Le ricette di Keynes e il cambiare questa classe politica (uno scambio con Piero Ostellino)

Piero Ostellino – venerdì 19 agosto 2011

Beh, le libertà liberali sono tutt’altro che flatus voci. Lo Stato liberale è lo Stato giuridico kantiano.

Raffaello Morelli  – giovedì 18 agosto 2011

Io mi limito ad essere preoccupato della  concezione formale delle parole, per cui la libertà, in quanto  spontanea, non verrebbe influenzata dalle condizioni della convivenza e dunque l’impegnarsi sarebbe superfluo. Solo che la costruzione sperimentale (quindi provvisoria) del liberalismo  riguarda le condizioni per dar spazio alla libertà di relazioni ed iniziative di ciascuno. Non definisce quali.

 

Piero Ostellino – giovedì 18 agosto 2011

Liberalismo costruttivista è una contraddizione in termini, perciò mi limito a essere preoccupato.

 

Raffaello Morelli  – martedì 16 agosto 2011  (terza)

Caro Piero, come annunciato allego il .pdf della mia Nota con il pezzetto sull’egoismo motore (pagina  sei). A te la Nota parrà il solito liberalismo costruttivista, che spinge anche all’impegno politico e quindi potresti temere  tratti diabolici. Naturalmente non penso sia così ma dei gusti non si discute.

Piuttosto colgo l’occasione per un’osservazione seria anche se in piena ottica amichevole.

Le tue ultime righe della terza mail, toccano due punti sui quali  il ragionamento dovrebbe essere approfonditp. Non mi riferisco alla circostanza che il tuo liberalismo è “soprattutto” metodologico (mentre per me dovrebbe essere quasi tutto) perché sono valutazioni molto complesse e personali. Mi riferisco al fatto che, oggettivamente in punto di logica, se si assume la centralità del metodo sperimentale, vi sono almeno due conseguenze.

Una è che la sperimentazione non è come fare poesia o musica o arredamento o tante altre cose teoriche di ciascuno. Il ripetuto esame dei fatti reali può far emergere relazioni (il processo di astrarre) che divengono dati costitutivi concreti fino a prova contraria e dai quali non può prescindere il confronto tra gli individui in un quadro di condizioni analoghe. Così spuntano i famosi contenuti (sperimentare non è solo procedura) che mi rimproveri ma che sono legati ai fatti reali e ci vincolano salvo nostre ulteriori iniziative e mutamento del quadro. Le proposte costruttive provvisorie tese a massimizzare la libertà di ogni cittadino sono le strade liberali per tentare di assicurarne il mantenimento e se possibile l’ampliamento nella convivenza libera all’interno del conflitto democratico. L’altra conseguenza è che al fondo la sperimentazione è non compatibile con l’assoluta sicurezza del diritto, proprio perché le regole liberali  sono soggette al cambiamento nel tempo e nei luoghi. Questo non smantella la certezza del diritto, ne smantella la pretesa eternizzante e meccanicistica, che porta ad adorare le leggi (vedi la pretesa di regolare la vita secondo la Costituzione invece del liberale viceversa). Ancora qui emerge il compito dei liberali: non concepire regole troppo di dettaglio, immodificabili, avulse dal senso critico e non soggette a verifiche di funzionamento.

In una parola, adottare la sperimentazione significa capire che il parametro tempo è costitutivo della realtà e che non può essere eliminato. Cosa che solo il liberalismo include e  – ho detto solo, non da solo – consente di fare. Ovviamente, aggiungo, questa attitudine liberale si sviluppa quanto più le persone di mentalità liberale si impegnano a farla circolare. Per cui,  le leggi hanno l’obiettivo prioritario di dare opportunità di scelta e non di obbligare a scelte di vita (tipico esempio la legge sulla facoltà di divorziare).

Se poi mi dici che queste cose manifestano un complesso per il socialismo – che ti ricordo è strutturalmente una impostazione utopica – comincerei a preoccuparmi.

 

Raffaello Morelli  – martedì 16 agosto 2011  (seconda)

Mi addebiti di dire una cosa in un capoverso e di smentirla nel successivo. Può darsi capiti, ma  non in quelli che tu dici.

