UNA SCISSIONE SENZA FUTURO

A metà dello scorso gennaio, il 15, cadeva il Centenario del XVII Congresso del PSI, tenutosi al Teatro Goldoni di Livorno e concluso la settimana dopo dalla scissione della componente comunista e la nascita del PCI. Non per caso, l’unica celebrazione nazionale svoltasi in quella data è stata un convegno organizzato negli stessi luoghi dai Circoli di Cultura Luigi Einaudi e G. Emanuele Modigliani (con il titolo “Eutanasia della democrazia: dal biennio rosso al ventennio fascista”). Un evento di rilievo – le relazioni sono state di tre noti docenti universitari quali Zeffiro Ciuffoletti di Firenze, Paolo Nello di Pisa e Giovanni Orsina della LUISS di Roma, moderatore Luigi Vicinanza, del vertice del gruppo editoriale GEDI, e interventi del Sindaco di Livorno Luca Salvetti e del Presidente della Toscana Eugenio Giani – ma il solo con un’impostazione critica. Di certo in quella data, ma in sostanza anche dopo e finora.

Fioriscono invece libri e documentari TV celebrativi con più o meno enfasi del ruolo dei comunisti, da allora e nei decenni successivi. Come liberali, si possono ben comprendere le esigenze editoriali, ma non la mancanza di riflessione critica sul perché il comunismo ha fallito. E che la riflessione manchi è indubbio. Sul perché, due esempi, diversi ma convergenti. L’ampio servizio di RAI3 sul tema si è concluso con una frase emblematica di Occhetto: “Adesso che ci siamo liberati dell’ideologia, il sogno deve tornare a volare alto”. In altre parole, da la colpa all’ideologia ma, sorvolando sul dire che essa consiste nell’imporre l’utopia, dimostra di volerla continuare. E poi la recensione con due note dei quattro volumi dal titolo “Cento anni di sinistra” in distribuzione con l’Espresso. Una nota è che la sinistra “ha fissato i principi di libertà e di democrazia da cui è nata la Costituzione” (il che è materialmente falso sia perché la pratica dei due concetti è stata assai problematica da parte comunista, sia perché omette il ruolo determinante di DC e PLI e l’epoca dei approvazione della Costituzione quando la sinistra era in minoranza da sette mesi) . L’altra nota è che la sinistra “ha sognato e costruito l’Europa Unita” (il che non è vero, perché i fatti e i tempi hanno mostrato che sognare l’Europa non è stato equivalente a costruirla, vedi ad esempio i furibondi attacchi comunisti in Parlamento contro la nascita effettiva dell’Europa con la Comunità Economica Europea promossa dal liberale Gaetano Martino). Infine, la recensione si conclude affermando che la sinistra dovrà agire “azzardando soluzioni originali, salvando però i valori che ne hanno accompagnato un secolo di storia”. In sintesi, insistendo nel magnificarla, sorvola sul dato che quella del 1921 del PCI è stata una scissione senza futuro.

A parte il Convegno sull’Eutanasia della Democrazia, ad oggi l’unica altra riflessione critica è stata la contro-biografia sul PCI pubblicata dal Corriere a firma di Pierluigi Battista. E’ un mero elenco di decine di scritti negativi in varie epoche riguardo l’esperienza comunista, e non una vera e propria riflessione sul Centenario. Ma si distingue dal coro del conformismo agiografico da cui la sinistra non sa staccarsi.

Il fatto è che, dopo un secolo di tragedie e di fallimenti, per la sinistra è necessaria quell’opera di ecologia politico culturale – nell’interesse anche di tutto il paese – avviata dal Convegno sull’Eutanasia della Democrazia (che si trova su Radio Radicale). Perché l’insegnamento effettivo del XVII Congresso PSI è che conservare l’ideologia rivoluzionaria da spazio a reazioni socio politiche che allora portarono al sovvertimento della democrazia. Con precisione ancora maggiore, è che riflettere sui fatti di questo secolo, induce a non restare alla politica come sogno e come utopia. E’ indispensabile cambiare alcuni valori. Una convivenza migliore e più libera non si costruisce con i sogni e declamando speranze da cui farsi guidare, ma affidandosi alle scelte dei cittadini (non delle elites o delle classi) per sperimentare e capire i meccanismi materiali della realtà e dei rapporti individuali.

Ciò è indispensabile dato che le istituzioni liberal-democratiche si sono dimostrate lo strumento più efficace con cui i cittadini affrontano la realtà e che la loro essenza è il mantenersi duttili per adattarsi costruttivamente alle sfide che la realtà inevitabilmente riserva. Ancor più oggi, quando le difficoltà sono accentuate a causa della pandemia da Covid-19, che impone dei sacrifici rispetto alla sterile concezione della libertà come sogno.

Da qui il motivo profondo della necessità di un’opera di ecologia politico-culturale sui fatti del 1921. La politica liberale non si può fare attraverso il sogno e l’utopia. Ma solo basandosi sui fatti reali e sulle diverse proposte dei cittadini, molto differenti fra loro. Nella consapevolezza che, così, ci si avvia a mutare il registro dell’agire pubblico. La politica della convivenza diviene più rivolta ai progetti di come risolvere le sfide concrete che si presentano nella realtà, piuttosto che a proseguire nella pratica dello sbandierare promesse rassicuranti e modelli perfetti di Stato, che è stata per secoli il marchio del gestire il potere pubblico da persone e gruppi più o meno insensibili all’affidarlo alle scelte dei cittadini.

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