Nella notte tra il 3 e il 4 ottobre è scomparso Mario Miccoli, da decenni notaio in Livorno e poi dal 2011 anche Presidente del Banco di Lucca e del Tirreno, oltre che collaboratore di Libro Aperto. Era un mio amico antico. Con lui ho iniziato ad avere rapporti fin da metà autunno del 1960, quando ci incontrammo al Comune di Livorno per i risultati del voto amministrativo. Io già ventenne, lui, ai primi anni del Liceo, era intervenuto per accompagnare il babbo avvocato (anni prima consigliere comunale PLI), ma era già di idee liberali e desideroso di impegnarsi per diffonderle.
Iniziammo a vederci periodicamente, divenimmo amici fuori e dentro al partito. Allentammo i rapporti nel suo periodo universitario a Siena, ma appena laureato, prese parte al Congresso GLI di Rimini nelle file del gruppo della minoranza Responsabilità Liberale. La linea era innovativa. Il PLI, per svolgere funzione di maturazione critica propria del liberalismo, doveva sapersi collegare con le forze della democrazia laica per tentare di togliere alla DC il vanto, sempre sbandierato, ma in gran parte falso, di essere l’unica forza valida di argine ai comunisti. Tenendo soprattutto presente che i problemi di fondo suscitati dallo sviluppo scientifico e tecnologico mostravano già allora che l’avvenire avrebbe dovuto risolvere, non solo problemi di socialità, ma essenzialmente problemi di libertà. Una linea che preannunciava quella espressa compiutamente sedici mesi dopo, nel gennaio ’69, dalle 43 Tesi per una Presenza Liberale , di cui Mario Miccoli fu uno tra i sottoscrittori fin dalla fase di lancio e che costituirono una svolta storica nella vita del PLI, che da un quindicennio non aveva avuto più una solida minoranza politica nella direzione centrale.
Nel frattempo Mario era divenuto a Roma un funzionario di una grossa multinazionale americana, vincendo non molto dopo il concorso di notaio e scegliendo la sede di Catania. Riprese ad impegnarsi nel PLI , compatibilmente con la professione, dopo il rientro a Livorno poco più che trentenne. Sempre disposto a contribuire ad esaminare le questioni politiche locali e nazionali con competenza, ironia e passione, spesso richiamando gli insegnamenti del babbo nei principi e nell’esperienza dei rapporti vissuti nel Consiglio Nazionale PLI a metà degli anni ‘50. Al contempo non disdegnando di seguire il mondo sportivo, specie quello della scherma – che era una tradizione di famiglia essendo sua madre una Montano, sorella di un livornese campione olimpionico – e poi il quasi altrettanto vivace mondo della pallacanestro livornese con due squadre nella massima serie. In più gli stretti e continui legami intercorrenti con i parenti paterni a Polignano a Mare presso Bari, meta di visite frequenti e partecipate.
Mario aveva una vita frenetica e trovava posto per soddisfare i suoi molteplici interessi e curiosità, a cominciare da quella di cultore delle opere storiche. Nel PLI ebbe un ruolo significativo quale rappresentante della delegazione toscana al Congresso nazionale di Firenze, che a fine ’81 costituì l’apogeo del successo di Zanone. E cinque anni dopo, al burrascoso Congresso di Genova, fu il Segretario della Commissione verifica poteri Presieduta da Bozzi, con cui strinse un solido rapporto. Intanto, nel privato, aveva preso il brevetto di pilota di aerei da turismo e per diversi anni girò in Italia trasportando anche gli amici a riunioni politiche.
Convinto, come liberale, che il fulcro della vita – a cominciare della politica e dalle relazioni interpersonali – si impernia sull’attività del libero cittadino individuo, da notaio coerentemente Mario non ha mai trascurato il seguire con attenzione le implicazioni del tempo che passa nella vita quotidiana dei cittadini autonomi. Così si applicò subito e in modo crescente, a studiare le problematiche dell’informatizzazione nella professione notarile, a cominciare dalle questioni concernenti la firma digitale. Ne divenne uno specialista che trattò il tema da antesignano, prima nel notariato italiano – dove ricoprì a lungo incarichi nazionali di vertice – e poi in quello europeo che presiedette. E fino agli anni recenti ha scritto in materia libri di rilievo.
Dopo lo scioglimento del PLI nel febbraio ’94, Mario seguì dal di fuori le vicende politiche con attenzione, sempre nella speranza di veder realizzato quanto auspicato un trentennio prima a Rimini. Con una certa impazienza ma anche con l’incrollabile abitudine a verificare senza sconti i risultati delle scelte fatte. In ambito livornese ha ricoperto il ruolo di Presidente del Circolo di scherma Fides (il più medagliato d’Italia alle Olimpiadi). Negli anni duemila, ha sempre più sviluppato la sua antica passione per le grandi opere storiche , specie su Napoleone, sulla Francia e sulle vicende toscane. In proposito, ha scritto diversi saggi divulgativi pubblicati sulla stampa di informazione.
Negli ultimi anni, con lui ho ripetutamente parlato del problema ormai impellente in Italia – e lui, che manteneva molte amicizie negli Stati Uniti, aggiungeva “ma non solo” – della mancanza di mezzi di comunicazione in grado di svolgere il proprio ruolo di far giungere ai cittadini un’informazione dei fatti senza mire anticipatrici, che è un ruolo irrinunciabile in una società libera.
Lucido e presente a sé stesso fino alla fine, Mario si è distinto anche nell’indicare modalità spartane nel predisporre il suo corpo per le esequie e nel volere che le sue ceneri fossero raccolte in un’urna ospitata a turno dai suoi cari, Laura, la compagna da sessanta anni e le tre adorate figlie, Silvia, Francesca e Claudia.
Un liberale e un amico da ricordare.

