Quale 1985 per i laici

 

Non sono segni di vitalità, nè vittorie: la veemente, inascoltata polemica della DC sulle giunte locali, la serrata antifiscale, rivelano armi spuntate, divisioni correntizie «sull’essenziale» e la grave crisi del fondamentale ruolo mediatorio dello scudo crociato. I clienti si difendono da soli. Si dividono. Non sono soddisfatti delle loro rappresentanze. E davvero un gelido inverno per lo scudo crociato, anche se contraddizioni, e tentativi revanscisti sono prevedibili. Pur diffidando delle sentenze frettolose, riconosciamo che la balena bianca è ferita: ma sarebbero malanni guaribili, se il suo ecosistema fosse immutato. Ma così non è: non è più padrona del mare, i bei tempi sono trascorsi.

Il governo Craxi si regge su questo equilibrio, tra la crisi di vecchi metodi di potere ed un rinnovamento contrastato. De Mita protesta, ma sa che non può chiedere di più; a breve scadenza un diverso ministero difficilmente sarebbe migliore dell’attuale, per i laici.

Tuttavia, questo esecutivo è tuttaltro che una tregua nella competizione tra le forze del pentapartito: ogni provvedimento di vera liberalizzazione (che, per essere tale, deve significare anche equità e realismo, intesi nel solo modo possi­bile per i liberali, ossia impulsi per il progresso sociale) apre nuove contrad­dizioni nella DC e tra essa e le sue tradizionali riserve elettorali.

Ma la sconfitta vera della Democrazia Cristiana è la sua sempre più precisa individuazione come partito conserva­tore di massa: seppur con originali ca­ratteristiche, con peculiari ascendenze culturali, con ben minore senso dello Stato rispetto al panorama politico di altri paesi. Tutto ciò è la conseguenza successiva alla perdita della famosa centralità, ritenuta giustamente essenziale dai democristiani: questa rappresentava oltre che un ruolo politico, anche la condizione per ammantare la difesa di interessi corporativi (che restano tali anche quando si tratta di grandi competizioni per la conservazione di piccoli e talvolta illusori privilegi) con significati sociali, sintesi tra l’antico popolarismo e gli slogans tipici del fallace buon senso dei moderati (nell’accezione tutta italiana di questo termine).

Sbagliano quindi coloro che giudicano con sufficienza il governo di Craxi: esso è stato, e resta, un boccone amaro e anche abbastanza pesante per la DC. Tutto sommato, De Mita si è mostrato più di buon senso nel riconoscere il velleitarismo di immediati tentativi di rivincita, che nel dare una «moderna» teorizzazione di un sistema bipolare, vera sovrastruttura di un troppo improvvisato progetto neo-conservatore.

Infatti, la prospettiva dell’alternativa di sinistra come unica novità rispetto agli attuali assetti politici è funzionale solo a chi afferma di voler governare per altri quaranta anni, oltre ai precedenti quaranta. Non bisogna stancarsi di ripeterlo: l’alternativa vera, cioè attuabile, possibile, realistica, non è quella di sinistra, ma è l’alternativa laica. E’in atto, nonostante mille difficoltà, un progressivo cambiamento di equilibri politici e sociali: esso vede una contrastata crescita della democrazia liberale e socialista. E comunque, usando tutta la prudenza necessaria, l’evoluzione delle cose va in questa direzione. Dire alternativa laica, e non alternativa di sinistra, significa scegliere il riformismo inteso innanzitutto come riconoscimento dell’importanza di procedere a piccoli passi su un terreno così accidentato, senza sottovalutare i progressi quotidiani come momenti di costruzio­ne di un’altra Italia. L’intransigenza infatti non è declamazione retorica, ma lavoro concreto, studio attento della realtà, cambiamento dei rapporti di forze reali. Così come l’alternativa (ossia il cambiamento possibile) non è un’immagine astratta, come gli appelli sofferti e romantici di Berlinguer, ma l’affermazione di un metodo liberato nella politica, nell’amministrazione, nel governo, ossia di trasparenza degli atti pubblici, di correttezza nei rapporti fra potere e cittadino, di non discrezione nell’apparato dello Stato. Ciò significa che qualcosa è possibile fare oggi, ed infatti il ruolo dei laici è storicamente riconoscibile, e non rimandato o delegato ad un socialismo taumaturgico e rassicurante, come nelle immagim che lo stesso Berlinguer ha lasciato in eredità a coloro che lo ricordano in termini agiografici. Il riformismo (ed una sua fondamentale componente politica e culturale, qual’è la tradizione liberale progressista) ha caratteristiche tutt’altro che predicatorie: anzi, la sua attitudine è la quotidiana azione politica, non escludendo il compromesso, quand’esso sia ritenuto tatticamente funzionale alla strategia del rinnovamento della direzione politica del paese.

