Programma per elezione Presidente Giunta Regione Toscana

PRESIDENTE. Ha la parola il consigliere Morelli.

MORELLI. Il programma con il quale si pre­senta la nuova Giunta fa, per quanto ci riguarda come gruppi laici, la considerazione che esiste­rebbero quantomeno due fattori politici positivi. E cioè che non appaiono pregiudiziali di carattere generale ad una superiore collaborazione politica e che esiste un terreno di confronto specifico e programmatico già avviato.

Io parto da questa considerazione perché vorrei rilevare che in realtà questo fa parte più di una dichiarazione ri­tuale che di un’effettiva pratica politica. Tant’è che proprio a proposito dell’esistenza di questo terreno di confronto già avviato sarebbe opportu­no, per la concretezza dei fatti che dovrebbe di­stinguere questo dibattito, mutare il verbo in «i­bernato», perché è indubbio il fatto che da mag­gio, quando i gruppi di maggioranza cominciaro­no a parlare di questo confronto – come l’araba fenice, tutti dicono che ci sia e nessuno sa dov’è – esso non è andato al di là della dichiarazione della necessità del fatto che il confronto ci fosse.

E son partito da questo perché a me sembra che questo dato, sul quale poi farò nella parte finaledell’intervento un collegamento logico, trovi un riscontro anche nell’altra affermazione ripetuta­mente fatta qua negli interventi, per esempio, di Marcucci e di Biondi, secondo la quale ci sareb­bero delle rilevanti novità programmatiche in questo documento, novità programmatiche che Marcucci ha riassunto in due punti, quello cioè di ridurre le aree di assistenzialismo attraverso incentivi legati a progetti e, l’altro punto, quello di puntare a servizi programmati sulla base di criteri di razionalità e di efficienza che risponda­no e anche creino bisogni, cioè determinino la natura di questi bisogni.

Ecco, credo che queste cose, sia la storia del confronto avviato, sia la storia delle novità pro­grammatiche, non solo appartengano alla logica delle buone intenzioni, di cui è pavimentata la via dell’inferno, ma in realtà appartengano alla logi­ca di un modo d’essere particolare, del quale po­co a poco nel corso di questo intervento vorrei arrivare a individuare la natura. In realtà, se si vanno a vedere i fatti, questi due punti indi­viduati nell’intervento del capogruppo del partito di maggioranza relativa di questo Consiglio, si ve­de poi che nei fatti trovano, soprattutto forse perché non c’è stato questo confronto, una chia­ra non rispondenza, perché elencando rapidissi­mamente i punti più caratteristici di questo pro­gramma si vede veramente come a questi punti non si faccia riferimento altro che nominalistica­mente.

Si parla di contrattazione con i soggetti economici, una contrattazione punto per punto, e la contrattazione di per sé – è stato già rilevato in questa stessa sede nel dibattito della primavera dal sottoscritto e poi anche oggi ripreso da altri colleghi della minoranza — non vuol dire intro­durre razionalità ed efficienza e anzi può solleva­re dei motivati sospetti di un’apertura di valvole a nuove pratiche di assistenzialismo.

Lo sforzo, come è stato detto, di aprire la por­ta a nuovi poteri rilevanti sul terreno della pro­grammazione per le regioni, può non voler dire di nuovo andare ad una razionalizzazione e ad una maggiore efficienza, ma al contrario significare il persistere e anzi l’accentuarsi del moltiplicarsi dei livelli di governo territoriale, rafforzando la ten­denza già negativamente criticata dal molti, dagli stessi esponenti della maggioranza, fino al com­pagno …(Interruzione dall’aula) Risaliti, il quale nella sua alta qualità di esponente, sia pure provinciale, della maggioranza, cioè del Partito Comunista, fa rilevare su questo punto del moltiplicarsi di livelli di governo territoriale un grave errore. Gli incrementi occu­pazionali nel terziario, che sono una cosa giusta e della quale noi da vario tempo, almeno da un anno e mezzo parliamo, come tutti del resto, so­no disinvoltamente accoppiati alla difesa dei livel­li occupazionali nell’industria, cioè si vuole prati­camente sempre tutto e comunque.

