PRESIDENTE. Ha la parola il consigliere Morelli.
MORELLI. Questa vicenda dell’acquedotto credo sia una di quelle che dimostra come è facile parlare bene, poi è difficile razzolare anche bene, nel senso che è indubbio come la mancanza maggiore oggettiva sulla questione consista nel fatto che non c’è stata un’adeguata programmazione. Non perché il problema non sia stato affrontato dalle varie parti con una certa serietà e responsabilità, ma perché una volta fatti i primi accordi – quelli di partenza, quelli di base, quelli che si può dire ormai risalgono agli anni Sessanta, che non avevano sufficientemente chiarito quali dovessero essere i tempi di attuazione – successivamente con l’evolvere dei tempi e, se si vuole, anche con i ritardi che hanno caratterizzato l’esecuzione di quest’opera, non si è stati in grado (io non credo nemmeno per ignavia, soprattutto talvolta perché in questo problema non è stato visto questo parametro nella giusta luce) di capire che le cose che andavano maturando tendevano anche a cambiare i dati reali della situazione quale essa si presentava quindici anni orsono.
Quindici anni orsono questo tipo di discorso sul potabilizzatore era stato fatto come primo passaggio ad un’opera che vedeva la fonte prima della fornitura di acqua in una vasta zona, quella appunto dello schema 13, della nostra regione derivante dalla instaurazione di tutto un sistema di grandi bacini essenzialmente basati sul concetto di acqua di superficie. In quest’ottica complessiva si era detto: facciamo anche il potabilizzatore che in quest’ottica di utilizzo di acque di superficie era un’opera chiaramente indispensabile, e con questo potabilizzatore si solleva anche dei problemi di minor respiro complessivo, ma forse di più urgente respiro puntuale, che sono i problemi dell’acqua a Livorno e dell’adeguamento (poi nel corso del discorso chiarirò questa differenza fra l’acqua a Livorno e l’adeguamento dell’acqua a Pisa) a Pisa. Le cose sono partite in questi modi, poi per tutta una vicenda di questioni storiche, che non ci hanno nemmeno visti estranei perché per quanto mi concerne ricorderò un’interrogazione dell’ottobre dell’80 in cui sollecitavo la Regione, in un dibattito con l’intervento dell’Assessore che allora era il collega Menchetti, a intervenire, a programmare, a sollecitare i piani per la loro realizzazione nella misura in cui era possibile realizzarli. Comunque questa vicenda nei termini in cui era stata inizialmente rivista non ha decollato e non ha proceduto.
Progressivamente sono venute maturando tutta un’altra serie di considerazioni tecniche che si sono poi di fatto anche sposate a considerazioni di tipo più economico. Tant’è che oggi siamo ad uno stato delle cose nelle quali sono stati già fatti degli importanti lavori sia sull’ipotesi del potabilizzatore, sia sull’ipotesi dei pozzi, ma ci sono ancora grossissime resistenze ad adottare nei termini nei quali era stato inizialmente previsto il piano per la costruzione del potabilizzatore a regime, intendendo per potabilizzatore a regime una struttura capace di erogare sui 1.200 litri al secondo, modulare, complessa e completa.
Ora a noi sembra che il progressivo sviluppo anche della tecnologia relativa allo studio delle acque dovrebbe consentire di portare degli aggiustamenti che sono doverosi, visto il fatto che fino ad oggi una grande opera di programmazione non è stata fatta e che non è stato mai portato avanti un discorso che a nostro avviso è preliminare – non per questo vogliamo fare i primi della classe, perché è chiaro che queste cose si dicono e poi non si riesce soprattutto a realizzarle – come lo studio preliminare sugli effetti complessivi dei rifornimenti idrici e degli assetti idrogeologici della zona. È certo però che ormai sembra abbastanza chiaro che la filo-sofia di fondo e l’utilizzo in esclusiva delle acque di superficie per fini di potabilizzazione e comunque a livello di uso indiscriminato e promiscuo fra potabilizzazione e industriale è una teoria abbastanza superata. Per cui ad oggi il probiema vero consiste nel risolvere da una parte i problemi reali della città di Livorno – che sono problemi oggettivi perché a Livorno, nonostante che a quanto risulti esista uno degli impianti migliori in assoluto nel continente, con perdite che risultano molto basse, cioè ai limiti del fisiologico, che sotto non si può andare, perché con i tubi in acciaio sotto il 10-15 è praticamente impossibile – a Livorno un po’ d’acqua manca. Si può discutere, ma è mancante in una fascia di 250 litri a 280 al netto delle perdite, quindi con le perdite si va sui 300-350 circa litri mancanti, quindi per arrivare a un livello ottimale bisogna in qualche modo riuscire a reperirli.
