La politica liberale oggi

In Italia i liberali sono sempre stati pochi (negli ultimi decenni se ne vedono crescentemente le conseguenze). E sono restati pochi dopo il crollo del comunismo sovietico e il tornado di tangentopoli. E’ vero che c’è stata la corsa alla nuova terra promessa del liberalismo. Solo che, nella fretta, si è dimenticato che per trovare una terra promessa non ci si deve rivolgere al liberalismo. Il liberalismo politico non è rassicurazione ma convivenza aperta fondata su individualismo critico e rigoroso nel comportamento. Il liberalismo riguarda tutti e non è precluso a nessuno, ma non basta dirsi liberali per esserlo. Anzi, molti si dicono liberali ma ne sono la continua negazione. D’altra parte, senza liberalizzare davvero la società italiana e le sue strutture, resteranno un sogno irraggiungibile quelle grandi trasformazioni che lo scenario della globalizzazione rende indifferibili. E dunque il problema è dar più voce alla cultura politica liberale vera perché coerente.
La Federazione dei Liberali insiste su una proposta operativa. Puntare alla liberalizzazione della società italiana facendo estrema chiarezza sui grandi principi liberali e creando un raccordo stabile di tutti coloro che, singoli od associazioni politiche, su questi principi si riconoscono nella sostanza. I principi sono quelli dell’Internazionale Liberale: un liberalismo critico, aperto, progressista, e un individualismo che sia anche impegno sociale.
Per inoltrarsi sulla strada di questo disegno comune, bisogna intanto rimuovere alcuni pregiudizi diffusi che ne possono minare la formazione. Uno è il confondere il filone culturale con il rimpianto del passato. La cultura liberale, e in genere quella laica, usa il metodo dell’esperienza ma vive solo nei progetti dell’oggi per il domani. Un’altro pregiudizio è l’anteporre uguaglianza e pace alla libertà. Al contrario, liberalismo è l’idea, storicamente sperimentata, che è la libertà del cittadino a generare uguaglianza e pace. La libertà di ciascuno richiede un contesto di legalità e di equità. Mentre uguaglianza e pace possono accompagnarsi alla schiavitù.
Un terzo pregiudizio è l’atteggiamento pauroso verso la diversità. Un pregiudizio che si intreccia con un altro ancora, secondo cui ricercare il consenso implica il conformismo verso la massa e le pratiche mercificanti della politica. Al contrario, è illiberale considerare fastidiosa e colpevole ogni esperienza politica di ridotte dimensioni quantitative. Ed è illiberale trasformare il consenso da strumento di decisione per la convivenza ad obbligo di sacrificare la diversità alla comunità. Un quinto pregiudizio è che il maggioritario soppianti i filoni culturali della politica e obblighi al bipartitismo. In realtà il maggioritario è solo un sistema elettorale, che privilegia la scelta tra le offerte politico programmatiche e non la rappresentazione parlamentare dei vari partiti.
Riconosciuti i principi del filone culturale e rimossi gli ostacoli di quei pregiudizi, il disegno comune dell’area liberale e laica deve misurarsi su due questioni: costruire l’offerta politica di un programma di riforme coerente ai principi e adeguato ai tempi e ricercare ulteriori alleanze – nella situazione italiana necessariamente con filoni culturali diversi – per sostenerlo in un meccanismo maggioritario. La questione del programma è decisiva. Non deve trarre in inganno che qui mi limiti a indicarne i punti principali.
E cioè, le riforme istituzionali ed elettorali ( per uno Stato più articolato e policentrico e per un sistema elettorale maggioritario a doppio turno con forte riduzione della quota proporzionale), i diritti individuali in campo economico sociale e la democrazia interna dei partiti e dei movimenti ( con particolare attenzione ai procedimenti elettorali), il risanamento dei conti pubblici (per lasciare più risorse all’intraprendere e alle generazioni future), il ripensamento dei criteri per l’occupazione (contratti personalizzati, flessibilità all’ingresso), la revisione profonda dello stato sociale (con lo scopo di assistere chi è veramente più debole, di agevolare la fruizione di beni ambientali e collettivi, e non di indurre l’inerzia civile), la giustizia secondo il diritto e senza colpi di spugna ( carriere funzionalmente distinte tra Magistrati giudicanti e Pubblici Ministeri), il ruolo pubblico nel campo dell’istruzione come garante dello sviluppo del senso critico nei giovani ( insieme alla scuola libera come espressione di pluralità culturale e alla abolizione del valore legale del titolo di studio), la riforma della Pubblica Amministrazione ( perché sia l’ossatura di una convivenza civile aperta), le norme per il settore della bioetica (ispirate alla libertà e alla responsabilità della ricerca) .
Naturalmente l’intero percorso qui delineato andrebbe discusso più a fondo in particolare tra l’area più liberale e quella socialista. Ma la sensazione è che i maggiori problemi si presentino proprio sul come costruire quest’ultima alternativa essenziale. Il filone liberale, con buona pace della vulgata catto-comunista, può stare solo dalla parte dei fautori della società aperta e non dei conservatori. Però la società aperta e i continui processi di cambiamento che la caratterizzano, non può essere deformata in una frenesia a sostegno della discontinuità nelle strutture costituzionali e democratiche. La stessa volontà di coinvolgere i cittadini nel disegno dei laici a cominciare da quelli con la mentalità e la tradizione dell’area liberaldemocratica, liberalsocialista, democratico riformatrice, non può chiudersi nella gabbia delle vecchie appartenenze. Non si possono combattere di nuovo oggi le stesse battaglie di dieci anni fà. L’area laica, liberale, liberalsocialista configura un’area naturalmente contrapposta ai conservatori di destra e di sinistra, ai liberisti sfrenati, agli statalisti totalizzanti, ai giustizialisti. Il metro liberale per l’alternativa dei fautori della società aperta è quello dei principi e dei programmi, non può essere quello ideologico e anacronistico dell’anticomunismo, oltretutto non riferito a Rifondazione.

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