La proposta di società per azioni nel settore espositivo, che è di per sé una cosa giustissima, finisce però per essere la foglia di fico di un’a­zienda pubblica nel momento in cui poi si propo­ne che alla società per azioni partecipino tutti, an­che se il volante lo tiene in mano solo la parte pubblica. Quando si parla di progetti di foresta­zione, che dovranno essere gestiti da cooperative di operai forestali, si fa chiaramente trasparire come più che a smuovere dqlle politiche e dei comportamenti si pensi soprattutto ad un diffon­dersi dell’imprenditorialità a comando. Quando si parla della necessità di muovere delle politiche regionali nei campi della sanità, trasporti, viabilità, delle opere pubbliche, casa, cultura – cose giustissime e opportune – e poi si liquida il tutto dicendo che da ciò scaturisce l’im­pegno prioritario a contrastare politiche di ridi­mensionamento dei livelli conseguiti, si tende già ad introdurre l’argomento sostanzialmente utopi­co delle cattive forze sociali che vogliono abbat­tere e contrastare le conquiste sociali, invece di impostare correttamente il problema della neces­sità di ricreare queste condizioni perché tutte queste conquiste sono sempre continuativamente da riconquistare poiché sono prodotti di conqui­ste di battaglie politiche e non sono dati divini che calano sulla realtà.

Infine, quando si parla dell’ambiente degrada­to dal meccanismo di sviluppo, si fa chiaramente riferimento al giudizio secondo il quale il degrado deriverebbe dal meccanismo di sviluppo capitali­stico e non tanto – come è in realtà – dall’errata (da parte di tutti, chi più chi meno) valutazione della funzione dei costi delle risorse libere, con ciò richiamandosi alla vecchia illusione, presente in un documento di pochi mesi fa di questo Consiglio proposto dalla maggio­ranza, che si può produrre senza inquinare, men­tre invece il problema è quello di valutare e di li­mitare i costi e di distribuire i costi e i livelli del­l’inquinamento derivanti dalla produzione. E an­cora, quando si parla dell’ambiente, di nuovo si dice che occorre, per risolvere questi problemi, una partecipazione sociale sempre più ampia, a che cosa? Alle scelte e agli indirizzi della Regio­ne, vista sempre come deus ex machina che aleg­gia su tutti noi, decide e stabilisce il nostro futu­ro.

Alla luce di tutte queste cose, noi crediamo che si evidenzi la connessione fra il perché questo confronto con i laici, che il documento dice già avviato e che io preciso già ibernato, si collega al problema della dichiarata novità delle proposte, che però nella realtà, come ho brevemente sun­teggiato, tende a ripercorrere viceversa le vecchie proposte già criticate e che hanno portato alla crisi. E si capisce perché questo mancato con­fronto con i laici e la sua ibernazione non siano casuali, ma anzi la dicono lunga, o meglio ha ra­gione Teroni quando candidamente ha detto: i laici, nella prospettiva degli scorsi mesi, quando si cercava di allargare la maggioranza di sinistra anche a loro, dovevano servire a sperimentare in periferia l’alternativa democratica. Ecco, è qui il nocciolo! Abbiamo la sensazione che questo confronto non sia decollato e sia rimasto ibernato perché l’alternativa come democrazia compiuta la vuole anche De Mita e quindi io cre­do che nessuno si offenderà o si dorrà se diciamo che la vogliamo anche noi liberali e anche i laici, solo che è un’alternativa all’interno di una logica di valori che essi sì sono in movimento, ma rela­tivamente stabili rispetto ad alcune necessità, principalmente due. Cioè di riconoscere all’ente pubblico un ruolo di supporto alla società e non di sovrapposizione e di ingabbiamento e, secon­do, di riconoscere alle autonomie locali un ruolo di articolazione nell’ordinamento complessivo dello Stato e non di contrapposizione ad esso. E come l’alternativa democratica non è tutte queste cose, questa logica di valori che ho rias­sunto in questi due punti, è la trasfigurazione del vecchio mito dell’unità a sinistra sotto la spinta e l’incalzare di uno sforzo di secolarizza­zione che si appalesa anche al Partito Comuni­ta, al PdUP, alla Sinistra Indipendente, è per tutto questo che il confronto non è venuto fuori, perché facendo il confronto si sarebbero dovuti toccare i tabù e parlar male di Garibaldi, e forse sotto questo aspetto non sarebbe stata male una più precisa e pregnante presenza politica anche da parte di coloro, come i socialisti, che oggi uffi­cializzano l’abbandono della maggioranza. Ripeto, sarebbe venuto fuori il vero motivo di fon­do della crisi delle amministrazioni di sinistra.

