I liberali e la nuova legge elettorale (ad Antonio Pileggi e Stefano De Luca)

Cari amici,

ringrazio innanzitutto Antonio per la nota informativa su quanto sta accadendo nell’area dei Comitati per il NO sulla proposta costituzionale e contro l’Italicum. Mi è stato molto utile esaminarla per capire le intenzioni di questo importante settore politico, specie in vista della Assemblea dei 720 comitati locali convocati ancor prima della decisione della Corte Costituzionale.

Come potete immaginare, questo mio esame è fatto nell’ottica – della quale continuo a sperimentare la fondatezza nei fatti quasi quotidiani – che il nostro paese ha crescente bisogno nel fare politica e nel governare di riscoprire, prima possibile e non a parole, il metodo politico liberale. E’ dunque in questo quadro che desidero esprimere in sintesi alcune osservazioni sul documento trasmesso e su altri aspetti che stanno emergendo in questi giorni.

Condivido la tesi che la legge elettorale deve favorire la ricostruzione di forme organizzate della politica come canali stabili di partecipazione da parte dei cittadini (naturalmente intendendo con questo la politica delle idee e dei progetti e non quella del potere partitocratico). Allora però, trovandoci ormai nel 2017, non trovo immediatamente coerenti le considerazioni espresse successivamente e basate sul fatto che siamo in un sistema tripolare. L’esperienza storica ha mostrato che il progressivo distacco dal conflitto tra i progetti e dalla valutazione dei risultati, ha creato gravi distorsioni istituzionali, che del resto erano già state create da un proporzionalismo esasperato da una pratica parlamentare tendenzialmente lobbistica. Di conseguenza a mio parere non è opportuno demonizzare il collegio uninominale maggioritario a turno unico per il motivo che non sarebbe abbastanza rappresentativo. Nel profondo è una critica incoerente, specie se serve a dire che è meglio aumentare la quota proporzionale (foss’altro perché aumentare il proporzionale su base nazionale, spingerebbe verso la grande coalizione dei parlamentaristi contro chi non lo è, dimenticando che i parlamentaristi non possono fisiologicamente essere inclini alle grandi coalizioni di potere e quindi, nel caso italiano, il proporzionale ampio innescherebbe ulteriori complicazioni). A mio parere la via più corretta sarebbe quella di lasciare il 75% dei collegi uninominali e distribuire il restante 25% in modo da premiare la prima e la seconda coalizione e attribuire un 3 / 4 % alle liste non coalizzate che hanno avuto non più del 2% dei voti. Così verrebbero premiate le scelte dei cittadini, sfrondato il conformisno di potere ed irrobustita la possibilità di controllare e cambiare. Naturalmente se ne deve parlare ma di certo non con l’intento, espresso nel finale del documento dei 2 Comitati, di una proposta politica fondata su un’iniziativa di massa, cosa che dal punto di vista liberale è una stortura molto grave in quanto, non per caso, elude la questione pernio del cittadino sovrano.

Nella fattispecie questa stortura è correggibile, ma non va trascurata se vogliamo renderci conto delle intenzioni reali di quegli ambienti. Di fatti, un analogo atteggiamento si ritrova in un articolo di Gallo critico sulla sentenza di non ammissibilità del referendum sull’art. 18. Per arrivare ad una conclusione indicata dai liberali una ventina di anni fa almeno, (“si dimostra che nel lungo periodo la salvezza non può venire dai giudici”) Gallo svolge un argomento secondo cui nel 2003 la Corte Costituzionale aveva già ammesso un quesito referendario che se approvato avrebbe esteso l’art.18 . E’ peraltro evidente che quella logica corrispondeva alla tesi che i quesiti referendari potevano essere non abrogativi (come da art. 75 della Costituzione), bensì manipolativi di una legge. Assunto affatto non pacifico in quanto corrisponde alla tesi che non soltanto il Parlamento è chiamato a fare le leggi, ma possono farla anche i cittadini attraverso lo strumento del referendum, cioè la tesi cara a Pannella che ha cercato a lungo di introdurre il governare non attraverso la politica bensì attraverso i referendum (con il risultato di isterilirne l’istituto). Da tutto ciò , la mia conclusione è che l’impegno CGIL nella raccolta delle firme ha accolto (consapevolmente o per sciatteria) il principio del referendum legiferante in modo non solo da abolire il superamento dell’art. 18 (il che era richiesta legittima) ma da poter arrivare a proposte innovative della materia allargando il ripristinato art. 18. Però il metodo liberale riserva il legiferare al parlamento come strumento ineliminabile della sovranità popolare.

Insomma, la materia è molto importante e noi liberali non disponiamo al momento della forza sufficiente per pesare abbastanza. Nel caso di NO AL PEGGIO siamo riusciti a dare il nostro contributo , neppure tanto piccolo, ma dovremmo pensare a come riuscire a darlo anche sulla questione elettorale e poi sulla prospettiva elettorale (che comunque è a breve, al massimo entro 14 mesi). Le cose sono fluide. in questi giorni sta emergendo un tentativo di accordo tra il renzismo da una parte e il salvin melonismo dall’altra, sulla base della corsa alle urne a prescindere dalla legge elettorale equilibrata e coerente e dai progetti alternativi (attualmente non c’è alcuna delle due cose). Mi auguro che come liberali ci sforzeremo di dare indicazioni pubblicamente percepibili (come penso sia noto ritengo le manovra segrete di corridoio del tutto inefficaci per una concreta azione poltica liberale) e coerenti con il nostro metodo. L’Assemblea annunciata dei 2 Comitati potrà essere utile se correggerà rapidamente alcune sue impostazioni del tutto fuori della realtà operativa e in fin dei conti incapaci di fronteggiare non tanto l’attacco neoliberista (come scrive impropriamente Gallo, dimenticandosi che non solo in Italia ne sono titolari le grandi consorterie della sinistra di potere) quanto il potere del renziamo e dei populismi antieuropei, che non amano la prospettiva fondata sui cittadini che scelgono. Dovremmo insistere, con i mezzi disponibili, perché questi nostri apporti vengano riconosciuti apertamente.

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