A Pisa il discorso è un pochino diverso, perché c’è la polemica molto accesa che vede anche nel Comune divise le forze politiche e gli esperti, ma che comunque consente senza alcun dubbio di valutare la perdita a livello di fatturazione a un livello del 55%; a livello effettivo perché la fatturazione comprenda anche usi pubblici che non sono una vera e propria perdita come è ovvio, ma sono un uso diverso. A livello di perdita vera e propria si può attestare intorno al 33-34%, che è un livello molto superiore a quello medio anche regionale che può essere visto in quello, rammentato ora nell’interruzione anche dal consigliere Pezzati, in quello del 20% circa dichiarato dal Sindaco Gabbuggiani, al di sopra di ogni sospetto, del 20% per il comune di Firenze. Quindi è chiaro che essendo a Pisa la perdita al di sopra del livello medio senza andare a quello ottimale di Livorno, c’è chi sostiene che in realtà rivedendo soprattutto nel centro storico di Pisa il sistema di tubazioni si potrebbe anche scendere e quindi arrivare a una necessità oggettiva per la città che si potrebbe aggirare su abbastanza poco, nell’ordine dei 100-150 mc., se non di meno. Per cui nel complesso si potrebbe limitarsi ad una soluzione del problema della contingenza per Livorno e per Pisa sui 500-550 litri al secondo. E allora, fatto questo rapidissimo conto, si vede come a nostro parere il problema consista da una parte nel risolvere nell’immediato i problemi contingenti, ma non per questo meno importanti, di queste due città e in prospettiva recuperare, per quanto possibile, nei tempi di attuazione del contingente quello studio di programmazione complessiva che consenta di fare un’opera non inutile e che non nasca già in qualche modo obsoleta.
Sotto questo secondo profilo, cioè di fare un’opera che non nasca in qualche modo obsoleta, a nostro parere è importante il discorso del recupero del concetto della diversificazione del tipo delle acque. Cioè che le acque superficiali in qualche modo sono peggiori di quelle sotterranee, e che le acque potabili sarebbero preferibilmente da essere distinte da quelle industriali in modo da poter usare per le due cose due tipi di acque differenti, con differenti costi di adduzione al rubinetto e di garanzia di livelli e di parametri di potabilizzazione (perché chiaramente è diversa la garanzia igienica richiesta per l’acqua industriale da quella dell’acqua di potabilizzazione). Questi sono due concetti che vanno senza alcun dubbio recuperati onde assicurarci che il tipo di opera che risponde ad una logica, quella delle acque superficiali, che oggettivamente non sembra essere quella più aggiornata.
Ora la questione per recuperare questi fatti consiste anche in una considerazione, e cioè che, se non vado errato, del disposto del decreto presidenziale dell’82 che prevedeva una approfondita indagine per classificare tutte le acque in categoria Al, A2, A3, e quindi di distinguere fra le acque immediatamente distribuibili quelle che dovevano essere sottoposte ad un processo fisico-chimico e quelle a un processo più profondo di depurazione. Di questo decreto presidenziale dell’ ’82 e delle indagini che esso decreto prevedeva, a quanto consta non è stato fatto moltissimo a livello complessivo. Cioè non sappiamo, non siamo in grado di disporre dei dati necessari per stabilire quali sono le acque che se con questo decreto che è ormai legge nazionale – sono disponibili per l’erogazione quasi in diretta d fiume e le altre che a diversi livelli devono essere invece potabilizzate. E questo fa già capire come nel discorso di provocare approvvigionamenti definitivi che risolvono tout court il problema non solo di Pisa e di Livorno, ma di tutto lo schema 13, siano ancora rnancanti dei presupposti logici, operativi; cioè delle acqne disponibili, che poi consente di dire sulla base di una valutazione volumetrica delle acque necessarie nel settore della potabilizzazione, nel settore industriale, nelle varie zone dello stesso schema 13, quali possono essere le opere idrauliche da intraprendere.