Questa valutazione, come appunto riconosce lo stesso documento, non è pregiudiziale, perché noi liberali ribadiamo l’impegno a valutare i vari provvedimenti per quel che sono e per quel che determinano. Ma ciò significa valutare nel loro giusto significato ii continuo richiamarsi, da parte del documento e degli interventi fatti in quest’Au­la, alla necessità che la Regione stabilisca aprio­risticamente una scelta di campo, quasi che il mondo d’oggi potesse essere interpretato e solleva­to dalle sue contraddizioni e difficoltà ricorrendo, ancora una volta, ai vecchi miti, come « sto con i dannati della terra», « bisogna movimentare – così dice il documento – il dibattito politico e partecipare in prima fila a un confronto parla­mentare che cerchi di recuperare rigore e cam­biamento nei confronti delle scelte governative»; in una parola tende a richiamare, al di là della volontà del confronto, il vecchio tipo di struttura politico-logica che vedeva nella Regione una delle punte di diamante in una contrapposizione delle Regioni allo Stato. Questo fatto non è esplicitato come in altre occasioni, va riconosciuto. Il docu­mento, nella sua valutazione complessiva, è ben diverso dalla visione un po’ apocalittica dei di­scorsi della Sinistra Indipendente, ma segnata­mente del PdUP, il quale tende a proporsi come colui convinto – ancora una volta, dopo cento anni, questa convinzione un pochino abusata – della necessità che lo sviluppo capitalistico possa avvenire solo attraverso il ricorso a forme politi­che più autoritarie e segnatamente in Italia anche allo sviluppo del nazionalismo, come è stato illu­strato.

Il documento non arriva assolutamente ad avere questa impostazione, è molto più mediato. Senza dubbio si può dire che il Partito Comuni­sta non ha pienamente accettato un testo di lettu­ra quale poteva essere proposto dall’estrema sini­stra, tendendo a mantenere, come è stato propo­sto da alcuni amici, una visione di questa Giunta sì una e trina, ma essenzialmente, come in altre categorie, poi l’unità e la padronanza rimane a colui che comanda e che è più grande degli altri. Ma anche senza arrivare alle punte chiarissime in questa direzione usate dai consiglieri della Sini­stra Indipendente e del PdUP, è certo che l’impo­stazione complessiva – letta fra le righe – tende a dare alla Regione quel tipo di ruolo che finisce per ribaltare il principio stesso dell’autonomia, perché tende a riproporre meccanicamente le for­mule di sinistra, quell’intento di strumentalizzare gli Enti locali ad una formula di politica naziona­le, cioè ribaltando il problema. E non è casuale, Marcucci, che in altri Paesi da te citati stamani ci sia meno autonomia strutturale nell’ordina­mento dello Stato e più autonomia reale, come dicevi, proprio perché in molte occasioni la realtà delle strutture è condizione necessaria ma non sufficiente ad assicurare certi svolgimenti della cosa pubblica e certi andamenti della vita politica e degli interventi pubblici, perché per diventare sufficiente occorre anche una certa mentalità, un certo modo di agire, una certa coerenza nello svolgere il ruolo dell’ente pubblico come suppor­to alla società e non come ingabbiatore della so­cietà stessa.

