Nella rubrica “In Onda”, considerazioni sull’economia pubblica (a Corrado Passera e a Nicola Porro))


Corrado Passera – lunedì 19 settembre 2011

La ringrazio per la Sua mail e per i suggerimenti.
In realtà se ho parlato di “tempi ” diversi per i diversi interventi, mi sono spiegato male.
Tutti gli interventi devono essere impostati in contemporanea per avere l’effetto complessivo voluto. Ci tengo a confermare che, secondo me, si può pero’ chiedere un sacrificio patrimoniale agli Italiani solo se li convinciamo con i fatti che tutto il possibile anche in termini di sprechi, spese, riforme, ecc. e’ stato fatto.
Raffaello Morelli – lunedì 19 settembre 2011

Caro Nicola,

concordo con la Tua precisazione, tanto più che nel mio testo che ti ho inviato una decina di giorni or sono, sostengo proprio che occorre fare le due cose con un unico provvedimento legislativo e di non mettere i soldi per la riduzione del debito nel gran calderone dello Stato. Comunque l’argomento è di una tale importanza che la vicenda non si conclude certo qui e dunque avrai modo per ritornarci in qualche altra trasmissione. Per la quale ti faccio gli auguri di poter continuare con questo taglio giornalistico, che trovo complessivamente equilibrato (anche se  si capisce che giochi in trasferta).
Nicola Porro – lunedì 19 settembre 2011:

Gentile Raffaello
hai ragione dietro all’etichetta di patrimoniale si celano diverse cose. La mia idea è che un’entrata straordinaria, sia essa per aggiustare il bilancio annuale, sia essa per tagliare il debito sia sconsiderata se fatta prima delle riforme strutturale di taglio permamente della spesa
porbabilmente non ho ben fatto capire la mia posizione.

Raffaello Morelli – lunedì 19 settembre 2011

Mi permetto di farVi alcune osservazioni dopo aver visto In Onda, una  puntata interessante per l’impostazione giornalistica senza velleità imbonitrici e per le risposte dell’intervistato in chiave di idee e di ragionamenti.

A Porro desidero osservare che, da liberale, non trovo corretto l’aver qualificato come patrimoniale qualunque operazione di entrata misurata sulle proprietà private dei cittadini. Una cosa è riferirsi al debito pubblico, un’altra al bilancio annuale. Senza dubbio pensare di ottenere l’annuale equilibrio di bilancio con patrimoniali sui redditi, è un’operazione ideologico spirituale all’insegna di pregiudizi contro ricchi e ricchezza, che crea sempre sfiducia nei mercati e per di più non funziona in tempi di globalizzazione. Cosa del tutto diversa è pensare ad una collaborazione delle istituzioni e di tutti i cittadini per tagliare in modo drastico (sempre nella costituzionale proporzionalità) un debito pubblico che si è accumulato a livelli troppo superiori a quelli degli altri, per il quale non sono disponibili le medicine tradizionali (svalutazione, inflazione), che è soggetto alle valutazioni comparative della finanza internazionale e i cui interessi pesano in misura ormai difficilmente sostenibile sui bilanci annuali spingendo al disavanzo. In questo secondo caso, occorre una realistica presa d’atto che il debito pubblico eccessivo ha ridotto il valore delle proprietà di ogni italiano e che l’escrescenza va rimossa per non frenare lo sviluppo (il che danneggia soprattutto i più deboli) e quindi per riprendere ad irrobustire il patrimonio.

A Passera do atto della convinta chiarezza con cui ha sostenuto che un intervento di riduzione del debito sarà necessario. Tuttavia non trovo chiara, e pertanto non convincente, la ragione per cui ritiene di suddividere l’intervento economico in due tempi. Prima, ha detto, il taglio degli sprechi di bilancio e dei vincoli operativi pubblici, e solo dopo quello del debito. Non intendo qui discutere se potrebbe funzionare in una struttura societaria strettamente diretta dai suoi amministratori. Qui desidero osservare che, al punto in cui sono giunte le cose, i due tempi non possono funzionare in uno Stato democratico di rilevanti dimensioni. Il nocciolo della manovra complessiva è far vedere in giro per il mondo che gli italiani hanno messo la testa a posto, curando i propri vizi e riavviando lo sviluppo. Una manovra in due tempi potrebbe non raggiungere lo scopo sia a livello nazionale che internazionale.

Nel caso dei due tempi, per questioni ideologiche e per interessi corporativi, le resistenze al diminuire i legacci statalistici e al ridurre gli sprechi burocratici  pubblici  saranno assai robuste (anche perché connesse alla questione del consenso elettorale, che di fatto frena eccessivamente i protagonisti della politica). Da parte di molte categorie si innescherebbe una disputa di tipo sindacale sul dove risparmiare. In altre parole, la lotta agli sprechi e l’allentare i lacci sono necessari, ma non riescono da lunghissimo tempo proprio perché sono più facilmente opponibili in nome di interessi  spacciati per  più urgenti e decisivi. Nel frattempo, gli interessi sul debito continuerebbero a lievitare e nel bilancio non ci sarebbe spazio per lo sviluppo. Così il giudizio finanziario globale sull’Italia resterebbe quanto meno non positivo, con l’ovvia spirale di conseguenze.

A me pare che realisticamente, per applicare l’esplicito ammonimento espresso da Passera che i nostri margini si sono esauriti, occorra puntare su un messaggio politico forte che si appelli a tutti i cittadini chiedendo un sacrificio economico oggi per tagliare insieme il debito (in misura sufficiente ad alleviare fortemente il peso degli interessi sul bilancio), gli sprechi burocratici, i lacci statistici, innescando così la possibilità di sviluppare le iniziative di ciascuno e di riavere la credibilità internazionale per il paese. Aggiungo che, per rendere l’operazione meno soggetta agli strali dell’antipolitica, sarebbe bene mantenere distinti i proventi destinati al taglio del debito facendoli gestire da uno speciale comitato nominato dal Presidente della Repubblica che abbia la sola finalità di pagare i titoli pubblici alla loro scadenza. Per questa via, verrebbero aggirate le resistenze corporative, sotto la spinta di una manovra che dichiaratamente interessa tutti con un obiettivo percepibile ed incisivo e che in un tempo non lunghissimo darebbe i suoi frutti concreti.

Naturalmente gradirei conoscere le Vostre considerazioni. Vorrei comunque sottolineare che non mi pare realistica la speranza che tanto il pericolo farà rinsavire il paese. Perché le cose del mondo hanno un aspetto accattivante e lasciano liberi di fare quel che si vuole. Ma se quel che si fa non va bene, non lo impediscono e poi chiedono il conto.

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