Estinzione Istituto Pendola a Siena

PRERSIDENTE. Ha chiesto la parola il Consigliere Morelli. Prego.

MORELLI. Brecvmente, per dire che noi si capisce senza dubbio che questa sia stata un delibera a lungo dibattuta, senza però il fatto che ci sono due problemi: uno tecnico e uno politico generale. Quello politico generale è, come tutti gli argomenti politici generali di questo tipo, senza dubbio il più importante ma anche il più opinabile, forse – l’argomento che stamani veniva illustrato dal Consigliere repub­blicano -, secondo il quale la tendenza più aggiornata e più efficace che sembra venir fuori da diversi spunti, aspetti e paesi – è quella di dire che tutta una serie di cure di tipo specialistico non possono essere efficacemente condotte ed espletate senza l’apporto anche di organizzazio­ni di tipo collaterale rispetto al pilone centrale dell’Ente pubblico.

Queste organizzazioni vanno da quelle del volontariato fino a particolari organismi, che non sono in nessun modo assimilabili a quella che è l’esperienza tradizionale delle IPAB ma che in varie maniere e secondo varie opzioni o convinzioni personali o religiose tendono co­munque ad apportare all’organizzazione dell’assistenza in questi campi assai specialistici, e per ciò stesso necessari di molta più attenzione e tradizione, qualche cosa che va al di là delle strutture rigidamente intese come separate, ma­gari dall’ente pubblico, ma che sostanzialmente non hanno un afflato proprio, come può avere una struttura di gruppi che invece credono in quello che fanno, nel senso che esistono in quanto si propongono certe cose e quindi ren­dono anche di più.

È chiaro che la tradizione, si dice, di questo Istituto senese non è pienamente rispondente a questo stato di fatto, cioè alla logica di quanto si sta dicendo ora perché rappresenta una strut­tura diversificata, una struttura che ha lunga storia, anche un grosso patrimonio, quindi che non ha questo tipo di logica. Però a noi sembra senza alcun dubbio che il voler ricondurre tout ctourt all’Ente pubblico questo tipo di iniziati­va soprattutto – ecco un primo passaggio – che la gestione di questo Ente è stata affidata negli anni allo stesso Ente che poi è stato beneficiato, sia una cosa opinabile.

Era una gestione in qualche modo discussa e · e,. nonostante certi utilizzi di fondi che da alcune parti sono discussi, era una gestione che comunque non ha portato a dissesti economici, perché i fondi, a quanto ho capito dalla discus­sione, dagli atti che abbiamo e anche dalla discussione fatta stamani tra Serafini e il colle­ga Carpi, pareggiano.

Mi sembra incontestato in sostanza il fatto che questa gestione, nonostante che non sia stata una gestione dinamica, nonostante che sia stata una gestione non nel senso diciamo del volontariato come dicevo prima ma, esattamen­te al contrario, di un tipo chiuso in sé e quasi precorritore di quella che potrebbe essere una gestione come talvolta purtroppo succede da parte di enti pubblici che si assumono certi impegni e poi non li rispettano, dico, comunque questa gestione è una gestione che bene o male ha anche il pareggio del conto economico, perché questo mi sembra il dato che è emerso.

Ora, in tutta questa situazione l’aspetto poli­tico del voler assimilare tout court la cosa alle IPAB e quindi farla rientrare nella normativa al riguardo, procedere all’estinzione con l’attribu­zione dei beni fra il Comune di Livorno e quello di Siena, è una cosa che senza dubbio è larga­mente opinibile, tant’è che in tutta la zona del senese, se si vuole a differenza di quella di Livorno, ma in tutta la zona del senese è stata largamente oggetto di discussioni e critiche an­che abbastanza accese e da un arco di forze che comunque non mi sembra asservito a una linea o a certi interessi: è stato un giudizio che svaria­ti gruppi danno, secondo il quale da un punto di vista di struttura logica funzionale l’aver puntato al progressivo esaurimento di questa iniziativa non è stato cosa opportuna.

