PRESIDENTE. Ha la parola il Consigliere Morelli.
MORELLI. Per quanto riguarda questa mozione elaborata dalla Commissione sulla base di due precedenti mozioni del gruppo comunista e del gruppo democristiano e poi dei già presentati emendamenti a questo testo unificato noi ci siamo astenuti in Commissione, perché su alcuni punti possiamo concordare – anzi, su alcuni abbiamo anche contribuiti ad inserirli – ma su altri invece non concordiamo, in misura più o meno marcata. Mi soffermerò sui punti sui quali non concordo e magari nella parte finale farò cenno a quelli su cui concordo.
Essenzialmente i punti su cui non concordo sono innaitutto il passaggio fa pag.2 e pag.3, cioè relativi al concetto secondo il quale la nceità di regolamentare le TV private, necessità sulla quale pienamente concordiamo, può essere raggiunta attraverso forme di controllo che prevedano tra l’altro il divieto di interconnessioni transregionali tra le diverse emittenti. Non concordiamo perché pensiamo che un sistema radiotelevisivo sia veramente un sistema misto quando consente al servizio pubblico, alle reti private e alle piccole emittenti locali di convivere in un equilibrio naturale e in concorrenza fra di loro. Quindi in questo senso noi siamo d’accordo sul ruolo centrale del servizio pubblico e anche sulla difesa delle emittenti locali, ma tutto ciò non significa per noi voler contrabbandare dietro il concetto di centralità del servizio pubblico la volontà di mantenere di fatto il monopolio del servizio di informazione radiotelevisiva, perché a nostro parere, se c’è qualcosa che va d’accordo sono i termini e i criteri di pluralismo e di concorrenza soprattutto nel settore dell’informazione, e quindi noi non condividiamo il divieto di interconnessione – e farò una breve disgressione per spiegare meglio questo punto da un punto di vista tecnico – perché a noi sembra che questo divieto finisca per servire unicamente ad impedire un’informazione ampia e alternativa rispetto a quella della RAI, mentre non ha nessun concreto effetto sulla simultaneità della programmazione del film o di telefilm.
Questo è un punto per noi base, perché, guardiamo i fatti: innanzitutto c’è la chiarissima e progressiva tendenza evolutiva nelle sentenze della Corte Costituzionale, che ha portato alla sentenza dell’anno passato già sostanzialmente a rendere filiforme la riserva di monopolio per quanto riguarda il servizio pubblico, e questo filo è il fatto che, da un punto di vista tecnico, non sono ancora assicurate certe possibilità per impedire che il monopolio pubblico si trasformi in oligopolio privato.
Ma, a parte questa evoluzione dei rapporti anche con la Corte Costituzionale, quello che più interessa sottolineare è appunto che la particolare evoluzione tecnologica porta a far si che ogni tentativo di puntare ad un equilibrio e ad una concorrenza fra servizio pubblico, rete privata e piccole emittenti locali, solo attraverso la limitazione del locale come fatto giuridico da far rispettare con accorgimenti poi tecnici, appunto, l’evoluzione tecnologica dimostra che questo è di fatto impossibile, perché qualsiasi tipo di accorgimento che può essere escogitato giuridicamente può essere appunto superato attraverso trasmissioni in simultanea e una programmazione in simultanea di film o altri prodotti di varia natura.
Quindi noi riteniamo che viceversa il problema vero da rispettare per poter proseguire sulla strada e migliorare sulla strada di un pluralismo e di una concorrenza nel settore dell’informazione, sia quello di impedire in qualsiasi modo la creazione e la formazione di monopoli o oligopoli. A nostro parere il vero mezzo, il vero strumento attraverso il quale si può perseguire questo obiettivo, è quello strumento tecnico generale di una legge antitrust seria ed efficace che, non rincorrendo chimere che tecnicamente ormai non sono rincorribili perché inesistenti, (cioè la possibilità di limitare localmente certi fatti di informazione) diano la possibilità di raggrupparsi in vario modo all’informazione ma impediscano il costituirsi di oligopoli che veramente farebbero arretrare o comunque non farebbero progredire il pluralismo e la concorrenza.
