I caratteri della società liberale

Per parlare della società liberale, a maggior ragione in un dibattito con rappresentanti di altre idee, mi sono innanzitutto proposto di usare delle argomentazioni coerenti con il senso del messaggio liberale. Argomentazioni ragionevoli, sempre tese a favorire l’esame critico della realtà, piuttosto che l’esaltazione in stile imbonitorio dei pur non lievi meriti acquisiti , più adatta a scopi ipnotici che non allo sforzo di capire.

Un simile approccio fa subito intravedere una delle caratteristiche di fondo della società liberale. La società liberale non è una società della promessa. Per affrontare i problemi dell’uomo insiti nella sua finitezza e caducità, e che sono la povertà, i bisogni naturali, quelli sociali indotti, la sofferenza della vita nel viverla, la società liberale non lancia una promessa, che sia per l’oggi o per il domani, terrena o ultraterrena,ma comunque sempre di tipo fideistico. La società liberale affronta i problemi dell’uomo affidandosi all’uomo. E con questo ha compiuto due scelte rivoluzionarie dal punto di vista storico. Una è che le difficoltà dell’esistere vanno intese come spinta possente a migliorare la condizione umana e non come motivo per attendere messianiche utopie; la seconda è che i bisogni , anche se oggettivi, hanno innanzitutto il valore di esperienza soggettiva e che dunque per affrontare i bisogni non è possibile prescindere da quanto ciascun individuo intende essere.

La società liberale è la società degli individui. Degli individui, si badi bene, non dell’individuo. Questo nel senso che la condizione umana ha come sua cellula primigenia il singolo uomo che per i liberali, in quanto vivente, ha diritto alle sue libertà; ma gli uomini sono tanti e , per i liberali , tutti con uguali diritti di libertà. Ogni individuo deve poter scegliere la sua via e perseguire il proprio bene a suo modo, ma nel farlo deve esser consapevole del necessario equilibrio con le scelte e con le aspirazioni altrui . Nella società liberale , ogni individuo è differente ma non isolato. Anzi esiste come cittadino proprio perché riconosce l’esistenza di altri cittadini. L’ emancipazione dell’uomo non sarebbe tale se non si proponesse di valere per chiunque.

Per quanto fin qui detto, la società liberale è necessariamente una società aperta. In altre parole un meccanismo di organizzazione sociale, libero e democratico, caratterizzato dall’intensa capacità di continua trasformazione degli equilibri esistenti proprio per poter rispondere alle domande che i cittadini sempre ripropongono, ciascuno a suo modo, di esercitare i propri uguali diritti di libertà. La società aperta non è anarchica. Ha delle regole. Ma delle regole che appunto rendono possibile a individui e gruppi, al tempo stesso, la cooperazione e il conflitto non violento. Le regole degli individui sono il civile comportamento ispirato al dialogo. Le regole dello Stato sono le leggi prodotte dalle secolari battaglie di libertà ma sottoposte ad un continuo giudizio critico per impedire che, nel tempo, diverse condizioni storiche le trasformino in ostacolo alla società aperta.

La società aperta è necessariamente una società complessa. La quantità di informazioni che circola è alta, le connessioni per la comunicazione assai capillari, la dinamica evolutiva molto accentuata. E lo sarà in modo crescente. Più individui si emancipano, ognuno amplia la gamma dei propri interessi e della propria capacità espressiva, si moltiplicano le variabili in gioco, si aprono problemi sempre nuovi. La maggior velocità di trasferimento delle informazioni supera ancestrali separatezze di culture e di territori, consente, ma insieme richiede, un’umanità sempre più criticamente evoluta per resistere al ritorno sempre incombente di messianiche utopie. Da questa complessità deriva la funzione di governo nella società aperta. Che non è quella di imporre obiettivi e stili di vita. E’ quella di assecondare la trasformazione mantenendo compatibili le libertà dei cittadini ed evitando l’interrompersi della circolarità del circuito sociale; per dirla altrimenti, quella di favorire l’adozione di regole sempre rinnovate per una società “giusta” perché accettata da tutti. Senza queste regole, si regredirebbe alla inadeguata filosofia dei cavalieri solitari, nel migliore dei casi illusorio rimpianto di un mondo che ( forse) non è neppure mai esistito.