Sotto questo profilo è un grave difetto per fare delle opere complessive e costosissime, e di questo va dato atto, cioè che in questo settore, tutto l’impianto delle questioni che abbiamo tra tutti messo in moto, siamo oggettivamente indietro. L’unico motivo che ad oggi consente di valutare anche con serietà l’opportunità del potabilizzatore, è senza alcun dubbio la questione relativa a delle questioni di emergenza, che sono comunque forse meglio affrontabili con serbatoi di falda che non con potabilizzatori, in quanto sia dal punto di vista dello inquinamento, sia dal punto di vista degli attentati di tipo terroristico oppure condizioni di tipo particolare (sismicità o altro) la probabilità di rischio di questo settore sono sempre maggiori nel caso di potabilizzatore che nel caso degli altri tipi di acqua. Però è anche vero che una diversificazione del tipo di approvvigionamento, e quindi una presa in considerazione di qualche forma di impianto di potabilizzazione, porta ad avere una possibilità di approvvigionamento appunto diversa e quindi ad avere più chances nell’affrontare un caso di punta difforme alla norma e quindi anche dare maggior sicurezza. Ma questo è essenzialmente l’unico vero parametro ad oggi rimasto in piedi seriamente per optare a favore e comunque per prendere in considerazione anche la tesi del potabilizzatore delle acque di superficie, perché per il resto tutti i parametri logici di programma tenderebbe invece a dire che la progressiva maggior scoperta che nessuno ormai più contesta di serbatoi sotterranei, che in realtà non sono creati ex novo, ma che le nuove tecnologie consentono di meglio individuare rispetto a vent’anni fa, sia una considerazione che oggettivamente, se si punta solo al problema di risolvere le questioni di mancanza di acqua nel contingente di Pisa e di Livorno, soprattutto di Livorno, consentano di affrontare questo problema, cioè dell’ordine di 500-600 litri al secondo non ricorrendo al potabilizzatore.
La proposta in qualche modo dei pozzi già oggi sperimentati, sulla scorta degli ultimi due anni, consentirebbe di arrivare alla disponibilità che va sui 7-800. Quindi già il problema del contingente potrebbe risolverlo. Il problema del potabilizzatore tende ad essere inquadrato nella logica dell’aver uno strumento aggiuntivo per affrontare eventuali emergenze che sono sempre possibili, e in qualche modo per riuscire a trovare anche un punto di convergenza fra le diverse posizioni che in realtà a noi non sembrano posizioni di stretto campanile, ma sembrano anche posizioni che seppure da una certa disponibilità diversificata nelle varie zone, hanno avuto una spinta iniziale. Però oggi sono anche posizioni di un diverso modo di intendere le cose, perché senza alcun dubbio i critici del potalizzatore a noi sembrano un pochino più attenti a quelli che sono gli sviluppi della tecnologia idrica, della distribuzione delle acque per uso potabile e anche industriale, e meno legati alla idea che siccome una cosa è stata dieci anni fa pensata quindi a tutti i costi deve essere fatta.
Basterebbe a ciò, per sostenere questa tesi, ricordare tutta la questione dei costi che a noi non sembra secondaria, e che senza dubbio è largamente superiore il costo del potabilizzatore da 1.200 – ed è superiore nell’ordine di almeno quattro volte per non dire cinque – e ancor più il costo poi di gestione di questo potabilizzatore per quanto soprattutto attiene a tutta la problematica relativa alla ubicazione e allo smaltimento di fanghi che non saranno estremamente tossici, perché chiaramente non siamo nella zona del cuoio, quindi sono essenzialmente terra un po’ particolare, però è un problema che comunque ha un costo perché da qualche parte deve essere ubicato.