Insieme a questo, cioè insieme a una rigorosa normativa antitrust, a nostro parere è centrale la difesa del servizio pubblico attraverso una crescita di professionalità e di capacità operativa da parte della RAI la quale deve adottare una politica che finalmente premi questa professionalità, premi le capacità imprenditoriali dei dirigenti, premi le potenzialità tecniche. In questo modo pensiamo che veramente” si potrebbe avviarsi, insieme appunto a quella legge antitrust di cui parlavo prima, ad una linea nella quale la centralità del servizio pubblico non sarebbe difesa attraverso la creazione di cortine fumogene che imbozzolerebbero, che dovrebbero proteggere il servizio pubblico stesso difendendolo da forme di concorrenzialità ritenute estremamente improprie, ma al contrario consentendo al servizio pubblico di liberarsi da tutte le sovrastrutture organizzative e politiche che di fatto ne rendono scarsamente oggettiva e produttiva ed efficiente la gestione. Questo è il primo punto.
Noi quindi per tutta questa serie di motivi concordiamo sulla centralità del servizio pubblico, concordiamo sulla necessità di proteggere le piccole o medie reti locali, concordiamo però con la necessità che tutte queste cose, le reti private possano convivere ed essere concorrenti, ma riteniamo che la strada intrapresa e indicata anche in questo documento, cioè il divieto di interconnessione, non sia la strada più opportuna per raggiungere questo scopo, strada che invece noi vediamo nella normativa antitrust e nel recupero di un certo tipo di servizio da parte della RAI.
Seconda questione, la questione del ruolo della Regione. Ecco, sul ruolo della Regione, proprio per quello che ho detto prima, noi siamo in larga misura concordi nel senso che pensiamo che l’intervento regionale nel settore radiotelevisivo sia utile se si tratta di aumentare lo spazio dell’informazione e della cultura mettendo nel giusto ed opportuno rilievo i momenti più caratteristici e qualificanti della realtà regionale. Viceversa, non saremmo d’accordo se attraverso questa maggior presenza del momento regionale si pensasse, non importa in forma totalitaria, questo certamente no, ma anche in forma in qualche modo dominante, di puntare ad allargare la presenza specificatamente o quasi esclusivamente delle istituzioni aggiungendo alle già interminabili parate nazionali del settore pubblicitario del palazzo romano le eventuali velleità pubblicitarie del palazzo locale.
Noi siamo dell’avviso che cioè si debba anche in questo settore dell’informazione perseguire quella strada di cui anche ieri sul bilancio abbiamo avuto occasione di parlare. Cioè che l’ente pubblico deve sempre intervenire nei vari processi economici, in questo caso informativi, della società civile non con lo scopo di mostrare le penne del pavone ma con lo scopo di spingere e di incentivare sempre la società civile ad esprimersi al meglio. Ragion per cui, se il maggiore intervento regionale nel settore radiotelevisivo, sul quale anche noi concordiamo, dovesse in qualche modo aprirsi a un tentativo appunto di magnificare più il palazzo in quanto istituzione, e non di spingere ad allargare un confronto come dicevo prima dei momenti socialmente e culturalmente più caratterizzanti e qualificanti della realtà e della cultura regionale, questo per noi sarebbe un errore.
Di conseguenza abbiamo insistito in qualche misura, e in qualche forma questa nostra esigenza è stata introdotta nella mozione, perché fosse chiarito – cosa che sia pur timidamente ma comunque è fatta a pagina 2 della mozione stessa – fosse chiarito che l’allargata presenza, l’ampliata presenza della Regione in questo settore radiotelevisivo deve essere legata a precisi meccanismi automatici che riducano ogni spazio di discrezionalità. A nostro parere la mozione è più cauta ma il concetto è presente. Meccanismi che riducano ogni spazio di discrezionalità onde impedire la pratica diffusa delle lottizzazioni nella determinazione dei bacini di utenza e nell’assegnazione delle frequenze radio e delle televisioni private. Questa è appunto una richiesta che noi abbiamo fatto, in buona parte accolta, proprio per impedire che poi nell’allargata presenza della Regione si dovesse arrivare a leggerei una volontà di autoesaltazione, diciamo così, del palazzo.