Questa capacità di governare la società aperta è strettamente legata alla capacità di conoscere in modo sempre più approfondito le esigenze del sistema in rapporto agli elementi che lo compongono e all’ambiente naturale in cui si colloca. E ciò è possibile solo adottando fino in fondo il criterio del dubbio rispetto alle convinzioni acquisite e non facendosi irragionevolmente bloccare dal timore del nuovo. Qui, in punto di metodo, è il fulcro del liberalismo. Tant’è che tutti i razzismi, tutti i totalitarismi e tutti gli autoritarismi riposano sulla certezza e non ammettono neppure la possibilità del dubbio.

Il processo della conoscenza parte dall’idea che la realtà sia conoscibile ma non abbraccia la perversa illusione dell’ esistenza, seppure al limite, di una teoria vera che comprenda tutto. La radice dell’illibertà si affonda qui. La conoscenza è un conflitto senza fine della ragione con sé stessa. E per essere fecondo non può che coinvolgere ciascun individuo per spingere a rimodellare, sotto il pungolo del dubbio e delle obiezioni, ogni convinzione acquisita. Per aprirsi al reciproco scambio, occorre abbattere le muraglie di pietra ma non meno le muraglie mentali.

Se mi si consente una piccola parentesi, in merito alla fisiologica ripulsa della certezza in una società aperta, vorrei osservare che proprio su questo punto si è innescata la crisi culturale del PCI . Un partito che non ha saputo rinunciare ad un’orgogliosa “diversità”, motivandola però non con un altro modo di intendere le trasformazioni in una società capitalistica ma essenzialmente con una certezza incrollabile ( la superiorità morale e scientifica del comunismo ) fatta di conformismi dogmatici e burocratici. La conseguente impossibilità di elaborare un programma di governo compatibile con le aspirazioni al cambiamento di una società come l’italiana – se non dubbiosa almeno fluida, conflittuale ma non classista – ha lasciato in mezzo al guado l’identità di un partito che pure ha rinunciato da tempo ad ogni via che non sia quella democratica.

Chiusa la parentesi e tornando al problema della conoscenza come capacità di governare una società complessa e al conflitto senza fine come veicolo di conoscenza, va sottolineato come l’apporto individuale che potenzialmente è in grado di dare ogni uomo, di qualunque condizione, costituisca una insostituibile funzione creativa per la conoscenza e per la formazione di sempre nuovi equilibri economici, sociali, culturali. In una società liberale è decisivo preservare le condizioni di queste potenzialità. Farlo risponde al criterio di equità liberale per cui in nessun caso le libertà di alcuni possono fondarsi su ridotte libertà di altri, foss’anche di uno solo. In pratica, consiste nello stendere una rete di sicurezza legale che assicuri le condizioni minime per affrontare gli azzardi dell’esistenza.

In una società liberale, l’incontro e la composizione degli apporti individuali non sono prefissati e sono il risultato di una competizione entro delle regole. Tentare di eliminare o di rimuovere questa competizione, ha sempre costituito l’anticamera di un atto di illibertà. Quello di pretendere che vi sia un depositario del vero e del giusto che sceglie per tutti. Dopodiche la scelta del depositario è necessariamente l’interesse di tutti, l’interesse particolare una sospetta e pericolosa libertà e infine l’interesse di tutti viene considerato automaticamente e permanentemente ostile all’interesse particolare del cittadino. E l’importante non è identificare il depositario. Classe, corporazione, élite, capo carismatico, ayatollah, generale, multinazionale che sia, l’essenziale è capire che eliminare la competizione significa impedire l’autonomia e la fecondità degli apporti individuali.

Nella società liberale, l’obiettivo della competizione non è l’emarginazione di chi si trova ad avere minori possibilità di dare il proprio apporto; è quello di assicurare al patrimonio dell’intera società un accresciuto grado di conoscenza e quindi una maggior opportunità per tutti di vivere liberamente. Dunque, la competizione entro le regole ha quale complemento necessario la solidarietà tra individui, intesa come cultura consapevole dei diritti di libertà comuni agli individui. Ed anche se comporta necessariamente dei riconoscimenti individuali secondo il successo conseguito, non consente di identificare automaticamente il successo e il merito. Infatti identificare successo e merito o comunque misurare il merito con lo stesso metro del successo, rischia di innescare un meccanismo di eliminazione dei più deboli e dei meno fortunati che prescinde dai valori umani e professionali. Insomma , contrariamente all’obiettivo liberale, si riproporrebbe un meccanismo deterministico per cui alcuni individui sarebbero socialmente utili e altri inutili.