Intanto non c’è contraddizione su investimenti a debito. A parte il gioco di parole, sono una sostanza connaturata sia con il capitalismo che con il liberalismo. Ovvio che per investire sia indispensabile il capitale, ma non è affatto detto che la proprietà del capitale debba coincidere con la persona che intende fare un investimento di idee o di iniziative economiche. Allora, siccome i liberali escludono ipotesi di furto o autorizzato o via non restituzione, il punto implica l’oculata valutazione di cosa può produrre l’investimento e, in caso di errore, l’importanza civile del fallimento. Se non fosse così, la pratica bancaria del mutuo sarebbe un attentato alla libertà e tutta la ricerca potrebbe essere fatta solo da chi è ricco. Un capitalismo siffatto  porterebbe dritto al monopolio (e l’antimonopolio è uno dei capisaldi del liberalismo reale). Ma neppure il liberalismo esclude l’investimento a debito, se l’investimento non è una finta ed è commisurato alla consistenza complessiva di chi lo fa. Se lo escludesse, negherebbe il suo centrarsi sull’individuo, sempre desideroso di nuovi prodotti, nuove idee, nuove tecniche, nuove avventure. L’investimento è uno slancio ponderato per una trasformazione verso il futuro. E dunque può impegnare risorse con il vincolo di formarne altre in conseguenza. La questione sta qui, cioè nel tipo di investimento, non nel prendere risorse a debito di per sé. La cosa è ancor più delicata negli investimenti pubblici. Nelle democrazie,  il succedersi dei gruppi dirigenti rende molto più difficile individuare e sanzionare a posteriori quelli responsabili di investimenti a debito errati (che alla fine travolgono anche i cittadini che non avevano capito o addirittura non li avevano voluti). Dunque, l’investimento a debito deve rispettare ancor più rigorose condizioni di fattibilità produttiva. Cioè non deve essere fatto per ragioni di spesa corrente e clientelare, ma non è che deve essere escluso. Se si fosse seguito l’indirizzo per cui per fare l’investimento ci deve essere la proprietà del capitale da parte di chi investe, non ci sarebbe stata la ricostruzione italiana nel secondo dopoguerra. E questo dice l’einaudiano art.81, si devono valutare gli oneri per far fronte alle spese, dando per scontato che le spese fossero quelle che servono ai cittadini per convivere meglio e non alle burocrazie pubbliche per ingrossarsi e per sovrapporsi alla cittadinanza (vale a dire investimenti e non spese correnti).

A proposito della differenza che ribadisco tra liberalismo e liberismo, non dici nulla, salvo ammettere che il liberismo è libertà economica, però non aggiungi “e basta”. Invece è appunto quest’orizzonte circoscritto che spalanca le porte a distorsioni sulla libertà politica generale che è l’oggetto del liberalismo, compreso il mite welfare. Sul punto mi rifaccio pari pari alle considerazioni espresse al riguardo da Einaudi.

A proposito del costruttivismo, propendi decisamente a confondere il fatto di costruire con il cosa si vuol costruire. Secondo te, se si vuol costruire qualcosa, si irrigidiscono i rapporti tra i cittadini. Allora, andando ai concetti sottostanti, l’intera storia liberale andrebbe smantellata, dato che in pillola la storia liberale è lo sforzo di consentire le condizioni per la massima libertà dell’individuo relativamente al luogo e al momento storico. La differenza tra le proposte liberali e  quelle che liberali non lo sono, non sta nel fatto che i liberali non avanzano proposte, ritenendo che lo stato brado di natura sia stato il massimo livello di libertà individuale (al contrario per i liberali sono stati i rapporti umani a determinare nei secoli un più alto livello di libertà per ciascuno e più alte condizioni di vita). La differenza sta nel fatto che, come tu dici, “la fonte del liberalismo è la metodologia empirica della conoscenza” e dunque la proposta liberale è tale perché è sempre aperta e provvisoria ( sull’importanza di fare in modo di fondarsi sull’egoismo del cittadino, ti invio poi il .pdf di una breve nota che ho fatto pochi giorni fa). Viceversa le altre non sono liberali perché ricercano la soluzione definiva. Quindi non è affatto vero che tutte le soluzioni costruttiviste limitano le libertà, dipende da quale soluzione si vuol costruire, se liberale oppure no. Che ci siano quelli che vogliono imporre la loro verità (oltre per definizione i religiosi) è perfino banale, ma non puoi concludere che siccome i liberali hanno capito tutto sulla natura umana, allora basta stiano sulle colline a guardare gli scontri, sennò sarebbero adoratori della verità. La questione LIBERALE è che, al passar del tempo, cambiano le condizioni complessive e che quindi occorre adeguare sempre le strutture istituzionali alle nuove esigenze di libertà individuale nella convivenza. Keynes, sottolineando il ruolo decisivo del risparmio non come fine in sé ma per la connessione alla prospettiva di investire, ha fornito un contributo molto importante all’evolversi del liberalismo degli individui, che in spirito conserva la sua validità. La sua era una verità provvisoria che non aveva bisogno di essere imposta da lui (l’esempio di Marx non c’entra, perché, salvo gli intenti giovanili, la sua costruzione ha esiti consequenziali statici, mentre quella di Keynes è strutturalmente dinamica). Non a caso continui a glissare sulle colpe interpretative dei non liberali nel dilagare delle concezioni stataliste. Perché tendi a mischiare il proporre di costruire qualcosa di provvisorio con la versione rigida del manufatto costruito. E vuoi dare la responsabilità al fatto di costruire mentre la responsabilità è della rigidità della costruzione. Il costruire di per sé, in un’ottica provvisoria da sperimentare, è una manifestazione tipica del liberalismo (e del sistema sperimentale). Per la quale è necessario impegnarsi. Credo di dover prender atto che lo escludi non per attitudini personali, ma per motivi concettuali.

