PRESIDENTE. Ha la parola il consigliere Morelli.
MORELLI. Per quanto riguarda questo dibattito, noi nella conferenza dei Capigruppo avevamo preso atto della volontà. di tutti di parlarne, anche se pensavamo che in questo caso la situazione era un po’ diversa da quella di una trattazione dei grandi problemi attinenti i diritti umani e i diritti civili, sui quali spesso questo Consiglio ha avuto, ahimé, perché le occasioni esterne l’hanno spinto a farlo, occasione di intrattenersi, e pensavamo che in questa occasione le cose non sarebbero state così semplici, tant’è che il dibattito si è chiarissimamente incentrato, nonostante l’introduzione del Presidente, non tanto su quelle che sono state le espressioni di fermezza già usate nelle iniziative, nei telegrammi, da parte della Presidenza agli organismi internazionali che potevano essere interessati, sia sul caso del Cile, sia sul caso dell’abbattimento del Jumbo – all’Ambasciata russa – ma si sono più rivolte alla parte relativa al Libano, sulla quale dobbiamo dire in partenza che condividiamo le espressioni della ·Presidente relative alla necessità di perseguire ma soluzione politica e non una soiuzione militare, ma sulla quale bisogna anche dire che la prudenza usata nell’introdurre l’argomento dal Presidente del Consiglio non è di per sé valsa a sciogliere alcuni nodi che sono puntualmente riemersi nel dibattito e che hanno anzi costituito il nodo centrale, la linfa stessa di questo dibattito.
Dibattito che, contrariamente a quanto diceva il consigliere Migliori, noi facciamo, ma per il quale non ci scandalìzziamo che non ci siano state iniziative preliminari da parte dei gruppi che lo abbiano introdotto fin da una decina o quindici giorni fa. Vogliamo qui riconfermare ancora una volta che se si va al di là dei livelli di riconferma i diritti umani e civili le iniziative di questo Consiglio, ultima quella, pur importantissima e pur già molto vicina a questa tematica dei diritti umani e civili, dell’altro anno, a seguito dei massacri di Sabra e Chatila, e tutto il tentativo che abbiamo condotto di avvicinamento a livello culturale e di principio fra il mondo arabo e quello israeliano, quando ci si allontana in qualche misura, purtroppo anche ristretta, da questi temi di riconferma dei diritti umani e civili, si vede che le iniziative di questo Consiglio non decollano. Noi pensiamo che forse non potrebbero nemmeno farlo perché, se si va al di là di questi temi, si constata subito come il respiro derivante dalle funzioni istituzionali stesse del Consiglio non sia tale da consentire la possibilità di incidere quanto più o meno illusoriamente la ritualità di certi dibattiti farebbe pensare possibile.
Quindi noi partecipiamo a questo dibattito. Pensiamo che questo dibattito possa servire di più a un confronto fra di noi che non a dare contributi reali perché su materie così in evoluzione come queste, il problema della funzionaiità degli organi finisce per far aggio, anche per quanto attiene all’immediata disponibiiità di informazioni indispensabili per parlare con conoscenza di causa approfondita di questi problemi.
Tutto ciò premesso, comunque, nel merito della questione principalmente trattata – per le altre due, sul Cile e sul caso del Jumbo – convergiamo sulle iniziative assunte dalla Presidenza del Consiglio – diciamo che a grandissime linee si può dire che ci troviamo, per quanto riguarda la linea di questo Consiglio, vicini alla linea del consigliere Benelli e alle espressioni di costruzione umanamente partecipata, come del resto è sua caratteristica, del consigliere Pezzati; non condividiamo viceversa le proposte emerse negli interventi dei colleghi Biondi e Teroni e poi successivamente, sia pure con una maggior felpata curialità, del collega Tassinari a nome del gruppo comunista, impostazioni del Governo riconfermate nelle notizie flash dell’ufficio stampa di mezz’ora fa, notazioni chiarissimamente confermate dal Governo nel dibattito in sede parlamentare, sia dal. Ministro degli Esteri Andreotti sia dal Ministro della Difesa Spadolini, e cioè considerazioni che derivano da un’analisi dei motivi per cui noi, l’Italia cioè, aveva partecipato un anno fa a questa forza di pace, anche allora forse, ma qui non è colpa di nessuno, secondo criteri e norme e impegni forse non fino in fondo esaminati da tutti.