Ecco perché il principio dello stato sociale è stato una grande conquista della società liberale. Una conquista da rivedere criticamente, come ogni istituto liberale, aggiornandone strutture e obiettivi anche alla luce di nuovi rapporti tra pubblico e privato nonché della opportunità di applicare i principi di decentramento e di utilizzare l’esperienza del volontariato. Ma una conquista da mantenere nel suo criterio ispiratore teso a stabilire una più stretta connessione tra libertà degli individui e uguaglianza del loro valore come persone. Beninteso nel senso, tutto liberale, che l’uguaglianza del valore, invece di annullare le differenti peculiarità e scelte tra gli individui, ne consente l’ espressione ottimale in una competizione regolata.

L’on. Facchetti tratterà in seguito più specificamente della competizione in campo economico. A me preme tuttavia sottolineare che la società liberale è intrinsecamente legata all’idea di sviluppo. Senza sviluppo non possono esistere opportunità per ciascuno, senza opportunità per ciascuno non può esistere sviluppo. Questo è il senso profondo del superamento liberale della cultura della promessa di cui dicevo all’inizio. Ad esempio, per noi è inaccettabile il criterio di ritenere la libertà possibile solo una volta fuoriusciti dalla necessità del bisogno attraverso l’egemonia di classe, che in sostanza resta una dittatura. E’ già nell’affrontare il bisogno che si deve e si può praticare la libertà, e così rendere statisticamente massime le possiblità conoscitive, creative, di informazione e di organizzazione della mente umana che nel nostro mondo è la vera risorsa evolutiva.

Lo sviluppo, nella società liberale, è perseguito ma non è un’automatica conseguenza di date premesse. E’ frutto di complessi equilibri generati da un continuo sforzo teso alla diversificazione nei tipi e nei processi di sfruttamento dell’energia, alla razionalizzazione dei consumi valorizzando quelli immateriali, al rispetto più diffuso e penetrante delle compatibilità ambientali. E’ una ricerca continua fatta di mediazioni tra scienza pura e scienza applicata, di conflitti tecnologici, di finanziamenti ingenti a progetti alternativi e concorrenti. Vi è stato ieri, vi è oggi e vi sarà ancora domani, chi bolla questo modo di procedere come spreco di risorse. Il liberale tuttavia risponde che le ricerche che hanno successo oggi, costituiscono una scelta che influenza il mondo di domani indirizzandolo verso uno dei molti destini possibili. Ma come sarà il mondo di domani, il liberale è cosciente di non volerlo e non poterlo stabilire con esattezza. Lo sviluppo liberale non propugna l’unificazione dei modelli di comportamento sociale in vista di un futuro determinato per tutti; sostiene la possibilità di ciascuno di esprimere la propria individualità e di scegliere il proprio futuro. Ed è questo obiettivo che rende il creare le condizioni dello sviluppo e il promuovere la difesa dei più deboli, due facce della stessa medaglia.

Del resto, la società liberale tende a vedere ogni società diversa non necessariamente come un nemico ma innanzitutto come un progetto alternativo con cui confrontarsi. In questo reciproco interagire, non è opportuno stabilire delle graduatorie assolute che risospingerebbero verso scale di valori rigide tipici dei fondamentalismi. Sopratutto non può volerlo la società liberale, che, per abbozzare una definizione, è essenzialmente la società della crisi e dell’incertezza. Credo tuttavia di poter affermare che, stando all’esperienza, la società della crisi e dell’incertezza si è finora dimostrata quella più creativa nel senso che è stata capace di consentire a ciascun individuo, per ogni data condizione storica, il massimo dispiegarsi della propria individualità.

Questo perché la società liberale è stata una società estremamente flessibile che , evolvendo con i tempi, ha visto una relativamente alta integrazione tra pubblico e privato nello svolgimento senza prevaricazioni di funzioni collettive inerenti il governo della trasformazione e al tempo stesso si è rivelata, nel brulichio di iniziative e di interessi, un solido strumento di garanzia dei diritti di base. Naturalmente la società liberale non è e non aspira ad essere la società perfetta o immutabile : non potrebbe pretenderlo senza contraddirsi.

E proprio perché non sostengono valori di verità ma valori di critica, i liberali pongono al centro della loro attenzione tutta una serie di obiettivi che storicamente altri hanno ritenuto, e talvolta tuttora ritengono , un formalismo borghese: la maturazione delle caratteristiche individuali di autodeterminazione, l’accesso all’informazione, un’amministrazione della giustizia indipendente ma non irresponsabile, l’attitudine a recepire i risultati dell’esperienza storica e della ricerca per la conoscenza del mondo. Perché, alla radice, il grande ideale dell’emancipazione dell’uomo è, per i liberali, un processo di educazione senza fine.

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