Quindi anche questo è un problema che va affrontato, ma a noi sembra che nel complesso e per non andare alla lunga a ripetere le questioni che già in diverso modo sono state accennate e che noi cerchiamo di riassumere complessivamente, a noi sembra che la soluzione ottimale oggi dovrebbe essere un mixer di varie proposte che tendessero intanto a diversificare il problema dell’immediato rifornimento di acqua nelle città di Livorno, che ne manca, e di Pisa, che forse può mancare. Ma che comunque, anche mancando, Pisa dovrebbe ripercorrere la strada della revisone della propria rete distributiva diminuendo [e perdite, e quindi a tal fine reperire in tutti i modi per arrivare a questa individuazione dei circa 500 circa litri al secondo di acqua potabile, perché in questo caso per la gran parte arrivando sui 450-500 litri si tratta di acqua potabile, dato che dall’altra parte potrebbe essere recuperato qualcos’altro, ma l’ordine di grandezza è sui 500 litri al secondo. Nel contempo vedere di avviare uno studio che consenta di affrontare in termini più complessivi la filosofia del dare acqua a tutto il bacino dello schema 13, andando oltre quelle che erano le scelte assiomatiche di 15-20 anni fa che presiedettero il piano generale degli acquedotti, e che appunto, come accennavo in premessa, si limitavano a rifarsi alla dottrina dell’utilizzo delle acque superficiali. Noi crediamo invece che ci sia necessità anche di sfruttamento serio, organico delle acque sotterranee.
Per questo però c’è necessità di ulteriori studi, per quanto ormai l’ultimo studio risalga al marzo, sia di un mese fa, e per quanto ormai già ci siano studi serissimi dell’83 già abbastanza approfonditi che fanno capire come vada emergendo alla luce dei nuovi mezzi scientifici nel frattempo approntati, la possibilità di disporre di diversi serbatoi dei quali prima o non si conosceva l’esistenza o si sottovalutava la consistenza, e quindi a poco a poco cercare di inquadrare il problema in modo complessivo e arrivare a delineare una soluzione per l’utilizzo ottimale di tutte queste acque che dal punto di vista potabile a nostro parere senza alcun dubbio sono le migliori.
Nel contempo ancora va in qualche modo considerata questa possibilità di uso del potalizzatore per quanto attiene alle questioni di emergenza, che è un problema reale che può verificarsi, anche se, ripeto, nonostante gli episodi successi di inquinamento di falde sotterranee in Emilia, tutti gli scienzati sostengono che la probabilità di inquinamento delle falde sotterranee è minore come frequenza e minore come grado di inquinamento, quindi nel complesso il prodotto di queste due frequenze minori è una probabilità estremamente inferiore a quella di inquinamento o distruzione nel caso delle acque di superficie e quindi del potabilizzatore. Però questo è un problema da valutare seriamente sulla base dei costi che un potabilizzatore in scala estremamente ridotta potrebbero indurre e che dovrebbero essere affrontati.
Io ho voluto sommariamente ricostruire una logica alla quale a nostro parere ci si dovrebbe ispirare per dirimere questa questione delle acque che ha visto la Regione non tanto assente (perché la Regione ha partecipato alle questioni) quanto carente sul piano dell’indirizzo, perché la Regione ha finito oggettivamente, questo bisogna dirlo, per accettare un pochino in modo acritico, una tesi che era dignitosissima, ma che proprio per lo sviluppo molto lungo nel tempo che ha avuto tutta questa vicenda, a un certo punto, come tutte le tesi in queste opere, ha mostrato un pochino gli anni. Se c’è una colpa che va fatta alla Regione è che sotto questo aspetto non ha esercitato un’azione propulsiva abbastanza dinamica per far sì che questi studi, soprattutto dell’82, venissero effettuati, come quello della classificazione delle acque per il grado di potabilizzazione, e quindi si desse una crescente base scientifica alle scelte di programmazione che si andavano facendo.