Se tutto ciò è, come noi crediamo, indiscuti­bile, cioè il fatto che d siano grosse discussioni sul tipo di questa scelta, data appunto la sua rilevanza, dato il tipo di rapporti che erano stati messi in essere, dato il fatto che non era una cosa qualsiasi che non funzionava, tutto questo aspetto politico diventa ancora più rilevante quando si pensi – ecco, questo è il primo dei due noccioli che vogliamo indicare nel nostro intervento che dalla stessa delibera emerge con chiarezza un dato incontestabile, e che cioè non sono chiarissimi i programmi di che cosa av-verrà dopo il passaggio dei beni a seguito dello scioglimento.

Gli stessi ambienti che criticano questo tipo di impostazione che porta allo scioglimento del­l’Istituto sostengono con dovizia di particolari che – · e, ripeto, la delibera ne ha una chiara vestigia – i Comuni, perché poi sono due, assumono questo tipo di impegno senza avere i programmi necessari per poi adempiervi com­piutamente. Gli accenni ad accordi contenuti nella delibera, con questa o quella istituzione, universitaria o altra, sono assolutamente vaghi e assolutamente tali da far avere, se si vuole, un’unica certezza, e che cioè ad oggi program­mi precisi di intervento non ve ne sono.

Questa è la cosa che almeno a noi liberali preoccupa di più perché l’assumere un provve­dimento di questo tipo, che sotto il profilo generale, come ho già detto prima, è comunque opinabile, perché è vero che questi non sono istituti di tipo volontario di nuovi interventi, però è anche vero che bene o male rappresenta­no la realtà abbastanza tradizionale autonoma che, se curata in modo diverso, potrebbe anche dare degli apporti reali. Se per di più dopo aver tolto questa realtà non ci sono dei precisi pro­grammi per adempiere a quelle funzioni a cui prima veniva adempiuto, ecco, allora la perplessità diviene maggiore, cioè viene fuori la sensazione che tutta l’operazione abbia a che vedere con moltissimi obiettivi salvo quello di avere una qualificata presenza pubblica di sup­porto a questi settori di persone disagiate e comunque bisognose di specifiche attenzioni terapeutiche.

E poi infine c’è l’argomento che oggettiva­mente è di difficile cortocircuitaggio, che può sembrare secondario perché giuridico-formale, però a nostro modo di vedere invece ha una sua profonda sostanza, perché introduce un criterio di precedente che non si vede come possa essere fatto valere al di là della formale e regolare esecutività dello stesso provvedimento. Si è vi­sto anche di peggio, ahimé, negli anni. Non vi è alcun tipo di dubbio, e sotto questo profilo anche i pareri dati da noti giuristi sono formu­lati in modo da cercare di tranquillizzare ma poi mostrano chiaramente la fragilità dell’argo­mentazione e finiscono per confermare il fatto che senza alcun dubbio la delibera in base alla quale hanno preso le mosse tutti i successivi adempimenti, è una delibera nn è stata presa, a torto o a ragione, per caso o per precisa volontà, comunque è una delibera che non è stata presa nelle dovute e rituali forme giuridiche.

Il fatto di poter passare sotto silenzio che degli amministratori, cioè i rappresentanti del­l’ente beneficiario, siano stati quegli stessi che con la loro presenza hanno consentito la vali­dità in termini giuridici della riunione di quel comitato amministratore – ora mi sfugge il nome, se ce ne ha uno esatto – dell’Istituto, è un fatto assai grave perché mette in discussione tutta una serie di rapporti di strutture giuridiche che sono fondamentali, nel senso che attengono alla necessaria e indispensabile, in democrazia rappresentativa, separazione delle funzioni di rappresentanza dei vari enti democratici.

