Liberali e liberisti (a Massimo Mucchetti)

Caro Mucchetti,

con il Suo articolo di stamani Lei è passato dal ruolo del giornalista economico a quello di (aspirante?) politico cattolico democratico. E’ del tutto legittimo, solo che, senza dichiarare la mutazione,  Lei viene letto come giornalista e come giornalista (di solito puntuale) ha scritto cose che non reggono ad una analisi realistica e rispondono solo alle Sue speranze ideologiche.

Il Suo articolo è una confusione tra liberali e liberisti, insistita e non casuale. Perché attacca anche il liberismo (la cui applicazione separata dal liberalismo, provoca sperimentalmente guasti sociali ed economici) ma di fatto attacca il liberalismo (la cui applicazione fisiologicamente legata alla libertà di cittadini diversi e al cambiare con il passar del tempo, porta alle regole e alle istituzioni  sperimentatamente più funzionali alla pacifica convivenza nell’epoca e nel luogo). Anzi, viene il dubbio che la confusione sia voluta per fare questo secondo attacco.

Prima, asserisce che ex comunisti, ex socialisti ed ex democristiani possono ritrovarsi sotto lo stesso tetto di partito visto che, nella politica economica, sono tutti più o meno socialdemocratici. Con ciò, ricupera la tesi marxista storicamente sepolta secondo cui l’economia è l’intera vita politica e insieme ripete la tesi fallita alla prova del PD costruito sulla indistinzione culturale tra diversi. Poco dopo parla di intellettualità liberal-liberista, frase che è un ossimoro culturale e politico, per porre domande che rafforzano questo stesso ossimoro e che  confermano l’auspicio politico della indistinzione culturale.

La domanda contraddittoria in sé è quella posta alla lettera a), quanto meno nella parte iniziale: “come mai in Italia la cultura politica liberale non è riuscita a conquistare l’egemonia”? E’ quasi incredibile che una persona preparata si faccia trascinare dalla passione al punto da scordare che il concetto di egemonia è un concetto della cultura marxista e non può essere accostato alla cultura liberale per il semplice motivo che è con essa incompatibile. Infatti, la cultura liberale  fonda la convivenza sulla libertà di ogni cittadino e la libertà di ogni cittadino opera attraverso i fisiologici conflitti democratici entro le regole vigenti affidandosi ai riscontri nei fatti delle scelte compiute dai cittadini. Ragion per cui, il liberalismo politico è strutturalmente costruito non per raggiungere ma all’opposto per impedire una qualsiasi egemonia di singoli o di gruppi e classi d’ogni genere.

Successivamente suona la nenia dell’accostare Berlusconi al liberalismo (nonostante lui abbia sempre praticato l’appartenenza ai popolar conservatori europei). E infine conclude in un crescendo di fuga nella visione economica del cattolicesimo democratico, dando per acquisite al mondo liberale due scelte che chiede di ripensare. Con la prima, Lei vorrebbe che non si cercasse di estendere l’area dell’economia di mercato, sorvolando – non credo per ignoranza – che il mercato liberale è un meccanismo funzionante sulla base delle regole che lo definiscono (con questa domanda Lei vorrebbe che il liberalismo politico rinunciasse all’anima). Con la seconda, lei vorrebbe intanto, nella prima parte, che si rinunciasse a competizione e merito, sorvolando – di nuovo non credo per ignoranza – che la competizione è insita nella vita stessa e che l’abbandono del merito porta proprio al prevalere di quella forza del conformismo amicale che Lei a parole pare voler scongiurare. E nella sua ultima parte, suggerendo che il liberalismo politico deve puntare alla collaborazione e alla gestione politica delle diseguaglianze, sorvola – ancora una volta non credo per ignoranza – sul fatto che il liberalismo fa queste cose per natura imperniandosi sul cittadino individuo (per cui cerca sempre collaborazione e  interventi di riequilibrio). In realtà, con questa omissione Lei introduce di soppiatto la Sua concezione solidaristica che nei fatti trasforma la collaborazione degli individui in comunitarismo di gruppo e la gestione delle diseguaglianze in uguaglianza delle persone secondo un modello stabilito da qualche autorità.

Questo Suo articolo da mutante giornalista–politico, esprime la Sua speranza che Bersani vinca le elezioni. Ciò – e dicendolo come liberale temo di darLe un dispiacere – non sarebbe uno scandalo purché Bersani chiarisca diverse cose finora non chiarite. A cominciare dal mostrare nelle scelte e nei comportamenti che il suo 60% della coalizione di sinistra non è condizionato, nella sostanza dei programmi, dai settori antimercatisti, collettivisti e cripto comunitari. Oltretutto questo è indispensabile per convincere non solo il 40% dei sostenitori di Renzi (tra i quali ci sono anche diversi liberali dichiarati, ce ne potevano essere di più se al secondo turno il voto fosse stato aperto) ma soprattutto la grossa fetta degli italiani (un’altra decina di milioni e passa) che deve decidersi a votarlo non essendo di sinistra in partenza. Se praticherà l’idea che i voti si prendono sulle contrapposizioni tipo paradiso-inferno, bene–male, ricchi–poveri, potrebbe ripetere note esperienze negative. Alla fine, la gente sceglie sul modo di risolvere i problemi. La cosa certa di Bersani è il convinto europeismo aperto ad ascoltare gli europei (e su questo esiste una convergenza anche con i liberali). Ma su numerose altre questioni decisive, quali sono le scelte di Bersani? Come propone di tagliare  il debito pubblico e insieme diminuire la pressione fiscale? Sull’art.18, adotterà la linea Vendola-Fassina (il giudice decide sul conflitto aziendale) oppure la linea del renziano Ichino (gli ammortizzatori sociali per consentire più libertà alle scelte imprenditoriali)? Sceglierà lo statalismo inefficiente e spendaccione consigliatogli dalla struttura oppure la linea di risparmio e di semplificazione  del renziano Giavazzi? E quali scelte farà nel caso ILVA: la linea del far decidere politica industriale e difesa ambientale ai cittadini oppure ad organi tecnici (come i giudici) che non rispondono del loro operato? In generale, vuole la liberale uguaglianza dei diritti (che deriva dalle regole per esercitare merito e libertà) oppure continua a volere l’uguaglianza  dei cittadini individui (che, siccome in natura ognuno è diverso, porta a società rigide e povere)?

Dal Suo articolo politico traspare insomma la Sua speranza che Bersani possa vincere praticando la vecchia logica. Quindi segua linee antiliberali, cosicché non emerga una più aperta concezione delle strutture pubbliche e dei rapporti civili. Il che farebbe continuare lo  strapotere di una certa finanza cattolica che l’iniziativa Renzi minaccia di mettere in discussione dall’interno. Sta qui la strumentalità della Sua voluta confusione tra liberalismo e liberismo. Agitare la minaccia liberista, può servire a sventare il cambiamento liberale.

 

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