A quanto ho capito ci si stupisce anche di certe parti relative all’appoggio che le forze italiane dovevano dare a quelle libanesi, che pure erano contenute nella corrispondenza intercorsa fra la parte italiana e la parte libanese e che era stata ripresa nella legge sulla cui base poi il corpo di spedizione era andato in Libano. Il fatto è complessivamente che i motivi di fondo per cui noi eravamo andati in Libano come forza multinazionale di pace rimangono e sono motivi di fondo riassumibili nell’idea che occorre sforzarsi e sacrificarsi per arrivare alla pacificazione della zona e per garantire la incolumità delle popolazioni civili. Il tutto partendo dall’idea – ecco da qua il riferimento all’aiuto contenuto già nelle lettere scambiatesi fra i Ministeri e il Governo e quindi riprese nella legge dell’anno passato – il tutto nell’ottica di sostenere il tentativo di ristabilire l’integrità dell’area libanese, dello Stato Libanese, e la sua ·sovranità sui territori da esso amministrati.
Questi motivi di fondo noi riteniamo che siano tutt’oggi fondati. Riteniamo che non casualmente, come è stato qua ricostruito, sia pure da opposte sponde, con sintomatica convergenza, molto della crisi libanese sia da addebitarsi a precisi interessi in quella regione della Siria, alla quale si sono accodati interessi sicuramente anche da parte israeliana, ma comunque la responsabilità precipua e principale è siriana. Allora noi riteniamo che di fronte a questa situazione per quei Paesi come l’Italia che ha dei profondissimi interessi, anche esistenziali, nel Mediterraneo, si debba sforzarci, attraverso la trattativa e qualsiasi mezzo pacifico e legittimo, di portare avanti un’iniziativa che consenta di salvaguardare i diritti umani – incolumità delle popolazioni civili, appunto, ristabilimento della integrità e sovranità dello Stato Libanese e pacificazione.
Di fronte a queste cose a noi sembra che le possibilità di far intervenire l’ONU per sostituirsi in questi obiettivi alla forza multinazionale di pace, siano minime. Lo ricordava stamani il Ministro degli Esteri Andreotti, ma credo che sia noto che l’ONU nell’ultimo anno, e già da anni, questo settore ha una pratica impossibilità di metter su concretamente iniziative del genere, e noi riteniamo che di fatto il non ritirare le truppe italiane, cioè la forza multinazionale di pace, e sperare nell’intervento dell’ONU sia una lievissima copertura all’idea viceversa di abbandonar questi territori allo scontro diretto fra le forze · quei territori impegnate, e quindi non ci sembr che sia praticabile né la strada dell’intervento del passare il testimone all’ONU, né tanto men quella di ritirarsi militarmente come forze italiane, perché pensiamo che c’è un problema di credibilità internazionale in senso lato, ed è una cosa che non va trascurata, ma c’è anche un problema, come dicevo un attimo fa, di difendere i nostri interessi che sono interessi di pace e di convivenza, secondo gli strumenti che la pace e la convivenza impongono. Quindi la forza multinazionale di pace per ora deve rimanere. Si tratta caso mai di delineare un disegno che consenta di restare più costruttivamente sia nell’ottica di una determinazione temporale delle condizioni nelle quali questo sforzo può essere fatt ma io credo che sia in questo senso condivisibi quanto proprio in questa notizia flash al Consiglio regionale riportava come definizione complessiva il Ministro degli Esteri, dicendo che bisogna continuare a far fronte con serenità e determinazione ai nostri impegni perché non si pu sottrarci ad essi senza venir meno ai nostri desideri circa la stabilità e la sicurezza del Mediterraneo e della contigua area medio-orientale.
Noi pensiamo che non si dovrebbe puntare a far sì che la forza multinazionale non oltrepassi i confini stabiliti in precedenza, a meno che non prenda consistenza l’ipotesi ventilata sempre nel dibattito di stamani in sede parlamentare di una richiesta siriana e libanese congiuntamente … (Interruzione dall’aula) … bisogna cercare di impegnare sempre più le parti in causa. Senza alcun dubbio il disfacimento progressivo dell’OLP non facilita le cose, ma è certo che bisogna insistere nell’opera diplomatica che abbiamo svolto noi, che ha svolto l’Arabia Saudita, anche gli stessi Stati Uniti quantunque si possa pensare in contrario, perché la realtà dei fatti è che poi le parti in conflitto, realmente in non sono in grado, forse perché non controllano neppure largamente da una parte l’esercito, dall’altra parte i cittadini o comunque i partecipanti, non riescono ad essere in grado di accettare alcuna delle proposte presentate. M tutto toglie che bisogna continuare instancabilmente a trattare per salvaguardare i tre principi: azione, incolumità delle popolazioni civili e stato Libanese, di cui parlavo prima. E nella prosoettiva purtroppo assai possibile, che questa opera che punta all’accordo non debba avere un immediato risultato concreto, allora bisogna impegnarsi a garantire una convivenza fra le parti in causa, cercando di trovare nei tempi e nelle distribuzioni territoriali una situazione che attraverso sempre più articolato e congiunto intervento da parte dei tre Paesi della CEE – Italia, Francia e Gran Bretagna — riesca a garantire tutte le parti interessate, e sotto questo profilo, anzi, noi siamo convinti che questo impegno non deve essere limitato a tre Paesi della CEE ma dovrebbe allargarsi agli altri Paesi della CEE, proprio perché di fatto un impegno della CEE potrebbe riuscire progressivamente più utile che non sperare in un intervento, a nostro avviso del tutto illusorio, da parte delle Nazioni Unite.
