Caro Andrea,
Ti ringrazio del Tuo intervento per il seminario nazionale di LibertàEguale ad Orvieto, che esprime bene e con rigorosa stringatezza il perché , per arrivare “ ad affermare un moderno individualismo liberale, in cui si affermi, costantemente, il primato dell’individuo con l’affermazione della sua emancipazione da ogni forma di potere paterno/paternalistico, …. proporre nuovi contenitori per vecchi contenuti non risolverà il problema”. Ieri nella Cosa 2, oggi nella Margherita, ”gli innesti effettuati .. hanno finito per essere inutili addobbi di proposte politiche che sono rimaste post- qualchecosa”. Sono convinto che, dovendo restare all’interno della logica di LibertàEguale, non si potesse dire di più.
Ti farei però un torto intellettuale se non richiamassi la Tua attenzione sulla circostanza che le Tue giuste parole ( “ tutto questo richiederebbe il coraggio di una classe dirigente nuova, e non riverniciata, che sapesse tracciare un forte tratto di discontinuità rispetto al passato più o meno prossimo ”) inducono necessariamente un passaggio almeno parziale ad una logica esterna a quella di LibertàEguale. Di fatti, o significano che in LibertàEguale e nella sinistra ex-PCI esiste già una classe dirigente nuova di forte impronta liberale e basta che ne acquisti la consapevolezza per assumere la guida della sinistra ( ma non mi sembra davvero che sia la Tua idea) oppure significano implicitamente che la discontinuità non può prescindere dal porsi quanto meno anche all’esterno della logica di LibertàEguale : altrimenti l’affermarsi di un moderno individualismo liberale rincorrerà sempre i fatti politici senza mai poterli raggiungere, come si diceva che Achille non potesse raggiungere la tartaruga. E, così come alla fine si è capito che Achille la tartaruga la raggiungeva davvero, credo che sia proprio su questa possibilità di raggiungere per tempo i fatti politici ponendosi anche all’esterno della logica di LibertàEguale che, in quanto liberali, occorre concentrare l’attenzione.
Ponendosi in tale prospettiva, salta peraltro all’occhio che, nel Tuo elenco delle anime riformiste italiane nell’ultimo secolo, hai fatto un taglio accettabile esclusivamente nella logica interna all’autoreferenzialismo della sinistra adottato da LibertàEguale : il taglio del riformismo liberale, che in chiave culturale e politica, ha visto impegnati un fiume di cittadini protagonisti del riformismo italiano, da Zanardelli, a Giolitti, passando per Gobetti, Croce, Einaudi, fino a Martino, Baslini e pure Malagodi ( nonché del riformismo internazionale come Beveridge, Keynes, Popper e tra i viventi Dahrendorf). Penso sarai d’accordo che, in una logica esterna a LibertàEguale – quella appunto necessaria per arrivare alla discontinuità – il riformismo liberale quale è stato in carne ed ossa, vada assolutamente ricuperato.
Per divenire efficacemente parte di un disegno riformatore, la sinistra deve assorbire la lezione dei fatti, o almeno prenderne atto, per cui la differenza fondamentale tra la storia del PCI e quella dei liberali è che gli errori dei comunisti sono invariabilmente derivati dai principi di riferimento e dalle strategie applicative, gli errori dei liberali, tanti o pochi che siano stati, derivano solo dalle tattiche contingenti di volta in volta scelte per realizzare principi di libertà che l’esperienza dimostra puntualmente prevalere alla lunga. Con la conseguenza che gli errori del PCI e dei suoi aventi causa non sono correggibili senza uscire dal loro sistema ( come giustamente in sostanza Tu annoti) mentre quelli dei liberali dipendono dalle distorte interpretazioni che si pensa di poter dare, sono correggibili e correggendoli contribuiscono ad un’esperienza di rafforzamento dei principi e del metodo ( che in un certo senso compensa la lentezza negli avanzamenti della libertà).
Se non si ricupera il riformismo liberale incarnato da coloro che politicamente hanno dichiarato esplicitamente di agire in quanto liberali e si sono comportati di conseguenza, si agevola nella sinistra quella che esattamente chiami la propensione a “reinterpretare la storia del pci quale storia del riformismo italiano”. Che è una profonda mistificazione, perché storicamente i comunisti hanno avversato tutte le riforme liberali al momento in cui furono proposte e ne fu avviata la pratica attuazione. Sarebbe altrettanto errato sostenere che l’esperienza del PCI vada rigettata in blocco dal punto di vista di come in Italia è maturata l’attitudine alla partecipazione politica. Quello che però qui preme sottolineare è che deve essere attivato nella sinistra lo sforzo di comprensione del riformismo liberale senza la tentazione di volerlo ricondurre ad una distorta ( e questa sì davvero revisionista in senso deteriore ) rilettura di quella che è stata l’esperienza del PCI. Tentazione viceversa favorita dal taglio del riformismo liberale, perché così delle persone e dei movimenti da Te citate è possibile non cogliere l’aspetto liberale bensì farle passare come impegnate nell’affiancamento della mitica lotta della sinistra sognata come utopica trasformatrice dei rapporti sociali e della storia.
