Diritto e tecnologie informatiche

Registrazione dell’intervento svolto da Raffaello Morelli nel dibattito sulla presentazione del libro “diritto e tecnologie informatiche” di Thomas Casadei e Stefano Pietropaoli tenutosi a Livorno, sala della Camera di Commercio, sabato 25 marzo 2023 mattina, organizzato da Circolo Giuseppe Emanuele Modigliani e Round Table.

I due interventi degli autori hanno illustrato in modo corretto, interessante ed approfondito il contenuto del loro libro. Peraltro desidero osservare che nei due  interventi dei due professori nessuno dei due ha mai citato tre parole, libertà, individualismo e diversità. E questo è una cosa espressiva, probabilmente non solo  del gusto personale ma anche del loro curriculum scolastico e del clima che c’è nella nostra società. Però  resta il fatto che tutto quello che hanno detto del diritto delle nuove tecnologie non è altro che un’estrinsecazione della circostanza che da ormai quasi quattro secoli si è cominciato a scoprire appunto la libertà e la diversità, e quindi  a capire che i vecchi concetti di tipo inizialmente religioso e poi all’epoca già ideologizzante, che cercavano una descrizione ferma, eternizzante e completa della realtà, non avevano senso. La realtà è basata dai cittadini, che sono tra loro differenti, e sul tempo che scorre. Se si adottasse il criterio del citare la libertà, l’individuo e la diversità, allora la sintesi sul diritto delle nuove tecnologie che in generale hanno esposto in modo corretto, non sarebbe altro che un’esplicazione di questa scoperta – che loro non richiamano – cioè appunto del fatto che il mondo è composto da individui liberi diversi al passar del tempo. E quindi che il cambiamento non è una cosa intenzionale – come era invece secondo la vecchia accezione della religione eterna o dell’ideologia poi dopo –  ma è la fisiologica modalità di funzionamento della vita sulla terra.

Quando  è stato fatto più volte in ultimo   l’esempio di Montesquieu quale precursore del giudice inteso come automa, si trascura che sotto tale profilo Montesquieu non era tanto un appartenente all’illuminismo quanto all’empirismo inglese. Lui citava il giudice come un automa ma riferito alla pretesa di quelli che volevano giudicare in base all’autorità della religione oppure, si pensi a Rousseau, di coloro che ideologizzano la realtà. Ma il criterio che voleva introdurre Montesquieu era quello del giudice che doveva rispondere non al potere ma alla norma. Norma data da chi?  Non dal potere, ma dai cittadini, cioè da individui liberi e diversi. Ciò è una questione essenziale.

Il richiamare queste tre parole ha una conseguenza ritmica molto importante e conferma tra l’altro quanto detto dai relatori sul diritto delle nuove tecnologie. Perché è chiaro che queste cose non si fermeranno mai. Ecco perché è completamente assurdo e – cosa ancor più grave parlando di questioni parascientifiche – contraddittorio, lo sperare che si arrivi ad una macchina che decide per tutti. Perché significherebbe non aver capito nulla.  Perché se il cardine del diritto della tecnologia è quello di seguire la realtà che cambia, l’idea che possa esistere un qualche strumento che la imbalsama e che quindi consente di prevedere il futuro in modo definitivo ed immutabile, è concettualmente assurdo. Poi, siccome siamo tutti sperimentali, diciamo assurdo per i prossimi due o trecento anni, perché in teoria potrebbe avvenire qualcosa. Ma prima deve avvenire qualcosa. Perché fino ad oggi, come sul sesso, i bambini nascono dall’unione di gameti maschili e femminili. Punto. Ma c’è chi dice: oggi esistono altri sistemi. Ma sono invenzioni intellettuali che hanno innescato tecnologie che riescono a fare la stessa cosa con sistemi diversi. Però non annullano il fatto che occorre l’unione dei gameti maschili e femminili. Dunque occorre dire che per altri due o trecento anni si resterò così, perché si sa che il tempo è inarrestabile, cambia, evolve, ma non rapidamente.

Rapidamente può evolvere il pensiero. Ma il pensiero, se vuole essere realista e legato ai fatti concreti, non può dimenticare che poi si applica ad una realtà che funziona in altro modo, e cioè è legata al tempo. Dunque, io sono d’accordissimo su quanto è stato detto a proposito della pedagogia informatica – anch’essa questione molto importante – nel senso che deve far richiamare che ogni  attività legata a libertà, individuo, diversità e passar del tempo, deve essere affrontata e risolta in modo coerente.

Ad esempio, le due colleghe avvocatesse hanno ricordato la disponibilità che oggi hanno gli studenti di certe tecnologie. E’ verissimo che la tecnologia ha due grandi vantaggi. Riesce ad accumulare una massa di dati in misura incommensurabile con quella nostra umana, e riesce a fare confronti  e fare delle scelte in tempi più immediati e velocissimi. Però ha anche delle contraddizioni. Perché è pur vero (come segnalò venti anni fa, all’inizio non aveva capito ma in seguito scrisse cose importantissime Umberto Eco), la gente che segue google o simili è dimostrato scientificamente che esercita meno la memoria, e che ha perso il senso del dover ricercare.

Quindi la pedagogia informatica deve insistere sul fatto che le tecnologie informatiche vanno seguite e adottate perché costituiscono un grandissimo aiuto alla capacità umana del riflettere, del pensare, dell’avere a disposizione dati, ma che mantengono delle grandi contraddizioni. In una parola, il diritto delle tecnologie informatiche non deve mai dimenticare che lo sviluppo umano è basato su una cosa, al fondo. Sull’esercizio del proprio senso critico. E’ il motivo per cui sono profondamente convinto – anche se è bene attender altre centinaia di anni per l’osservazione sperimentale – che non si potrà mai sostituire l’intelligenza umana con una macchina. Perché è assurdo e concettualmente contraddittorio con le tre parole sperimentate. Mentre tutto quanto è avvenuto negli ultimi quasi oramai quattrocento anni è sempre uno sviluppo che a passo a passo da ai singoli cittadini strumenti sempre maggiori per esercitare le proprie singole irripetibili qualità di capire il reale e di trovare nuovi metodi per viverlo. Perché la tecnologia fornisce degli strumenti di vita  che già noi, quando eravamo giovani, non avevamo. Quindi la tecnologia deve cogliere che bisogna fare questo sforzo per usarne le caratteristiche e non ripete gli errori che per qualche millennio abbiamo compiuto.

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