Queste sono le idee di fondo alle quali ci sembra ci si debba ispirare nell’intervento del Libano reciso realismo e con una precisa volontà di trattare che, sia detto di passaggio, il Governo · giustamente continua a manifestare in tutte le sedi, non solo in questo caso ma anche nell’altro grande caso che oggi è andato sperduto ma che io credo che sarà ben presto all’ordine del giorno di questo Consiglio regionale, che è il caso della disputa, delle trattative Est-Ovest sulle testate nucleari e sui missili, perché là, di nuovo, il concetto del nostro Governo credo debba essere del trattare con l’obiettivo di raggiungere la pace. Su tutti questi punti, in una parola, noi siamo convinti che la linea del trattare è connaturata al senso più profondo della civiltà occidentale quando vuol dire essenzialmente non confonderla con linea della resa incondizionata. Noi non crediamo, cioè, che non ci siano spazi tra il pericolo ldel’olocausto nucleare e la linea della resa incondizionata. Noi siamo viceversa convinti che la capacità di affrontare con concretezza e serietà pragmatica i problemi possa usare tutti gli spirali disponibili e, anzi, possa creare degli spirali disponibili, e credo che in questo senso si debba dire che i rischi che i nostri soldati corrono in Libano, perché li corrono, non possano in nessun caso essere etichettati come rischi inutili, perché in realtà sono rischi che rispondono a questa profonda volontà di trattare senza cadere nella falsa alternativa o arrendersi alla realtà che viene avanti o viceversa prepararsi alla guerra convenzionale o nucleare, ma comunque a un qualcosa di molto pericoloso.
E allora se è vero tutto questo, che al fondo di queste considerazioni tecniche su questi episodi c’è il richiamarsi al profondo senso della trattativa secondo la nostra tradizione di continuare a cercare di far prevalere l’uso della ragione su quelle che sono le spinte di ragioni di ciascuno talvolta, di interessi di ciascuno, ma soprattutto le spinte irrazionali di chi pensa di risolvere i problemi difficili e complessi con la bacchetta magica, essa sia dell’ideologia o della religione o del fanatismo, allora, se la linea di fondo è tutto questo, noi non solo concordiamo con quanto sta facendo da alcuni mesi, in una linea di continuità che nessuno qui mette in discussione, il Governo, ii Ministro degli Esteri e il Ministro della Difesa, ma riteniamo che la proposta fatta dal collega Biondi, ripresa del collega Teroni e poi, dicevo prima, più curialmente dai collega Tassinari, non sia, siccome son persone capaci, non sia una proposta …(Interruzione dall’aula) No, come ho detto all’inizio, ahimè, temo che la costruttività non sia molto ampia, però siccome non vorremmo che questo nostro giudizio fosse scambiato per un volersi sottrarre al confronto, parliamo per gli atti.
Quindi, rimanendo nel discorso, siccome non credo che la proposta fatta dal consigliere Biondi e poi ripresa dagli altri si pensasse da parte di chi l’ha avanzata che fosse una proposta automaticamente accettabile come punto e piattaforma approvata da tutte le forze politiche, stante il fatto che più o meno su questi argomenti in questo periodo stiamo dibattendo, allora viene il dubbio che, facendo questa proposta e provocando questo tipo di dibattito, più che a un chiarimento e allo sforzo di segnalare a noi stessi e agli altri la necessità di aver sempre maggior chiarezza e attenzione su queste cose del Libano perché senza dubbio ormai ci siamo dentro e quindi bisogna stare attenti a che cosa facciamo, più che queste cose la proposta avesse lo scopo di puntare a ricercare e a ricreare una piattaforma sì, ma per altre cose, per rapporti molto meno internazionali e molto meno relativi alla linea di trattare per migliorare le condizioni del Mediterraneo e quindi anche le condizioni del nostro Paese, non tanto a questo quanto piuttosto a creare una piattaforma contraddistintiva di una nuova maggioranza che c’è, che tutti dicono ci sia, che comunque chiarissimamente non si vede e che certamente trova una certa qual difficoltà a far emergere i piloni costitutivi da un punto di vista programmatico e ideologico su cui emergere.
