Divulgare la fisica e coerenza con il metodo scientifico

Caro L’Ateo,

il numero 6/2015 dedica quattro pagine, coordinate dalla condirettrice Maria Turchetto, al tema “divulgare la fisica contemporanea”. In generale è un intento assai giusto. Peraltro, vista la vostra natura,  il corretto riferire al riguardo, non può secondo me sfuggire dal rilevare se ciò che si divulga appare coerente con il metodo scientifico.

Le quattro pagine comprendono un articolo richiesto apposta al fisico Andrea  Frova e due recensioni redatte dalla condirettrice su altrettanti libri in materia scritti uno da un altro fisico, Carlo Rovelli, e il secondo dallo stesso Frova insieme a  Mariapiera Marenzana. A me pare che, mentre l’articolo di Frova, pur non sollevando appunti diretti circa il loro metodo, è molto cauto nell’avallare le tesi di Rovelli (in specie del suo “La realtà non è come ci appare”), le recensioni usano toni enfatici, la prima affermando che lo stesso libro mostra la bellezza di pensare da materialisti e razionalisti e la seconda esprimendo giudizi sulle dispute tra scienziati all’epoca di Newton interpretabili come inclinazione al criterio del conoscere nello spirito dell’armonia.  Nel complesso, trovo che le quattro pagine finiscano per dare un messaggio equivoco a proposito de “La realtà non è come ci appare” e di conseguenza sui fondamenti del conoscere sperimentale, cui la laicità è legata in modo indissolubile.

Frova si incentra, da esperto, sul divulgare e parte da un concetto essenziale. La divulgazione scientifica ha senso perché forma la mente dei lettori. Senza dubbio. Ciò vuol dire che il nocciolo del divulgare è far cogliere il carattere profondo del conoscere scientifico, sempre più affidato, con il passare dei secoli, al metodo dello sperimentare sui fatti, al trarne  ipotesi interpretative mentali e al sottoporle di nuovo alla sperimentazione per verificare il legame con la realtà dell’ipotesi formulata. Di questi principi parla correttamente anche Rovelli. E Frova ne cita le frasi facendo però anche intendere in diversi passaggi, quanto ai contenuti, che lui stesso appartiene ad un’altra parrocchia, che non è riuscito a comprendere alcune argomentazioni dell’autore, che la tesi base di Rovelli circa la schiuma spazio temporale deve essere confermata in sede sperimentale. Il che conforta l’attendibilità dell’articolo di Frova  a proposito di un libro che afferma principi accertati dimenticandosi di applicarli alla teoria sostenuta. Di fatti, il problema di “La realtà non è come ci appare” sta nella circostanza che, in violazione di qualsiasi criterio sperimentale, sostiene che nel mondo non esistono né lo spazio né il tempo, che gli eventi quantistici  generano da soli il proprio tempo e che l’inesistenza del tempo non è nulla di complicato.

Ora, quando la scienza ha mutato paradigmi, lo ha fatto senza mai rinunciare (finora) al metodo sperimentale, proprio perché essa non è una teoria sviluppata solo nella mente bensì un prodotto dello spirito critico sempre da riscontrare nei fatti. Il libro in oggetto viola del tutto tale criterio, soprattutto riguardo al  tempo fisico. Non scordiamo che nell’antichità, salvo rarissime eccezioni parziali, dominava il concetto a sfondo religioso di eterno e che il concetto di tempo fisico è una conquista degli ultimi secoli in base all’accumularsi delle conoscenze. “La realtà non è come ci appare” afferma l’inesistenza del tempo fisico senza stare ai fatti (non solo quelli visibili con i puri mezzi organici ma anche quelli  osservabili sperimentalmente con gli strumenti escogitati per ampliare il campo). Perciò, pur restando opportuno parlare di tale teoria quale manifestazione nel reale, nel farlo è pericoloso omettere di richiamare il suo non rispetto del nucleo del criterio sperimentale e il suo ritorno al concepire la ricerca quale sogno utopico per superare i limiti del nostro conoscere.

Quell’utopia è la stessa da millenni e il metodo  scientifico ne ha avviato con fatica il superamento, mostrando che si conoscono più cose e più a fondo, quando  si cerca solo quanto possiamo verificare sperimentalmente. Eppure “La realtà non è come ci appare”  è una fremente corsa verso la cosiddetta teoria del tutto – nel caso l’unificazione di relatività e meccanica quantistica –  che purtroppo ossessiona anche quegli scienziati che praticano la scienza violandone la fisiologia.  Perché la ricerca della teoria del tutto equivale alla ricerca dell’eterno, cioè il modello perfetto cui l’umanità ha aspirato per lunghi secoli a danno della diversità degli umani e dei fenomeni fisici ma senza ottenere risultati. Del resto non ci sono riscontri sul fatto che la vita crei il tempo fisico. E’ di tutta evidenza piuttosto che la vita scorre nel tempo e che è assurdo ipotizzare che il tempo non esiste solo perché, sopprimendo il suo parametro in certe equazioni, allora l’idea di spazi costituiti da onde probabilistiche quantiche comincia ad avere soluzioni in termini matematici lungo linee chiuse ad anello. Senza riscontri sperimentali in merito alla inesistenza del tempo.

In ogni epoca, la conoscenza scientifica non aspira all’assoluto. E quindi il sapere che si riesce a raggiungere in quel momento, non è più ingenuo rispetto a quanto si riesce a conoscere in epoche successive con maggior disponibilità di dati sperimentali e in base alla falsificazione delle ipotesi succedutesi nel frattempo (cioè in base non all’armonia ma alle contrapposizioni anche accanite). Invece “La realtà non è come ci appare” afferma questa ingenuità, appunto in conseguenza del farsi coinvolgere dallo speranzoso entusiasmo di conoscere tutto. A me pare quindi che, nel divulgare la fisica contemporanea, non è opportuno farsi trascinare dagli entusiasmi  letterari (di fatti Rovelli scrive una bella prosa) a costo di sorvolare su altre incoerenze di metodo in quanto viene divulgato. La bellezza artistica è in sé e sta fuori del tempo, quella scientifica sta nel capire i fatti e nel rapporto con il tempo che passa. Inoltre, tutti, anche  gli esperti, devono soggiacere alla sperimentazione, che una volta realizzata favorisce molto anche la corretta divulgazione. L’essenziale è comunicare con cura la storia complessiva del come si è arrivati alla nuova conoscenza e quale ne è la sostanza nei suoi termini logici effettivi. Perché  la conoscenza non si rivolge solo agli esperti, coinvolge tutti gli umani al di là delle attitudini ed interessi di ognuno. La conoscenza prepara a conoscere ancora di più e a migliorare il convivere. Proprio come si prefigge la laicità.

Auguri per un Buon Anno.

 

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