In ricordo di Giulio Giorello (anche streaming integrale)

Intervento di Raffaello Morelli al Convegno “DEL METODO SPERIMENTALE E DELLA LIBERTA'” tenuto in streaming , organizzato dalla Scuola di Liberalismo, Competere, Centro di Ricerca Luigi Einaudi, con l’introduzione di Pietro Paganini e Beppe Facchetti ed inoltre gli interventi di Simona Morini, Corrado Ocone e Raffaele Prodomo.

Audio video integrale del Convegno

https://youtu.be/y9zUhfmYEfY

Di Giorello non voglio ricordare le qualità fisiche, a cominciare dalla memoria eccezionale e dalla grande capacità di concentrarsi – rare ma non uniche – , bensì le idee diffuse e i comportamenti tenuti. Che sono stati  univoci e di alto rilievo.

Giulio Giorello, nei tardi anni del miracolo economico, è stato l’emblema del cittadino che, riflettendo sui fatti, sa liberarsi dalle suggestioni imperanti, pure tra gli intellettuali,  riguardo il conformismo alle mode prevalenti: quelle dell’imprigionare l’individuo, con utopie mascherate, in percorsi mentali  prestabiliti, imbrigliandone così la spinta al  conoscere il mondo.   

Di fatti, il percorso accademico di Giorello è iniziato distante dal terreno delle libertà. Il suo maestro era Geymonat. Un pensatore e matematico marxista, partigiano, appassionato di scienza, vista a partire dal neo positivismo e da lui introdotta nella cultura fuori e dentro l’università, quale marchio del suo importante impegno politico. Con Geymonat, Giorello ebbe un rapporto stretto che lo portò ad occuparsi di materialismo dialettico. Partendo da lì  si rese conto che, del mondo e delle relazioni umane, il motore non era il marxismo: era la libertà di ogni individuo congiunta alla diversità di ciascuno. Una concezione distante dalla cultura italiana dominante, di allora e ancora di oggi.

Perciò Giorello amava l’aforisma di Popper, “se non vi fosse una Torre di Babele, bisognerebbe inventarla”. Tanto più che, nella Bibbia, la Torre di Babele è una punizione per  chi vuole innalzarsi al cielo: farlo cadere nella confusione di lingue diverse. Giorello era invece certo che le discussioni sono più feconde proprio se le opinioni sono contrastanti e non si hanno punti in comune. Perciò la Torre di Babele si sarebbe dovuta inventare, perché la diversità è creatrice di conoscenza ed è il tesoro dell’umanità. Non a caso Giorello era contento quando constatava che altri la pensavano differentemente da lui, siccome considerava la diversità e la tolleranza gli essenziali criteri dinamici della convivenza libera.

Da questa convinzione derivava che per Giorello il fulcro della libertà era il cercare di continuo di comprendere il mondo in modo da poter di continuo allargare le libere relazioni dei suoi abitanti. Nella certezza che questa maniera di essere liberi è in sostanza sempre provvisoria, ma non per questo meno decisiva. Perché la libertà non può essere un sistema statico, che illustra un libro scritto una volta e basta.E’ la possibilità di scegliere cosa fare. Proprio perché vive nel tempo e nella diversità, deve essere sempre attiva, nei modi più disparati. Giorello era cultore della Gloriosa Rivoluzione inglese ma anche sostenitore dell’Esercito repubblicano irlandese provvisorio oppure della resistenza del popolo Uyghuro in Cina oppure della lotta del popolo basco in Spagna, tutte le volte in quanto movimenti  di aspirazione alla libertà civile, seppure con modalità innovative rispetto ai precedenti modelli di libertà. Cosa ovvia, per lui, dato appunto che la libertà non può avere un modello rigido nel tempo e nei luoghi.

E’ il punto chiave d’avvio nell’analisi concettuale sulla libertà dell’individuo. Giorello lo evocava  citando il poeta MiIton di metà ‘600 agli albori del liberalismo : la libertà è unirsi contro la testarda smania di proibire. E’ il nucleo della convivenza libera tra individui diversi che si autodeterminano. E aggiungeva un’altra notazione illuminante. Che in inglese  la parola popolo è una parola plurale, cioè include gli individui, mentre in italiano è singolare, cioè usandola si escludono gli individui trattandoli come fossero una collettività indistinta.

Battersi contro la smania di proibire  l’autodeterminazione individuale, è dunque per Giorello il fulcro delle idee e dei comportamenti. Da qui la svolta importante che lui ha  impresso nella cultura italiana. La quale, per responsabilità di tanti, dall’idealismo tedesco, alla vulgata marxista, alla dottrina religiosa, è sempre impigliata in qualche forma di dover essere. Da secoli si  predica la ripulsa delle azioni strane e avverse alla tradizione promosse dai cittadini individualmente non conformisti e che addirittura hanno la pretesa di decidere cosa fare della propria vita. Quando invece, da metà del ‘600, quasi di pari passo all’allargarsi della pratica scientifica, sono andati crescendo anche i cambiamenti radicali nel modo di vivere fondandosi sempre più sulla maggior libertà di espressione riconosciuta al cittadino e alle sue iniziative. Con enormi risultati positivi.