Io non credo che questo dibattito, almeno così come si è svolto fino a questo momento, sia riconducibile agli accenti e alle tradizioni e del Consiglio regionale Toscano e, più in generale, alle tradizioni fiorentine, alle iniziative degli anni ’50, perché a noi sembra di poter rilevare che le situazioni siano oggettivamente molto diverse. Non si tratta più di allargare una parola di convivenza civile e di maggior democrazia nei Paesi del Mediterraneo, come era allora largamente sotto tanti aspetti, perché c’eran dei movimenti che voievano migliorare in molti di questi Paesi oggettivamente le condizioni anche di democrazia, sia pure in quelle condizioni storiche, per colpe di tutti, anche il colonialismo, ma comunque c’era questa spinta.Oggi in molti di questi Paesi il compito dei Paesi come l’Italia che credono nella trattativa, nella pace, nell’incolumità delle popolazioni, è una trattativa di iniziativa ma per il contenimento di spinte irrazionaliste e spesso di tipo vagamente imperialistico o per conto terzi; basti pensare all’atteggiamento di Gheddafi ma anche, per tanti versi, della stessa Siria più volte richiamata.
Io credo che questo dibattito potrebbe servire solo se, viceversa, volessimo riprendere la linea non tanto di fare in questa sede un voto per il richiamo delle truppe o altre proposizioni per le quali non c’è il consenso, io credo, al limite in questi termini non ci sarebbe nemmeno il ruolo, ma un richiamo allo spirito e ai motivi per cui noi siamo andati e abbiamo partecipato alla forza multinazionale, motivi e spirito che oggi sussistono e che, a differenza di due anni fa, di un anno fa, per i motivi che abbiamo a lungo un po’ tutti richiamato, sono resi di applicazione più difficile per la oggettivamente più complessa e più instabile situazione che si è determinata, ma non certo si potrebbe, almeno da parte nostra, trovare, là dove si voglia fare, un accordo e una piattaforma possibile là dove si dovesse arrivare a una conclusione che suonasse in qualsiasi modo rinuncia, abdicazione ad uno sforzo senza fine e senza risparmio di energie ma comunque ferrnissimo, al fine di trattare per allargare la linea della pace e per non abdicare ai compiti che abbiamo parlamentarmente e liberalmente assunto. Basta solo richiamare che saremmo anche noi d’accordo che se succedessero fatti nuovi tali da compromettere o da completamente ribaltare la situazione, allora è chiaro che il dibattito parlamentare sarebbe doveroso per tutti, e del resto io credo che il Governo, lo dimostrano anche le mie ripetute citazioni di quanto è stato detto stamani nelle sedi di Commissione da parte dei Ministri degli Esteri e della Difesa, dimostrano che non c’è certamente da parte del Governo né tanto meno di nessuna forza governativa l’intenzione di sottrarsi da un confronto, che è la prima condizione per assicurare che nel nostro Paese c’è ancora democrazia.
In questo senso, voglio concludere su questa notazione che non mi sembra secondaria. Io credo che non siamo ancora al livello che una missione militare all’estero abbia difficoltà di resistere perché viene appoggiata solo dalle forze di governo, nel senso che credo che l’opposizione da parte della minoranza parlamentare, soprattutto da parte del Partito Comunista, a questa nostra presenza sia ancora un’opposizione, diciamo così, tecnica, cioè che non condivide pienamente lo svolgersi degli argomenti, ma non credo che sia ancora, o almeno in parte mi auguro, un’opposizione che vuole contestare alla radice i motivi stessi della presenza e della possibilità di impegno da parte delle nostre forze nella forza multinazionale di pace, perché se così fosse allora vorrebbe veramente dire che il partito di opposizione a sinistra del nostro Paese, che è anche un grosso partito, starebbe imboccando una via che noi giudicheremmo non coerente con i più volte riaffermati principi di sua autonomia complessiva a livello di politica internazionale.