Una delle proposte, questa sì abbastanza più nuova, perché di questo non mi pare si fosse a lungo parlato in questa sede, anche se la cosa è messa da una parte, è la proposta della banca d’affari. Ma anche questa proposta può essere si­gnificativa purché si chiarisca che cosa vuol dire, prima di tutto, per quanto attiene alla sua filo­sofia. Se volesse proporsi come uno stru­mento che adottasse la filosofia che alcuni diri­genti o responsabili delle partecipazioni statali hanno recentemente voluto riproporre, cioè la filosofia del più vieto assistenzialismo con una logica di perdite programmatiche e preliminari, questo sarebbe chiaramente sbagliato; e ciò non è chiarito. L’assessore dice di no, però in questo paese, su questo punto, bisogna esser chiari perché la questione dell’intervento delle finanzia­rie pubbliche nelle attività delle società, private o pubbliche nel loro complesso, come si suol dire, sono ancora molto confuse. Poiché non bisogna mai scordare che le banche d’affari sono un certo particolare tipo di banca che può servire sì a strutture mediopiccole purché mantenga la con­vinzione e la condizione di voler realizzare utili, come è proprio di questo tipo di struttura, a pre­scindere dall’altro problema grossissimo …(Interruzione dall’aula) ..Ma, oltre alla filosofia, vi è anche un altro punto. Questa promozione da parte della FIDI come dovrebbe avvenire? Con la FIDI come or­gano promotore che però poi, per la sua stessa _natura, non avanza pretese di fare la parte del leone nella gestione rispetto a grossi complessi bancari, conservando a sé il diritto-dovere di giu­dizio, di diritto, di riferimento al Consiglio regio­nale e agli organi regionali, oppure viceversa, co­me nel caso della società per azioni espositiva, attraverso questo intervento della FIDI nel setto­re della banca d’affari poi si vorrebbe arrivare a configurare un’altra situazione in cui di nuovo la parte pubblica dovrebbe tendere a controllare e a dirigere completamente?

Anche in questo settore, che pure è la parte che ci è sembrata abbastanza significativa di que­sto programma, le cose da chiarire e da snellire sono moltissime. Se non si levano questi dubbi si rimane nell’impressione negativa anche di altri settori presenti nel programma, tipo, cla­moroso, quello delle Associazioni intercomunali, in cui alla volontà, che pure esiste, – è stata og­getto di ripetute dichiarazioni – di risolvere il problema della separatezza delle Associazioni ri­spetto ai Comuni, dei quali esse sono espressio­ne, tuttavia non si va al di là delle intenzioni perché poi la proposta di far partecipare i sinda­ci, o comunque loro delegati, come aggiuntivi agli organi esistenti è veramente un qualcosa …(Interruzione dall’aula) . Leggendo la comunicazione, non il program­ma, mi sembra che la conclusione da trarsi sia questa.

Anche qui può darsi che poi – l’ho detto prima – in realtà la pratica sia differente, vedre­mo. Comunque è indubitabile che in tutto questo tipo di disegno c’è una costante: non si riesce mai a dare la sensazione che un partito, una maggioranza, si prenda la responsabilità di quello che fa, perché in Italia siamo in una strana situa­zione: a livello centrale, per anni, nel passato, c’era la Democrazia Cristiana che, insieme a molti meriti, aveva tante colpe, che riconosceva, però, per alcune parti, diceva va bene, si sbaglia ma siamo al centro della democrazia e tenteremo di correggerci, cercando sempre di succedere a se stessa; a livello locale, invece, abbiamo il Partito Comunista, il quale riconosce che, se sbagliasse, sarebbe giusto che venisse punito, dopo di che, però, fa un’operazione semplicissima e dice che non sbaglia mai.

