In settimana è uscita una sentenza fondamentale in termini di politica e di cultura pubblica: la Corte di Assise di Roma da deciso di rispedire le carte del processo Regeni al Giudice per l’Udienza Preliminare che aveva chiesto di procedere. Il motivo – la mancanza di prove che siano state davvero notificate le imputazioni ai quattro alti ufficiali egiziani della National Security a processo – corrisponde ad un principio procedurale cardine del convivere in una democrazia liberale tra individui liberi. Questa sentenza è uno spartiacque tra il rispettare le regole scelte dai cittadini e voler trasformare la società in scontri senza regole di interessi emotivi tra parti contrapposte.
Fino ad ora, la tragica vicenda del trentenne ricercatore cattolico triestino inviato al Cairo da una università inglese per svolgere attività informative sui sindacati egiziani, era stata trattata a prescindere dalle circostanze di fatto e dai meccanismi di diritto. Si era tenuto conto esclusivamente del comprensibile dolore dei familiari, dell’offesa alla dignità nazionale (magari agitata apposta) e dello sdegno acritico diffuso dai mezzi di comunicazione sull’onda di un giudizio negativo condiviso circa le attività dei servizi egiziani. Dopo questa sentenza della Corte di Assise, anche gli italiani – che da tempo vengono spinti a vivere nel mondo dei sogni – sono obbligati a rivedere il loro approccio alle vicende reali. Le democrazie liberali funzionano se si opera seguendo i meccanismi prestabiliti circa i fatti . Dunque non si può prescindere dal rispetto delle procedure vigenti che sono la sostanza effettiva dei rapporti democratici.
Nella fattispecie, il tam tam delle burocrazie pubbliche, non sopportando l’offesa ricevuta con la tragedia Regeni, ha pensato di poter aggirare l’evidente ostruzionismo dell’Egitto, celebrando a Roma il processo in contumacia. Una scelta semplicistica per fare giustizia almeno a casa nostra. Ma una volta compiutala, non è che a casa nostra la giustizia può essere ridotta ad un processo di piazza, fatto di supposizioni di parte senza rispetto delle norme. Altrimenti anche la giustizia non scaturirebbe da un confronto tra le parti bensì dalle convinzioni unilaterali. E le convinzioni unilaterali escludono in partenza il dato che la vita reale è composta di individui diversi e che la libertà non sta nel proclamare un dover essere ma nel dare a tutti i conviventi la possibilità di discutere e di scegliere, a cominciare dal diritto di difesa. Infatti, il motto di Mussolini era che la sola libertà è la libertà dello Stato, perché tutto è nello Stato, vale a dire in quello che si ritiene giusto, non nei dati di fatto comprovati.
Questa sentenza ha spezzato un conformismo consolidato. Non a caso, i tre quotidiani più venduti hanno adottato toni luttuosi. Esprimendo concetti che distorcono l’idea del diritto. A cominciare dalla pretesa del far valere in Egitto le leggi italiane, scrivendo che occorre mettere in fuoriguoco l’uso fraudolento del diritto dello stato egiziano, che è il cortocircuito dell’idea del diritto e della sua applicazione (ma a noi italiani, chi ci ha dato il compito di parlare per gli egiziani?). Sono pretese prive di valore costruttivo, che diffondono in Italia il germe del rifiuto della realtà. L’Italia non può avere l’automatico diritto di giurisdizione su quattro agenti segreti che ritiene di dover portare alla sbarra. Quando lo ritiene giusto, deve prima svolgere azioni politico diplomatiche atte ad ottenerlo. Non può – perché sarebbe sterile a livello internazionale e pericoloso per il clima della libera convivenza italiana – sostenere che della notifica di legge ai quattro imputati si dovrebbe fare a meno, in quanto impossibile rintracciarne il domicilio a causa dell’ostruzionismo di un regime militare che protegge i suoi apparati. Fare a meno di questa notifica sarebbe davvero mutilare il nostro Paese della sua giurisdizione e della sua potestà punitiva in sede processuale.
Di fronte alla netta sentenza della Corte di Assise di Roma, è un pericolo per il nostro convivere la tesi illiberale secondo cui – a costo di sfidare la giurisprudenza dell’Italia e della Corte Europea dei diritti dell’uomo – occorre cancellare l’impunità per i cittadini di Paesi che non si riconoscono nello Stato di diritto. Tale tesi rinnega il diritto nel processo e pretende di sostituirlo con l’ancestrale sistema del “dover essere” unilaterale di uno Stato.
E’ una sola la via per ricordare il povero Regeni in coerenza con la nostra democrazia libera. Attivare una ferma azione diplomatica verso l’Egitto per ottenere un esame della vicenda nelle Corti italiane o almeno a livello di una Corte internazionale. L’agitarsi emotivo è controproducente.

