti esistenti sulla delicata materia. E soprattutto sottolineare un aspetto. Quando gli sponsor del partito della RAI attribuiscono ogni colpa ai condizionamenti delle lobby di Berlusconi, fanno come chi vede il fuscello nell’occhio degli altri e no si accorge della trave nel proprio. Perché il punto è che l’attività di lobby di ogni privato è pienamente legittima a patto che sia trasparente e a meno che non si trasformi in corruzione, mentre è davvero difficile sostenere che, ferme restando trasparenza e correttezza, sia comunque legittima l’attività di lobby da parte dell’azienda RAI esercente un pubblico servizio in concessione.
Che i gruppi privati decidano quali siano i loro interessi e quali le vie legali per soddisfarli è del tutto fisiologico. Nel caso dell’azienda RAI non si tratta però di un gruppo privato. Anzi, tutta la filosofia del gruppo è di rivendicare a questo titolo la centralità nel settore. Allora non si può sfuggire ad un ragionamento. Siccome sulle grandi questioni (ad esempio il finanziamento nel settore dell’informazione) il solo interesse pubblico è quello deciso dal Parlamento nelle forme di legge, non è consentibile che l’azienda RAI svolga u’attività di lobby pretendendo appunto di rappresentare quell’interesse pubblico che invece spetta al Parlamento stabilire.
Questo ragionamento non piace ai patiti della cultura consociativa.Per costoro sono legittimi solo gli interessi concordati tra i supposti “grandi sacerdoti” della democrazia, cioè i grandi partiti, le grandi organizzazioni di massa, le grandi gerarchie pubbliche e i loro sponsor. Automaticamente identificano cone interesse pubblico quelli che talvolta sono soo interessi del mondo RAI. Altri interessi non ci sarebbero. Ma in questo modo una società pluralista è compromessa nel suo nocciolo, che è appunto l’esistenza di legittimi interessi tra loro contrapposti, tra di loro in conflitto secondo regole legali.
Riassumendo. Lo scandalo sollevato a proposito delle lobbies private nonn ha ragioin d’essere. Lo scambio vero – il tentativo di affidare a questa o quella corporazione la rappresentzanza dell’interesse pubblico – viene appena sfiorato. Ecco perché credo sia bene che il Parlamento discuta di questi problemi per fare chiarezza sulle questioni del tetto pubblicitario, per dare delle norme.a quella che è la naturale attività di lobby, per confermare che l pluralismo è conflitto secondo le regole e nonil consociativismo dei “grandi sacerdoti”.

