Un progetto di legge per liberare i detenuti non condannati

A parole, diritti umani, libertà del cittadino e partecipazione civile, sono le priorità di tutti gli italiani. Nei fatti la Corte dei Diritti Umani di Strasburgo  ha contestato, alla unanimità, che in Italia il sovraffollamento carcerario viola l’art. 3 della Convenzione sui diritti umani che vieta il trattamento degradante. Non è stato un fulmine a ciel sereno, visto che dal 1999 le istituzioni europee segnalano gli eccessi nella carcerazione; eppure, nel frattempo, i governi italiani hanno allargato le casistiche per privare della libertà il cittadino. In ogni modo, ora la Corte ha dato tempo fino a maggio prossimo  per  rimediare. Altrimenti, si prevede una condanna commisurata ai detenuti che faranno ricorso e al tempo per cui la situazione persiste: in pratica si può calcolare 70 milioni all’anno.

In giro si avverte la ritrosia nel prendere coscienza della scadenza, nonostante che il Presidente Napolitano abbia inviato ad ottobre un dettagliato messaggio alle Camere sollecitando un intervento rapido. Anzi, su spinta di ambienti tradizionalisti, del messaggio si è considerata solo la parte finale. Così da poterla far rientrare nel clima civile molto approssimativo in tema di diritti e di libertà, da limitarsi a parlare di indulto e di amnistia e da auspicare un atto di clemenza. Tuttavia questa linea dell’amnistia contraddice l’indirizzo  politico italiano di estendere il campo penale, è disattenta alle questioni di libertà del cittadino e in ogni caso non influisce sulle cause del sovraffollamento carcerario

E infatti. La contraddizione è che finora lo Stato, contro le indicazioni europee, ha sempre esteso la sfera della carcerazione e con ciò aumentato la massa dei processi senza essere in grado  di gestirli (vedi ingolfamenti, ad esempio, per clandestinità o detenzione di stupefacenti); e che, a questa impossibilità operativa, si reagisce reiterando provvedimenti di clemenza che annacquano il senso della pena e quindi vanno in direzione contraria alla impostazione di partenza. La disattenzione alla libertà del cittadino sta prima nel toglierla senza  reati molto gravi e senza un esito processuale e poi nell’usare per restituirla atti di clemenza da parte del potere anche in caso di reati già sanzionati dal processo. Infine, l’amnistia non tocca la propensione sistematica al panpenalismo e dunque non evita il nuovo sovraffollamento in poco tempo. Senza contare che la procedura dell’amnistia non è  semplice, siccome per Costituzione richiede il voto di 2/3 dei Parlamentari.

Pertanto, per affrontare la contestazione della Corte di Strasburgo e togliere il marcio nella situazione carceraria, indulto e amnistia sono  una strada  sbagliata ed inefficace. Non a caso il Governo non la fa propria e, nella conferenza stampa di fine anno, il Presidente Letta la ha indicata come materia di competenza esclusiva del Parlamento. Rispetto alla sentenza della Corte di Strasburgo, il Governo ha  scelto un’altra strada, che non è l’amnistia ma che resta assai timida sulla questione centrale. Ha varato una norma con cui circa 2000 detenuti saranno liberati dalla custodia cautelare in carcere attraverso sconti di pena e l’introduzione di una nuova fattispecie di piccolo spaccio. Poi ha proposto di affidare il giudizio per concedere la custodia  solo ad un collegio di più giudici. Tuttavia il problema del sovraffollamento ha un altro ordine di grandezza e soprattutto non va confuso con l’esigenza di rivedere alcune leggi sulle droghe, di approcciare in modo nuovo il mondo dei migranti o di allargare l’esercizio della funzione di giudicare. I dati provano che il sovraffollamento delle carceri non dipende da un’inclinazione a delinquere maggiore rispetto agli altri paesi, ma dall’abuso della carcerazione per chi non è condannato in via definitiva. I detenuti eccedenti la capienza degli istituti di pena sono meno di 19.000, solo quelli in attesa di processo 17.000 e quasi altri 12.000 non ancora condannati.

Essendo questi i termini della questione, per i liberali il modo più coerente e più rapido per risolverla, è un provvedimento che, da un lato, innovi profondamente i criteri di privazione della libertà sia nella fase  precedente il giudizio sia nelle fasi successive del processo, e dall’altro abbatta il numero dei detenuti liberando quelli non condannati. Tenendo presente che liberare i detenuti non condannati, è cosa ben diversa dal ridurre la pena per  reati già sanzionati dal processo come avverrebbe con l’amnistia. Una nuova norma sulla carcerazione preventiva serve a rifiutare le impostazioni giustizialiste e a schierarsi dalla parte dei cittadini e non delle burocrazie giudiziarie.

Con questo intento politico, le due formazioni liberali, Liberali Italiani e nuovo PLI, hanno elaborato un disegno di legge ordinaria fatto di pochi articoli ed una norma transitoria. Con gli articoli viene modificato il vigente Codice di Procedura Penale realizzando una profonda modifica della custodia cautelare e dei suoi termini, mentre con la norma transitoria si dispone, quando entra in vigore della legge, la liberazione da parte del giudice dei detenuti non condannati salvo quelli ristretti in carcere per casi di omicidio doloso consumato  o tentato, di strage, di sequestro di persona a scopo di estorsione, di rapina  a mano armata, di associazione criminale e di violenza sessuale. Questa proposta liberale è stata usata dal sen. Luigi Compagna e da altri colleghi di più gruppi per  un disegno di legge conseguente, presentato proprio nei giorni di uscita di questo numero di ArcipelagoMilano. Il Senato ha ora lo strumento per applicare un principio di civiltà (no all’abuso della carcerazione preventiva), risolvere un problema (il grave sovraffollamento) eliminandone la causa ed evitare la pesante multa all’Italia.

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