Quanto al fatto che avrei il complesso socialista e che sparerei  palle di fuoco al liberalismo, permettimi di sorridere e di attribuirlo alle tue obbligate frequentazioni di quelli che davvero non vogliono in alcun modo il liberalismo praticato e lo confondono con le operazioni al vento.

Quanto alla battuta conclusiva, concordo sull’idea di liberalismo, che storicamente ci ha resi più liberi, con lo Stato giuridico, e ci fa vivere meglio. col capitalismo e il mercato lasciati lavorare. Appunto. Come sostengo, capitalismo e mercato sono i primi beneficiari delle regole dello Stato di diritto ed esistono perché ci sono quelle a regolarli. La questione è il tipo di regole, se aperte alle libere relazioni oppure impositive della verità comunitaria. L’alternativa non è spontanea.

 

Piero Ostellino – martedì 16 agosto 2011  (seconda)

Il saggio sulle conseguenze delle sanzioni di guerra è la sola opera di Keynes acuta e condivisibile. Il resto è puro inellettualismo, cioè costruttivismo di un  tecnocrate nato liberale (per classe sociale) e diventato dirigista (convinto che il dirigismo prosperi meglio in un regime totalitario) per presunzione. La sua indifferenza per il risparmio, e la sua passione per il deficit spending, sono una delle più grandi cazzate della storia economica come bene ha mostrato Hayek. Nei suoi confronti, tu ragioni come i marxisti su Marx: non era Marx in errore, ma lo erano i marxisti. Ahimè, persino l’azionista Bobbio ha smontato la balla. Da noi, gli esegeti di Keynes sono proprio gli azionisti, che non credono che “il popolo bue” – l’esecrato “uomo qualunque”, che è poi l’Individuo che vota, il cittadino secondo i liberali e la democrazia – sappia quali sono i suoi reali interessi e abbisogni perciò di qualcuno “che sa” che lo guidi (l’avanguardia del proletariato, secondo Marx; il partito comunista, secondo Lenin; la Repubblica secondo il tardo azionismo di Scalfari e C.). Io, da liberale, non credo ci siano verità rivelate, ma che sia compito del processo politico – contando le teste – arrivare a scegliere fra opzioni diverse e non necessariamente antitnomiche; è il “pluralismo di valori” di cui parla Berlin contemperato dalla democrazia e temperato dalle garanzie del costituzionalismo. E’ qui, secondo me, che liberalismo e democrazia si completano reciprocamente; l’uno come garanzia di chi perde nella conta delle teste; l’altra come veicolo di decisione non conflittuale. Mi rendo conto che il mio liberalismo – ma credo sia il liberalismo tout court – è innanzi tutto, anche se non soprattutto, metodologico (tradotto: nessuna presunzione di verità, sperimentazione (il try and error di Popper), quadro normativo che contempli le libertà al plurale nel rispetto di quelle di tutti, ma senza danni reciproci, una qualche cautela nei confronti della legislazione che muta secondo le maggioranze politiche producendo “incertezza del diritto” (vedi da Constant a Bruno Leoni) mentre il tuo, e dei liberal, è contenutistico, finendo col diventare costruttivismo (che è, se non la negazione, l’inquinamento dirigista del primo).

 

Piero Ostellino – martedì 16 agosto 2011  (prima)