Il fatto che ci fosse da parte di chi ha votato questa delibera evidenti interessi in quanto am­ministratore del Comune a prendere questa delibera, ci sembra un motivo che apparente­mente può essere ritenuto secondario rispetto alle problematiche politiche di cui prima parla­vo e rispetto al problema della mancata precisa programmazione da parte degli enti pubblici di che cosa fare d’ora in poi, una volta estinto questo istituto e incorporati i beni, però da un punto di vista di sostanza e di prospettiva il fatto di non aver come base una delibera assun­ta nei riti di legge ci sembra un qualcosa di altrettanto significato.

Io vorrei capire un fatto, che pur avendolo più volte domandato anche ai nostri amici sene­si non ci è stato mai chiarito, perché secondo noi non è chiaribile, perché se si era tanto tran­quilli e sicuri della volontà di questo Istituto di procedere, cioè di cessare tutta l’attività e di farsi sciogliere. Perché, se questo era allo stato dei fatti, non si provvedeva negli anni a sanare queste forme di poco chiara situazione giuridica nella delibera di questo comitato, questa depu­tazione amministratrice? Ecco, noi abbiamo la sensazione perché, come ha ricordato puntual­mente or ora nell’intervento il collega Menchet­ti delle vicende dei voti nei vari consessi senesi, perché su questo punto accordo non c’è e ci potrebbero essere delle difficoltà anche a rimet­tere tutte le cose in piano.

Noi non comprendiamo il motivo del perché, nonostante sia da lungo tempo sul tappeto que­sta delibera, non si sia né mai arrivati a sanare questo aspetto né approfittato di questi lunghi tempi per portare a maggior chiarimento e defi­nizione quello che è poi l’aspetto fondamentale, cioè della proposta operativa alternativa nell’in­tervento presso questi tipi di comunità.

Non diciamoci che nella delibera è già indica­to che cosa succede, perché nella delibera, ripe­to quello che ho detto prima, già traspare con chiarezza quello che ancora non si sa se potrà essere fatto, si parla di autorizzazioni, di cose future, futuribili: il che se si trattasse di un provvedimento di urgenza, preso per una emer­genza imprevedibile, potrebbe essere anche compreso. Sciogliamo, poi vediamo cosa fare, ma siccome tutti ammettono che è stata una delibera lungamente dibattuta e meditata non si riesce a capire allora perché insieme a questi lunghi dibattiti non sia stata anche assunta una seria programmazione del cosa fare domani.

Noi non ci scandalizzeremmo affatto se il Consiglio volesse prendere in seria opportunità l’eventuale sospensiva per arrivare prima o con­testualmente a decidere che cosa fare con preci­sione e con scadenzari precisi. Il ridurre tutta questa operazione ad un incremento dei beni patrimoniali dei Comuni di Livorno e di Siena mi sembra, sì, un rientrare nella legge delle IP AB, non è una cosa scandalosa in sé, perché c’è una legge e noi si procede su questo binario. Mi sembra gravissimamente riduttivo delle po­tenzialità di tutta questa operazione e abbiamo la sensazione che il saldo complessivo anche sotto l’aspetto socio-sanitario non sia certo un saldo positivo. Anche questo continuo voler sottacere i dati reali amministrativo-contabili … io non sono un profondo conoscitore dell’argo­mento, ma quando si comincia a non dire chia­ramente i dati il tutto comincia a far pensare che non si sia pienamente sicuri di quella che è la realtà dei fatti, perché se uno è pienamente sicuro anche dei dati che ha non c’è motivo o ragione per nasconderli o comunque cercare di agitare le acque.

Per tutti questi motivi noi siamo assai per­plessi su questo tipo di delibera. Auspicherem­mo questa volontà di chiarire da parte del Con­siglio quali sono gli impegni futuri. Vediamo un pochino cosa emerge dal dibattito, ma certo non è un provvedimento che possa incontrare la nostra approvazione per i motivi che ho lunga­mente detto, che non sono motivi sulla storia del principio dell’IPAB, ma sulla specificità di questa situazione e soprattutto sulle carenze sul come si vuol dare soluzione a questo stato di cose.

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