In tante battaglie a favore del continuo svilupparsi della libertà individuale in svariati settori, Giorello è sempre stato in prima fila, intellettuale e politica. Ogni volta richiamando che l’importante non è la protesta in sé e l’emozione che origina, ma la spinta ad una definizione, nuova e più libera, di cosa viene accettato nella convivenza nell’ambito di regole espresse dalle norme. Giorello diceva che non si deve rinviare l’impegno delle lotte in tema di libertà. Il futuro è adesso. Le battaglie vanno condotte fin da subito in uno spirito costruttivo di cambiare verso la direzione ritenuta più adatta a irrobustire le relazioni di libertà.

Lui si è dedicato a farle. Per ricordarne qualcuna, l’insistere nel sostenere la necessità del voto agli immigrati che hanno una posizione stabile di lavoro e pagano le tasse,  oppure di norme a protezione degli esseri viventi non umani , magari vegetali inclusi. E poi il grande tema della libertà religiosa, che considerava la questione centrale del paese per sbloccarne l’effettiva crescita verso l’autodeterminazione individuale. La libertà del laico è il poter essere di nessuna Chiesa, scrisse. Dal dare a ciascuno  l’effettiva possibilità di essere o no credente (e consentire, a chi voglia farlo di costruire ogni tipo di luogo di culto) al togliere agli italiani i lacci soffocanti delle norme dell’art.7 della Costituzione.  Che non si limitano a far danni in teoria ma che si diffondono tentacolari nella quotidianità.

Contro uno di questi tentacoli, a metà autunno 2012, Giorello accettò di scrivere una lettera – con me, il Prof. Prodomo  ed altri 25 tra notissimi docenti universitari e massimi esponenti della laicità italiana – una lettera al sen. Monti, Presidente del Consiglio, per invitarlo a non presentare ricorso avverso una Sentenza della Corte di Strasburgo  di condanna all’Italia in merito alla legge sulla procreazione assistita. Un ricorso  che avrebbe fatto  credere che in Italia non si possono effettuare  le diagnosi preimpianto. Che avrebbe confermato la contraddizione evidenziata dalla stessa Corte tra il disposto della legge sull’interruzione di gravidanza e quello sulla procreazione assistita e quindi volto a negare l’autodeterminazione delle scelte individuali.

Gli scriventi facevano  appello a non presentare il ricorso e a affrontare il problema delle indagini genetiche con incontri di esperti veri, a prescindere dalle convinzioni etiche. Dopo due mesi di contatti nebbiosi, il ricorso venne fatto l’ultimo giorno e naturalmente venne in seguito rigettato,  esponendo il paese ad una meschina figura, voluta solo  per soddisfare le burocrazie ministeriali dei cattolici chiusi.

La lettera che inviammo servì a non accettare passivamente il supposto buon senso civile dettato dal conformismo prevalente. Il buon senso pare l’essenza della saggezza ed è l’orlo del baratro immobilista. Come insegna la conoscenza scientifica, in ogni momento occorre porsi il problema di cosa può funzionare in altro modo e dell’efficacia di questo nuovo modo. Poi sperimentare la proposta e valutare i risultati. In ciò stanno il ruolo e l’importanza della libertà  e del cittadino individuo che la pratica. Giorello ammoniva che occorre applicarsi ad infrangere ogni barriera (intellettuale e operativa, non mischiando giudizi politici e rapporti commerciali tra grandi Stati) . Un ammonimento da non intendersi come sorta di furia iconoclasta, bensì come spirito critico applicato di continuo per cogliere la prospettiva del tempo che passa e in ogni campo (vedi il suo libro su Topolino) per  rimarcare la diversità degli interessi viventi.

La ragione è che il concetto di autodeterminazione individuale si interseca (se ne abbia o no coscienza) al concetto del tempo che passa (quindi guarda avanti, mai indietro, come il totalitario distruggere i monumenti del passato). E poi anche al principio popperiano per cui la scienza è tale solo se è falsificabile, concetto chiave del principio di conoscenza sperimentale provvisoria. Insomma, un impianto concettuale così esige di affrontare cambiamenti di ogni tipo, di continuo.

Perciò Giorello era particolarmente attento a Feyerabend, che sosteneva il valore anche delle contraddizioni e argomentava contro il metodo. Non per rinnegare lo stare ai fatti e lo sperimentare, ma per esprimere l’esigenza che la ricerca non si blocchi al sorgere di contraddizioni e che il metodo si ampli senza fossilizzarsi nel ripetere sé stesso. Sono criteri attuativi della libertà, da applicare sempre nell’autodeterminarsi  individuale.