Per l’insieme di questi motivi, alcuni democristiani hanno ragione di rimpiangere Berlinguer: essi hanno perduto una sponda, un teorizzatore di alternative luminose e uno stipulatore di quotidiani e perdenti compromessi. La legittimazione del PCI cercata all’esterno, e soprattutto nel rapporto con la DC, cede il passo oggi ad una autocandidatura dello stesso PCI come forza di governo per mezzo di programmi rapporti sociali, capacità di opposizione: non più attesa di riconoscimenti sociali. capacità di opposizione. non più attesa diconoscimenti altrui ma approfondimento delle caratteristiche di vera forza alternativa. Per la verità, l’elaborazione è inadeguata (addirittura un po’ vaga per la politica economica), e la proposta di governo riproduce la vecchia immagine del primato comunicata sugli alleati laici.

Tutto ciò conferma l’importanza di scegliere strade nuove e originali, e quindi una strategia dei partiti intermemedi (ciascuno con la propria identità e le relative tradizioni culturali) tesa ad escludere vecchie e nuove subalternità: ma, come in ogni processo storico, è indispensabile un continuo impulso a questo disegno.

E il compito del PLI. Superate le pregiudiziali confronto ai vari livelli con tutte le forze politiche, l’azione dei liberali sarà tanto più efficace, quanto più sarà sottolineata la stretta connessione tra elaborazione programmatica del partito con il concetto di alleanza politica. Quest’ultima è indispensabile non solo come riconoscimento di un dato di fatto, ma come strumento per dare si­gnificati reali (che non possono prescindere dai rapporti di forza) allo stesso metodo di confronto con la DC e il PCI.

11 raccordo tra democrazia liberale e socialista è, dunque, condizione indi­spensabile all’evoluzione dei rapporti politici, ed esso deve essere perseguito superando persistenti diffidenze, incomprensioni o anche ricorrenti assenze di reciprocità. Un processo politico implica anche delusioni momentanee, ma se il fine resta valido esso deve avere la priorità su ogni altro aspetto. Nè l’identità liberale può subirne menomazioni, in quanto dal ’76 ad oggi essa è stata nitida solo quando il PLI ha contribuito a realizzare non subalterne combinazioni politiche. Lo stesso governo attuale è un risultato di questo indirizzo. Indirizzo che non consiste in una indifferenziata adesione ad una formula, nella quale tutti gli atleti sono indistintamente vicini (o lontani), ma in una ragionata valutazione dei rapporti con le altre forze politiche, privilegiando quelli dai quali possono derivare le condizioni per proseguire il cammino dell’alternativa.

Alla luce di questi fatti, il PLI non può stabilire criteri rigidi, e prestabiliti di comportamento nelle diverse situazioni locali; e, peggio ancora, non può fame l’oggetto di intese preliminari con una sola delle componenti della maggioranza, quella che intende svuotare l’alleanza pentapartitica come fenomeno innovativo, per trasformarla in formula di spartizione del potere, senza’ creare ulteriori motivi di divisione nell’area di democrazia liberale e socialista.

Stabilità politica, dunque, ma non immobilità. Il PLI, forza di minoranza nell’area laica, che a sua volta è ancora minoranza nel paese, deve unire al rigo­re programmatico (approfondendo le caratteristiche di partito di opinione organizzato, contro la logica di rappresentanza fondata sullo «scambio» tra consenso per gli eletti e difesa di interessi corporativi degli elettori) l’attenta tessitura di rapporti politici. Non ci sono alternative: l’isolamento non sarebbe nè splendido, nè produttivo, ma solo una tentazione ricorrente da evitare.

E’ un inverno più aspro che malinconico. La contesa politica sarà prevedibilmente caratterizzata da contrasti crescenti. I liberali, senza enfasi ma con concretezza, debbono affrontarla co­cienti che la posta in gioco è il rinnovamento reale del paese.

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