Non è sciovinismo liberale affermare che la sinistra deve capire i motivi politico culturali profondi per cui i liberali hanno sempre anticipato la necessità delle riforme, diverse in epoche diverse, ma sempre tali da schiudere nuove frontiere alla libertà del cittadino in maniera più lungimirante ed efficace dei sistemi statalisti, di classe o religiosi. Per restare agli ultimi decenni italiani, l’iniziativa del liberale Martino fu decisiva per avviare concretamente passo per passo il processo di costruzione dell’Unione Europea ( con la fiera avversione del PCI) ; la fermissima scelta del liberale Baslini risultò determinante per compattare quella che poi divenne la maggioranza parlamentare sul divorzio e poi sul successivo referendum (in ambedue i casi con gli amletici tentennamenti fino all’ultimo del PCI, allora ed oggi ipnotizzato dalla questione cattolica); ma anche la più controversa figura di Malagodi, fu prima irremovibile nel rifiutare la collocazione dei liberali nella destra, poi, in piena guerra fredda, solare nel mostrare al paese l’importanza di un’opposizione all’interno del sistema ( e non antisistema come allora era quella del PCI) e infine nell’indicare con tenacia la strada della necessità di curare i concreti meccanismi delle riforme democratiche ponendosi sempre il problema degli sviluppi indotti e garantendo in ogni caso la trasparenza e la correttezza della vita pubblica come condizione di corretto esercizio del confronto democratico ( attirandosi lo scherno del PCI per simili formalismi borghesi) . E queste cose penso di poterle dire in un’ottica storica, visto che cominciai ad oppormi alla politica di Malagodi, troppo soggetta alla centralità DC, da solo in un Consiglio Nazionale del PLI nel 1967 avviando e poi partecipando al processo che, in un decennio di non facili scontri, portò alla nuova linea della Segreteria Zanone.
Siamo allora arrivati alla questione centrale. Posto che una discontinuità profonda nella sinistra sia comunque un interesse del paese e dunque dei liberali ( e tralasciamo qui di approfondire questo aspetto che peraltro mi pare difficilmente contestabile), cosa possono e debbono fare i liberali per incentivarla ? La risposta è univoca: in politica debbono fare i liberali. Cosa che nella situazione italiana, purtroppo, non è affatto una tautologia. I liberali si sono illusi ciclicamente – i più seri con finalità politiche, quelli meno seri con finalità di poltrone personali – che la diaspora liberale avrebbe consentito di trovare in lidi non espressamente liberali un terreno più fertile per dare al liberalismo maggior capacità di incidere. Si tratta di porre fine a questa illusione. Si tratta di darsi da fare per mettere insieme in politica tutti coloro che sono convinti del primato della libertà e di cittadini emancipati da ogni forma di potere.
Proprio l’esperienza della sinistra liberale de Il Mondo di Mario Pannunzio, ripresa sull’ultimo numero di Critica Liberale e da Te citata nel Tuo intervento, sta a dimostrare l’illusione che in politica, per i liberali, sia più produttivo rinunciare a stare innanzitutto insieme. Lo ho già rilevato in una lettera di qualche settimana fa a Enzo Marzo. Scrivevo : “ da una parte si indica il nucleo dell’impegno di Pannunzio nella sua irriducibile volontà di “imporre” la collaborazione a personaggi assai diversi (emblematicamente come Croce e Salvemini ) all’insegna di “la libertà innanzitutto” e della attenzione senza timori e senza utopismi al cambiamento che incessantemente induce. Dall’altra non si coglie il limite della prassi dell’accettare la divisione politica dei liberali ( oltretutto neppure sugli obbiettivi ma spesso sui percorsi per arrivarvi) come premessa legittimante della credibilità ( a sinistra nel caso di Pannunzio o tra i conservatori nel caso dei sedicenti liberali) “ .
Insomma, occorre divenire consapevoli che il lavoro politico indispensabile per contribuire nel breve medio periodo a politiche quanto più possibile ispirate al liberalismo e di certo ad esso non contrarie, non può essere svolto a prescindere dalla capacità di tenere insieme politicamente le diverse anime dei liberali fin da subito. Teorizzare od anche solo accettare la diaspora dei liberali equivale a disconoscere la capacità sperimentata del liberalismo ( che non ha uguali ) di allargare nel tempo le aree di libertà dei cittadini, in ampiezza e in profondità. E se si disconosce questa capacità, non si può poi pretendere che la sinistra ( o gli elettori ) la riscoprano da soli. Ecco perché è essenziale ricuperare il taglio del riformismo liberale.
Ovviamente, lo stare insieme dei liberali non è l’unità dogmatica dei religiosi, è il riconoscersi nella costruzione senza posa delle condizioni per la diversità. Acquisendo la consapevolezza che, in questa attitudine costruttiva, le distanze che ci possono essere tra le diverse anime liberali restano enormemente inferiori a quelle che esistono tra ogni anima liberale e chiunque altro che non sia liberale. Ed acquisendo anche la consapevolezza che, in campo politico, questo del far stare insieme i liberali è il problema di fondo non soltanto per i liberali ma per tutti i riformisti e per il complessivo sistema politico italiano. Un sistema che rimarrà graveamente squilibrato fino a che non sia rappresentata questa area indispensabile per costruire giorno per giorno una società aperta. Se non ci impegniamo esplicitamente e con fatica a costruire le condizioni per una circolazione sempre più libera di persone, idee e merci in tutto il mondo all’insegna del dato sperimentale che lo sviluppo è libertà, su di noi incombe perfino il ritorno delle barriere doganali che lo strisciante statalismo dei liberisti neocons propone ancora una volta come nuova frontiera di una soffocante modernità illiberale .
Un’ultima cosa. Mi sarebbe utile conoscere quale accoglienza ha avuto ad Orvieto il Tuo intervento.