Giorello è stato un autore assai pubblicato e un direttore editoriale di gran rilievo. Una persona dal rigore matematico e dalla curiosità insaziabile, che  esprime ininterrotta voglia di conoscere.  Però non ha avuto l’ascolto e la diffusione dovuti. Trattato sovente dal mondo mass mediatico alla stregua di oggetto curioso  da esibire in salotto sotto la campana di vetro ma da tenere a rispettosa distanza (un necrologio di un quotidiano di sinistra, pur assai positivo, ha scritto di non capire come Giorello potesse mettere insieme liberali ed Esercito Repubblicano Irlandese).

Un trattamento dovuto in parte alla scarsa professionalità di giornalisti mai alla ricerca di presentare ai lettori il dibattito sulle idee preferendo il ruolo di fare previsioni su ciò che avverrà, come si fosse a teatro o all’ippodromo. Ma un trattamento dovuto anche ad una  società ingessata nell’ossequio al potere esistente e nelle ritualità ideologico religiose. E che ha costituito un errore imperdonabile, perché Giulio Giorello in Italia è stato un gigante  della filosofia delle libertà e delle sue applicazioni.

Infine, per essere coerente al suo insegnamento e al suo desiderio di differenze, faccio  cenno ad un aspetto che invece Giorello ha trascurato  nel complesso del suo pensiero. Giorello  ha sempre dato per scontato che bastasse impegnarsi per far crescere  in ciascun cittadino la passione per le idee di libertà. Secondo me, è necessario ma non sufficiente. A parte la forte compressione della cultura liberale fatta dai suoi nemici, è questo impegno circoscritto a causare la debolezza politica liberale in Italia.

Faccio un sintetico ragionamento illustrativo. Gli individui convivono tra loro e sono diversi. La storia ha mostrato che la convivenza migliora non senza istituzioni (altrimenti domina la forza fisica) ma creando istituzioni che la regolino  con norme scelte dai cittadini. Ed adeguandole di continuo. Quindi il nodo è la scelta e poi il seguire l’evolvere delle vicende. Peraltro, essendo i cittadini diversi, non tutti vogliono la libertà, in particolare quella dinamica, e anche chi la vuole, può prendere iniziative differenti. Dunque è determinante il come si arriva ogni volta a compiere la scelta con il voto segreto. Fin qui concordo con Giorello.

Per me è irrealistico supporre che cittadini diversi abbiano uguale consapevolezza nello scegliere (il punto per cui la libertà implica la democrazia ma non viceversa). Quindi è cruciale  che ciascuno abbia analoga informazione ed analogo quadro emotivo. Per rendere più probabile tale risultato, quanti concorrono devono aver analoghe capacità di attirare l’attenzione. A tal fine, devono avere  un minino di consistenza quantitativa (e di risorse adatte, non accumulate dalla libertà individuale da sola), la quale consistenza renda credibile ai mezzi di comunicazione l’aspirare al potere del progetto e credibile agli elettori l’essere un soggetto politico su cui puntare.

Tale minima consistenza è impossibile averla tramite individui slegati tra loro, pur se convergenti sulla libertà. Perché contano il clima e le attese diffuse nella convivenza, specie da chi avversa la libertà contrapponendole l’utopia. Occorre una formazione politica  che  colleghi i fautori delle libertà in base ad un progetto espressione dei loro principi.  E che alle elezioni possa ricevere il suffragio dei cittadini che scelgono le libertà. Sennò prevarranno le voci ideologiche e le emozioni.

Giorello non ha fatto questo passaggio della formazione. Continuava a sperare che la forza della libertà individuale finisse per prevalere. Ma senza formazione di collegamento, il percorso è di gran lunga più accidentato  e più lento (nel migliore dei casi). Il che si traduce in un peso opprimente certo per la cittadinanza.

Giorello preferiva sperare che ciò potesse comunque accadere. Secondo me è parecchio arduo (e infatti  finora i risultati sono molto ridotti). Oltretutto perché negli ultimi decenni è cresciuta la complessità del mondo (uno stato sfruttabile per escludere la strada della libertà individuale; basta pensare a chi aspira al governo mondiale). Di certo Giorello sperava che bastasse la maturazione liberale dei singoli individui, soprattutto  perché diffidava dei partiti ritenendoli corpi intermedi inclini all’irrigidimento gerarchico e  inadatti a mantenere l’irrinunciabile dinamica nella ricerca della libertà.

Accolta la considerazione di Giorello, l’obiettivo dei liberali non  può essere un partito ma una formazione delle libertà. Che consenta quel minimo di consistenza quantitativa nel collegare sulle idee di libertà e sui progetti specifici del tempo e del luogo. Che si mantenga duttile e  propulsiva. E insieme che bandisca ogni ricorso all’emotività. Perché l’emotività attiene alle vicende di vita ma ostacola  i cangianti progetti innovativi per risolvere i problemi che si presentano.

Ricordiamo Giulio Giorello come massimo esempio del come, per essere progressisti davvero, si debba prima essere liberali e basarsi sull’individuo.

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