Dicevo prima che senza alcun dubbio ci può essere stata anche una spinta di tipo un pochino più campanilistico dall’ottica del comune di Lucca nel cercare una diversificazione del tipo di’ erogazione di acqua da dare agli altri Comuni, però sarebbe un chiudere gli occhi alla realtà se si volesse limitarci a dire che questa spinta è stata esclusivamente campanilistica, perché in realtà una grossa parte di queste considerazioni fondava oggettivamente su presupposti, rilievi e valutazioni in prospettiva di una sufficientemente solida base scientifica che tendeva a dire che questa soluzione del mega depuratore non è oggettivamente, rispetto anche ai costi che questa soluzione comporta, la migliore possibile scelta di programmazione per le acque della zona.
Sotto questo profilo la Regione non ha svolto un’opera estremamente dinamica, perché il fatto stesso che a quanto ci risulta non siano state ancora eseguite le opere di indagine relative al decreto dell’82, che ho più volte citato, per la classificazione delle acque, fa capire che sotto questo profilo la Regione non ha svolto la sua tipica opera di indirizzo e di programmazione.
Per concludere , che cosa dire? Noi crediamo che l’incontro vada fatto; noi crediamo che in qualche modo l’acqua a Livorno vada assicurata, anche l’acqua a Pisa però con l’impegno a rivedere il sistema distributivo pisano che non semra essere dei migliori, anzi sembra proprio essere dei peggiori sulla piazza nazionale e toscana, ma tenendo presente che se il problema in una prima fase si limita a distribuire l’acqua a Pisa e a Livorno, allora le quantità in gioco non sono più sul livello dei 1.200 litri al secondo, bensì limitati a 500 litri circa al secondo, e allora ancora è possibile prendere in esame la soluzione che comporti esclusivamente l’uso soprattutto della teoria dei pozzi, vedendo il potabilizzatore come un uso di strumento aggiuntivo che consenta di dare una maggiore sicurezza principalmente per quel che attiene ai casi di emergenza.
A noi sembra dunque che questo tipo di incontro fra i Comuni, lo schema 13 e la Regione debba tendere da un lato a risolvere i problemi dell’immediato con il minor costo possibile di impianto e di esercizio, e dall’altro ad avviare quell’opera di studio che è l’indispensabile fondamento di un qualsiasi impegno programmatorio che mi sembra essere l’impegno nel quale si è più dimostrata carente l’opera della Regione. Chiaramente tutto questo discorso è improntato nell’ottica di non fare faide nelle quali alla fine ci dev’essere per forza uno che aveva visto, aveva capito tutto e aveva fatto tutto al meglio, ma nell’ottica viceversa di questi problemi grossi che impegnano veramente le popolazioni, perché ormai di quèste cose con alcuni colleghi se n’è parlato più o meno su altri banchi non lontani poco meno di una ventina di anni fa e che non sono ancora risolti, quindi vuol dire che non sono problemi semplici, ma io credo che questa strada sarà la più complessa, la più articolata, la meno esaltante perché non si possono alla sua fine poi spiegare le bandiere al vento per dire: avevamo in tutto ragione, però mi sembra essere l’unica strada possibile.
Io mi auguro che l’Assessorato al ramo voglia in qualche modo recuperare la propria funzione al di là della persona, ma diciamo dell’assetto dell’Assessorato negli anni, quindi anche
anni che vanno al di là della propria persona, nel cercare, attraverso l’incontro più volte programmato e che tutti riconoscono come passaggio utile, nel cercare di trovare un componimento della questione a livello di immediatezza che possa anche non essere contrastante con la necessità di risolvere il problema del contingente, e anche avviare gli studi per affrontare la tematica dei reali bisogni di acqua di tutto lo schema 13 che vede in Livorno e in Pisa, soprattutto in Livorno, i punti più dolenti, ma che vede anche in altri Comuni delle necessità oggettive. Se la Regione sarà capace di fare questo avrà, secondo il famoso motto ‘Non è mai troppo tardi’, recuperato, sia pure tardivamente, ma comunque meglio tardi che mai, la sua funzione precipua di ente di indirizzo e di salvaguardia delle condizioni-cornice nelle quali si sviluppi la vita economica, ma anche quotidiana delle popolazioni toscane.

