Come si era facilmente previsto all’epoca, la filosofia bignardiana lanciata durante il Congresso del 1973 (ed in particolare l’ormai celebre slogan “o centro o eIezioni”) si è dimostrata del tutto fuori dalla realtà ed ha arrecato al partito affanni non indifferenti, prima l’estromissione dal Governo, poi l’ulteriore perdita in un quarto dei voti, nel complesso la liquidazione di ogni prospettiva politica concretamente proponibile.
Dopo il 18 novembre, la stessa logica delle cose ha imposto una pausa di riflessione. E qui l’idea di aprire volontariamente la strada al ricambio della classe dirigente (idea davvero diabolica). L’ on. Malagodi partorì l’idea di un Congresso anticipato (non straordinario perchè sarebbe già stata una pericolosa innovazione). A questo Congresso il Partito sarebbe dovuto arrivare su una linea che nell’ impostazione generale si riconoscesse nella tematica di fondo di Libertà Nuova, ma che, non affrontando il problema dell’interpretazione di questa linea nell’era Bignardi, consentisse di lasciare aperto alle diffuse speranze interne ed esterne di profondi mutamenti. Mutamenti che in ogni modo non avrebbero dovuto sconfessare le posizioni del presidente-padrino.
AI Consiglio nazionale, come è noto, il segretario rifiutò esplicitamente il ruolo di capro espiatorio. Sì al Congresso anticipato ma pretendendo anche l’immediata fiducia sulla sua relazione. Avendola ottenuta – nonostante la aperta ritrosia procedurale del presidente – sotto i voti della fiducia è rimasta seppellita l’idea stessa di Congresso anticipato quale era stata originariamente concepita.
La macchina del Congresso comunque si è mesa in moto e al punto in cui sono le cose è divenuta un personaggio in cerca di autore. A che cosa deve ora servire il 14° Congresso del PLI? l più zelanti campioni dell’ortodossia (liberista più che liberale) accarezzarono l’idea di approfittare dei lavori congressuali per un safari di caccia (o di cacciata) nei confronti delle minoranze tradizionali che sabotando l’azione del Partito sarebbero all’origine di ogni disgrazia. E’ una idea patetica per la sua bambinesca fiducia nella catarsi purificatrice del ritorno all’età dell’ oro.
Poi ci sono gli apocalittici e gli integrati. Gli apocalittici – e ne esistono in tutto l’arco dei gruppi – sostengono che ormai non c’è più nulla da fare per il PLI e oscillano fa chi vorebbe usare il Congresso come trampolino per spiccare il volo versi altri mitici lidi e chi vorebbe usarlo come mesta cerimonia degli addii prima del disimpegno o del distacco personale. Gli integrati invece imprecano contro la mala sorte o contro l’incompetenza degl elettori e – anche a costo di violentare il buon senso – assicurano con sicuro piglio burocratico che la situazione è nel suo insieme accettabile, citan statistiche comparative (addomesticate) e al più concedono l’offa di qualche messa a punto. Si affrettano però a precisare che il Congresso deve essere una sorta di macchina calcolatrice. le scelte politiche una semplice addizione (di delegati, naturalmente, e pur di fare la somma, tutto va bene, pere, aranci, mele); e così cercano di nascondere, dietro la soluzione contabile dei lavori congressuali il corpo del reato cioè la mancata soluzione dei problemi politici di prospettiva.
In verità questo Congresso deve servire ad una cosa sola: a battere il “pactum scelerls” o almeno ad impedirne la perpetuazione. Ove il “pactum scelerls” è quella particolare sorta di accordo tra due persone che, nei fatti se non nei fini, porta a rendere operanti politicamente le caratteristiche più negative (per il Partito) dell’uno e· dell’altro contraente. Così il centralismo burocratico dell’uno fa aggio sulla maggior disponibilità al dialogo dell’altro, e viceversa l’atavico richIamo conservatore dell’altro ha la meglio sulle enunciazioni più aperte del primo.
Le possibilità di riuscire ci sono (anche se bisogna dire agli apocalittici, sezione esodo, che l’immediatezza o meno di questa possibilità non muta nulla per chi come noi è convinto che iI problema pregiudiziale della situazione italiana è quello di lasciare correttamente alla D.C. l’occupazione dello spazio di frontiera a destra. Non si capisce perchè ci si debba sentire esulì in quello che è iI nostro partito e se ne debba riconoscere piena cittadinanza solo agli altri: e ancor meno si capisce perchè si debba regalare l’etichetta del PLI a dei conservatori con il complesso democristiano e dei revenanti per i quali sono stati sì sacrificati troppi vitelli grassi, ma che certo non rappresentano i liberali e il liberalismo.
Le posstbllltà di riuscire ci sono purchè ognuno faccia la propria parte e purchè non si pretenda di avere tutto e subito. Presenza e Rinnovamento devono farla bandendo ogni velleitarismo giacobino e ogni idea di essere i prim della classe. I critici di Libertà Nuova devono farlo confermando nella coerenza e nella chiarezza la disponibilità a combattere su plano politico il pendolarismo democrtistiano e ad esigere sul piano interno un nuovo assetto del Partito, non più fondato sul razzismo di corrente. Infine devono farlo anche quegli altri gruppi di Libertà Nuova che, seppur non abbiano corrisposto alle speranze in loro riposte al momento dell’assunzione di importanti incarichi, non possono essere considerati definitivamente perduti per l’impegno di rinnovare il Partito.
Non possonno esserlo per le loro personali convinzioni e non possono esserlo per i loro interessi. Il “pactum sceleris” si perpetuerebbe nella sostanza a loro danno: sia come compressione all’esercizìo delle rispettive funzìonl, sia come progressivo coinvolgimento in obiettive operazioni di sudditanza alla DC. Questi g,ruppi sono numericamente in graèJo di imporre decisive condizioni per il futuro del Partito.
Lo facciamo, perchè il Partito perderebbe un’occasione decisiva. La piattaforma politica su cui si verrebbe a collocare il Partito, se fosse dato un ALT al “pactum sceleris”, è chiara a tutti. Dalla maggiore o minore misura in cui si realizzerà questo ALT dipenderà la maggiore o minore misura in cui i I PLI cercherà i collegamenti con le altre forze laiche repubblicane e socialiste, diventerà il motore dell’ aggregazione .dl queste forze, trasformerà l’opposizione al centrosinistra dell’anatema contro “iI Cavallo di Troia del PCI “ alla critica politica di una formula che resta insieme alla centralità (e con l’ aggravante di una perdita di efficienza) un momento di pendolarismo integralista DC. In una parola la misura in cui il PLI, ricuperando appieno la sua natura di partito antiautoritario. si qualificherà ed opererà apertamente come agente storico del mutamento sociale, respingendo il dogmatico profetare marxista e rifiutando di fare il prestanome democristiano nelle rappresentanze degli interessi parassitari e conservatori.
Tutte le forze dinamiche del Partito devono premere in questa direzione. E’ un impegno difficile, ma necessario. E’ iI carico che debbono assumere soprattutto coloro che, in coerenza con il metodo liberale, hanno scelto l’obbiettivo di ricollegare il PLI alle altre forze di democrazia laica nonostante ie Incornprenstoni e lo scetticismo interni ed esterni.