In conclusione, si arriva alla constatazione che le correzioni, che si · possono intravedere, si possono mettere in evidenza solo con un’opera di paziente e certosina ricerca che tenda, attraverso il confronto dei testi, a indivi­duare eventuali errori che sono stati commessi. II richiamo al compagno Risaliti per me è un fatto importante, perché testimonia che se anche in questo partito si comincia a parlare apertamente di queste cose, vuol dire che si fa oggettivamente un passo in avanti, che però in questo documen­to ancora non è fatto. Tant’è che da parte dei col­leghi della Sinistra Indipendente, e soprattutto del PdUP, come ho detto prima, si tende a dare di questo stesso documento una interpretazione an­cor più chiusa in sè e ideologizzata di quanto questo stesso documento peraltro propone.

Conseguentemente, che cosa dobbiamo dire? Come ho detto all’inizio, noi attribuiamo alla parola confronto un significato processuale per cui vorremmo vedere nei fatti che cosa significa la volontà di confrontarsi sulle varie iniziative, sulle varie leggi. In questi giorni ci sarà in corso in VI Commissione, ad esempio, tutta la questio­ne del confronto sul cambiamento relativo al CRTA e tutti i problemi relativi, e anche quelli daranno una misura del come si vuol porre la questione. Nello stesso modo, evidentemente, ve­dremo nei fatti che cosa significa l’uscita dalla aggioranza e l’entrata nell’opposizione, più vol­te in questa sede dichiarata dal collega e segreta­regionale del Partito Socialista, Benelli, oppo­sizione che, noi capiamo benissimo, proprio per la nostra pragmaticità e laicità, non può essere regiudiziale, soprattutto per una questione, ose­ei dire, anche di stile di vita. Su certi program­i, uno che è stato tanti anni nella maggioranza nella direzione, con grosse responsabilità della Giunta, addirittura della Presidenza, chiaramente non può negare tutto se stesso, quindi non richie­iamo assolutamente delle particolari manifesta­ioni di gladiatorismo oppositorio, però altrettanto pensiamo che sia chiaro e giusto per tutti, so­nattutto non tanto in quest’Aula ma fuori, capi­re fino in fondo come si svilupperà il disegno di cambiamento rispetto alle insufficienze sulle quali ripetutamente torniamo, manifestate dalla ggioranza e ancor più evidenti in una Giunta una e trina, come dicevo prima.

Questo richie­de sempre maggior chiarezza. E’ necessaria proprio perché crediamo che la funzione dei gruppi laici sia appunto quella non di rendite di posizione per lucrare meglio, come certi esercizi pubblici, sulle vendite rispetto al traffico e ai pas­ti, quanto di promozione di politica, e quindi certa necessità di sforzarsi di richiedere la titola­rità d i organi di governo sulla base di preventive proposte di impegno di scelte programmatiche, impegno che dovrà vederci strettamente occupati nei prossimi mesi e nel prossimo anno e mezzo, cerché poi nel1’85, in un modo o nell’altro, si arriverà alle elezioni complessive per la regione. Lo stesso atteggiamento di serietà e di equilibrio io credo che vada pure adottato relativa­mente alla questione della Presidenza. Co­me da più parti si è accennato ufficiosamente e ufficialmente, ci sarebbe una intenzione da parte del Partito Comunista e anche dei massimi orga­ni di questo Consiglio di rendere possibile un’eventuale alternanza, cioè un’eventuale non dupli­zione dei massimi incarichi nelle mani dello stesso partito nella Regione Toscana. Ma anche a assegnazione di incarichi bisognerà vedere nei fatti, pragmaticamente, se risponderà ad una precisa logica di vedere accolto, sia pure con he anno di ritardo ma in queste cose non è mai troppo tardi, il principio che voleva vedere in un equilibrio istituzionale fra Giunta e Consiglio una maggior capacità di sottolineare il ruolo di Consiglio come organo complessivo di controllo e di indirizzo al di là dei ruoli di maggioranza e di minoranza all’interno dell’istituzione pubblica, regione, sulla scorta di quanto già attuato a livel­lo nazionale, e significativamente ripetuto anche in epoca non più consociativa e non più di soli­darietà nazionale, come segnale preciso che c’è una volontà da parte di alcuni gruppi politici di vedere certi ruoli particolari istituzionali differen­ziati dai ruoli di governo.