Sotto questo profilo dobbiamo aggiungere che il primo degli emendamenti al testo unificato ci lascia un po’ dubbiosi, perché viene ulteriormente ristretto, rispetto al testo originario della mozione, il ruolo del Comitato regionale radiotelevisivo, ruolo che in questo modo ci sembra venga ridotto addirittura rispetto alla legge del ’75 che siamo andati a rivedere. A noi sembrerebbe che, almeno quei compiti che ha nella legge, gli andrebbero lasciati e, se si vuole, potenziati, perché è evidente che una volta messo seriamente in funzione è più snello, è un organo più adatto anche per avere un certo tipo di continuo controllo sugli organi centrali della RAI che non talvolta un controllo più importante politicamente se si vuole, ma forse meno cogente da parte della Giunta regionale.
Per quanto riguarda la 3° rete su questo c’è più perplessità perché noi siamo concordi, visto che la 3° rete c’è – sulla 3° rete noi non siamo mai stati teneri, crediamo che i risultati abbiano dato ragione ai nostri dubbi – comunque visto che la 3° rete c’è ci sembra che debba essere senza dubbio potenziata, ma per potenzi aria a nostro parere occorre modificare profondamente obiettivi, organizzazione del lavoro e programmazione. Perché la 3 rete se resta quella che è, cioè ripetitiva delle due maggiori, non serve a nulla, e allora noi pensiamo che debba dare maggiore spazio ai compiti istituzionali del servizio pubblico nel campo educativo, nel campo culturale, e debba essere organizzata – questa seconda parte invece nella mozione c’è – con strutture decentrate anche di responsabilità decisionale. La prima, cioè quella della profonda modifica del ruolo della 3# rete, c’è solo adombrata.
Siamo d’accordo per quanto riguarda l’accenno al settore del potenziamento della radio, però riteniamo che sia un cenno molto timido, visto che la radio è un settore che raggiunge molti milioni di persone in modo capillare ed è uno strumento che si presterebbe in modo particolare ad un’articolazione regionale e sub-regionale che potrebbe realizzare in concreto un momento di partecipazione.
Dove poi non siamo maggiormente d’accordo è sulla parte relativa al cenno sulla questione dell’editoria, in quanto senza dubbio rispetto anche ai testi presentati in Commissione si sono fatti dei progressi, però, a nostro parere, per quanto riguarda il paragrafo « esprime preoccupazioni in ordine a vicende quale quella che ha portato al licenziamento del Direttore de “La Nazione”» si rimane nell’ambiguo e nell’incerto. Come abbiamo avuto occasione di dire nella mozione da noi presentata all’epoca sull’argomento, riteniamo che il vero tipo di rapporto da stabilirsi è quello della trasparenza dei comportamenti e delle posizioni culturali, politiche, economiche, dell’editore, del direttore, del corpo redazionale, rispetto al lettore, perché questa è la vera e profonda garanzia di una stampa correttamente e obiettivamente, al servizio del pubblico. L’importante è far capire sempre al pubblico da quale punto di vista esamina il problema il giornalista di professione, che certamente non può essere solo un ricettore di dati e di informazioni, ma è anche un cittadino pensante che ha anche delle opinioni che in qualche modo traspaiono nel suo scritto, che tipo di uomo come giornalista e quindi professionista sia e che tipo di proprietà c’è dietro le notizie che vengono ad essere fornite.
Questo a nostro parere è il vero modo per poter dare trasparenza all’informazione, trasparenza che non potrebbe essere certo assicurata rendendo dei professionisti padroni del giornale indipendentemente dalla proprietà, come sarebbe assurdo rendere la proprietà padrona del giornale indipendentemente dai professionisti, e come ebbi modo già di dire in Aula su questa vicenda, se c’è un qualche cosa che va criticato e che noi abbiamo criticato nella vicenda de «La Nazione» è appunto il fatto che questa trasparenza relativamente alla posizione della proprietà e relativamente alla posizione del direttore in tutta la questione non c’è stata, il che noi stigmatizziamo nel modo più fermo.
Per tutti questi motivi noi non possiamo dire di non condividere in toto la mozione. Ci sembra quasi una clausola di stile, il fatto che si inviti la Giunta a fare un inventario delle iniziative, delle cose che ci sono e che ci dovrebbero essere o che la Giunta vorrebbe farci essere su questo settore. Per tutto questo motivo complessivamente inteso, in Commissione ci siamo astenuti, e anche qua lo faremo, proprio perché attraverso l’astensione riteniamo esprimere il nostro consenso alle parti che qui ho detto condividiamo e il nostro dissenso su altre parti che invece qui ho detto in maggior o in minor misura non condividiamo.