Il metodo liberale

Nel pezzo “Spade incrociate”, Enrico Morbelli , in base al suo assunto “metti due liberali e fai tre partiti”, richiama il  duello Mario Lupo e Beppe Facchetti, i quali in due articoli (sul Sole24ore e su Linkiesta) espongono posizioni diametralmente opposte circa l’ipotesi rilancio post virus. Siccome è almeno un trentennio che dico ad Enrico di non condividere il suo assunto – che sarebbe vero solo se il liberalismo non avesse un metodo unitario , come invece ha – cerco di inquadrare in sintesi i due articoli, perché invitato a farlo.

Affermo che dire “la pandemia rende indispensabile l’intervento dello Stato” (Lupo) rientra in pieno nel  liberalismo politico, mentre dire “il grande mantello del neo statalismo montante tornerà a coprire tutte le sofferenze d’Italia….. il sogno punitivo di Toninelli sta diventando subdola realtà…. preparando la strada ai poteri speciali” (Facchetti) esprime le preoccupazioni dei restauratori che, allontanati dal potere il 4 marzo 2018, sono incapaci di rinnovarsi. Ambedue  le tesi sono di per sé legittime, ma solo la prima applica il metodo politico liberale.

La frase di Lupo può turbare solo chi è drogato dal liberalismo contro lo Stato. E’ vero il contrario. Lo Stato moderno è nato con la scoperta della piena sovranità del cittadino individuo secondo le regole. Senza le regole tramite lo Stato non è possibile la diffusa libertà individuale. Il cittadino confligge secondo le regole per compiere le scelte del convivere e per valutarle in base ai risultati. Così si vive meglio e più in pace, mentre agire in nome dell’unità e della pace è la strada per impedirlo. Ancor più  con il Covid19, quando la scienza ha soffocato il contagio con il distanziamento individuale ma ora la conseguente riduzione dei consumi,  rende necessario che lo Stato dei cittadini aiuti ciascuno a fronteggiare la crisi economica e lo spettro della povertà.

Non per caso Lupo  batte sul rilancio degli investimenti in tutti i settori e sul ruolo dello Stato imprenditore, sostenendo che serve una nuova IRI, l’istituto pubblico eliminato negli anni novanta che per decenni era stato uno strumento di rilievo nello sviluppo quale supporto al privato (talvolta supplente). Fin dall’epoca, i liberali a parole vedono un freno in una simile idea.  Ma i fatti sperimentali dicono che l’alternativa usata –  o privatizzazioni senza fiato imprenditoriale pervase dalla voglia speculativa oppure ritorno diretto delle imprese in mano pubblica, cioè strutture ministeriali –  ha fatto solo danni. Non vi sono più italiani in settori chiave come telecomunicazioni o rami della siderurgia, ed è calato il peso competitivo nel mondo; intanto l’economia è restata mista per la perdurante presenza di grosse aziende pubbliche. Dunque, oltre il danno, la beffa.

Anche Facchetti definisce un disastro l’aver fatto le privatizzazioni all’amatriciana e annota che non iniziò mai la vita di un capitalismo liberale davvero coraggioso. Ma pare considerarli un peccatuccio dei governi di allora. Da buon restauratore, non si pone neppure la domanda se il cancro civile non stia appunto  nella pretesa di larga parte degli ambienti sedicenti liberali  del cullarsi nell’ebrezza di poter far da soli, senza bisogno della decisione pubblica (eccetto i suoi fondi). Eppure la domanda è essenziale. Il liberalismo coerente ha piena consapevolezza del fatto che, senza un decisore pubblico (l’anima della discussione politica), la libertà individuale è preda di qualche predatore robusto  Svuotata di tale consapevolezza, la società civile non dispone della cultura liberale e di conseguenza inclina ad affidarsi al padrino politico più amico.

Non ponendosi tale domanda, Facchetti cade nelle sabbie mobili dal punto di vista liberale.  Confonde l’uno vale uno (che è un principio liberale limitato all’ambito dei diritti legali e di voto) con il rifiuto della competenza (che i liberali apprezzano solo quando rifiuta il disprezzare le scelte dei cittadini). Ed attribuisce la nuova dipendenza dal pubblico non al vuoto di liberalismo nella società civile, ma al M5S che vuol spazzar via il dinamismo pluralistico della società libera (cita anche, colto da amnesia, la debolezza culturale PD).

Pure nel  post Covid19, la minaccia non è il neostatalismo, è il buco di liberalismo. Avviando il colmare il buco, anche lo Stato – oggi indispensabile – è uno strumento utile (purché sciolto dai lacci burocratici) per curare i difetti di una borghesia che non è più quella esaltata da Einaudi, che lavorava, rischiava e produceva. Al giorno d’oggi, diversità e professionalità individuali non sono più pregi. L’importante è avere molti amici sui mezzi social, disporre della pappa scodellata e comportarsi da sepolcri imbiancati rifuggendo come la peste il rischiare con le proprie iniziative. Ecco perché servono i liberali coerenti che suonino la sveglia. Certo non per restaurare.

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