Quindi vediamo con fa­vore questa disponibilità più volte annunciata dal partito di maggioranza relativa, e che sembra colga anche la piena disponibilità delle persone direttamente interessate perché la disponibilità da parte della maggioranza è il primo passo. Poi però ci dovrà essere da parte delle minoranze, nel confronto con la maggioranza, la volontà di arri­vare ad una soluzione che rappresenti veramente un equilibrio complessivo di questa logica di dare un ruolo diverso all’istituzione Consiglio rispetto alla Giunta e non da un qualche cosa che derivi – allora sì sarebbe il caso di dire – da rendite di posizioni che sono profondamente estranee al ruolo di qualsivoglia partito laico, come giusta­mente sottolineava stamani l’intervento del colle­ga Benelli a nome del gruppo socialista.

Quindi rileviamo in questa proposta program­matica una volontà di aprirsi, che non può piena­mente dischiudersi come un fiore al sole per il semplice motivo che rimangono chiaramente pre­senti delle pregiudiziali logico-politiche che tendo­no a far arroccare questa Giunta in certi mitici ruoli che sono essenzialmente quelli chiaramente emergenti nelle prime tre pagine del documento.

Noi pensiamo e anzi speriamo, per l’oggettiva necessità che il Paese ha di confronti reali fra tut­ti e non di contrapposizioni frontali, di dialoghi fra sordi, che anche questo richiamarsi nella par­te iniziale del documento a vecchi miti – perché per noi sono tali – a frasi e impostazioni molto datate, sia in realtà un sintomo in qualche modo di crescita, nel senso che ci si prepara, ci si sta avvolgendo su certe problematiche, e nei momen­ti di difficoltà talvolta uno preferisce anche rin­chiudersi in se stesso per risolvere al proprio interno i suoi problemi. Noi non crediamo che sia corretta questa impostazione e perciò non condi­vidiamo questo programma, però non intendiamo con ciò, non solo perché non abbiamo la forza numerica ma ancor prima da un punto di vista concettuale, lanciare anatemi. Noi siamo convinti che diverse di queste proposte possono sì rappre­sentare una volontà di aderire ai problemi, ma si tratterà di confrontarsi e di dimostrare nei fatti se le proposte sono, come si dice da parte della Giunta, un’innovazione per andare verso la linea di ridurre le aree di assistenzialismo e di pro­grammare sulla base della razionalità e dell’effi­cienza per creare bisogni, o viceversa, come ere­diamo noi, dei tentativi di dare nomi nuovi ad at­teggiamenti ormai abbastanza superati e che, alla prova dei fatti, non hanno dato buona prova.

Comunque noi non faremo mancare, come è successo in passato, il nostro assenso a provvedi­menti, se li riterremo opportuni. Siamo, come credo tutti in questo Consiglio, aperti al confron­to. Riteniamo che il valore dell’autonomia sia ta­le se veramente, localmente, sappiamo giudicare sulla base delle necessità locali e non, come dice­vo prima, tendiamo a strumentlizzare l’autono­mia per fare un disegno di politica nazionale esclusivo, e in tutta questa logica riteniamo che l’opposizione, quale essa si configura o almeno è preannunziata in questa sede, dei partiti, che fan­no anche parte del Governo nazionale, non sia motivata, almeno per quanto ci concerne, dal fat­to che nazionalmente c’è un governo a cinque – ·gli stessi cinque partiti che qui sono opposizione – ma da una valutazione non pregiudiziale, ab­bastanza attenta e motivata, per quanto ci è pos­sibile, agli intendimenti che questa Giunta nella prosecuzione della scelta monocolore di maggio ci propone per i prossimi 18 mesi. Noi vogliamo sperare che dopo la votazione di oggi, che a quanto è dato di vedere ci vedrà piuttosto divisi, questo Consiglio sappia ritrovare una maggiore unità, anche se articolata, nei prossimi giorni, quando si tratterà di affrontare il nodo delle scel­te relative agli assetti degli organismi istituzionali, dal Consiglio alle Commissioni.

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