Nella tua lettera – come spesso ti accade, ma non è un difetto; rivela se mai solo un eccesso di problematicità – dici una cosa in un capoverso per smentirla in quello successivo. Gli investimenti a debito si chiamano deficit spending e sono disastrosi perchè mettono a soqquadro il bilancio pubblico e richiedono elevata pressione fiscale, confisca di risorse da parte della classe politica e sottratte agli investimenti produttivi. Il liberalismo – lasciamo perdere le stronzate sul liberismo, che è poi la libertà economica, una delle libertà liberali come quella di coscienza,  detta in modo spregiativo – propone una cornice normativa (leggi regole del gioco) entro la quale le libertà degli Individui si possano esprimere al meglio alla sola condizione di non arrecare danno agli altri e prevede persino un mite welfare dove ce ne sia bisogno (lotta alla povertà;  lo dice persino Hayek con la proposta di salario minimo per i meno abbienti). Punto. Tutte le soluzioni costruttiviste limitano le libertà individuali e producono danni, come la storia dimostra. La fonte del liberalismo è la metodologia empirica della conoscenza: nessuno detiene la Verità, nè singolarmente nè collettivamente; la verità è dispersa in mille rivoli e non individuabile da una qualche volontà che pretende di conoscerla; ricercando il proprio tornaconto personale (il fornaio, il macellaio, il birraio di Adam Smith e la divisione del lavoro) si produce “inconsapevolmente” un beneficio generale (da Mandeville in poi tutto il liberalismo). Credi a me, i liberali hanno già detto tutto ciò che si doveva dire sulla natura umana e i suoi limiti. Keynes, a modo suo, era un costruttivista; credeva di conoscere la Verità e di avere la formula per superare gli egoismi individuali, che nel liberalismo sono anche empatia individuale, una forma di moralità spontanea (ancora Smith) che sono la forza del liberalismo. Costruttivista lo è anche il cattolico liberale Mario Monti, che sogna l’armonizzazione fiscale europea e non si accorge che è in contraddizione con la libertà di movimento di uomini e capitali; se lavoro e investimenti costano dappertutto allo stesso modo perchè mai uomini e capitali dovrebbero andare altrove da dove si trovano già (male) ? Come molti liberali col complesso socialista, tu fai del liberalismo un “fantoccio polemico” (Einaudi) e gli spari contro palle di fuoco, sbagliando obiettivo. Zanone – che pure, culturalmente, parla a proposito di liberalismo – a parte la passione per la politica che lo ha corrotto, ne è un esempio: si è ridotto a difendere quel pasticciaccio della nostra Costituzione – attenzione: l’art. 81, come lo ha voluto Einaudi, era contro gli investimenti a debito, non a favore – che è un catorcio costruttivista fallimentare perchè negatore dello spontaneismo della vita (il diritto alla casa in Urss che finisce in coabitazione perchè non si costriuisconole case; l’eguaglianza di fatto del nostro art. 3, che o prefigura il totalitarismo (l’eguaglianza per legge fra capaci e incapaci, meritevoli e lazzaroni, intelligenti e cretini, poi disattesa persino dal socialismo reale che distingueva, e bene, fra chi aveva potere, la classe politica privilegiata, e chi no, il popolo) o non è semplicemente applicabile in una società aperta. Non si tratta di essere liberisti a oltranza che poi non so neppure che voglia dire – diciamo per un mercato senza regole; in Russia, l’assenza di un sistema legale ha prodotto un capitalismo di rapina – ma di fare i conti con la Realtà (i “distinti” di Croce, studioso di Machiavelli  e di Marx), evitando di piombare nel dover essere, di confondere la Politica con la Morale, l’Economia col Diritto, di spostare il traguardo sempre più in là verso un orizzonte mai raggiunto come fanno tutti gli utpisti anti-liberali. Questa è la mia idea di liberalismo, che storicamente è poi quella che ci ha resi più liberi, con lo Stato giuridico, e ci fa vivere meglio. col capitalismo e il mercato lasciati lavorare. Piero Ostellino

 

Raffaello Morelli – martedì 16 agosto 2011

Caro Piero, sai che apprezzo il tuo impegno per diffondere  il liberalismo, perciò ho colto il contrasto con l’atteggiamento su Keynes. Penso non alla biografia ma alla politica liberale oggi. Identificare le idee liberali di Keynes con quelle  attribuitegli dai non liberali, da loro un duplice vantaggio. Arruolare un liberale dichiarato ed evitare di essere contrastati dalla sua logica liberale. Non saprò dell’edizione tedesca (magari è un opportunismo alla Bobbio) ma so che l’impostazione di Keynes non c’entra con Repubblica, la cattiva politica, il cattivo giornalismo e il ricorso ai miti. Li aborro anch’io. Keynes – fin da quando preconizzò che sanzioni troppo dure avrebbero portato la Germania al revanscismo – è sempre stato attento ai problemi reali e alle conseguenze di cosa vien fatto. L’obiettivo è la convivenza civile aperta nel mondo umano. Non è mai stato statalista. Ha sempre favorito il massimo utilizzo dei fattori di produzione. E chiarito che il risparmio non è un fine in sé ma è connesso alla prospettiva di investire, perché le condizioni di libertà di tutti sono determinate dal lavorare e produrre di ognuno (non dal monetarismo sganciato dalla realtà e dal tempo che ha creato il mostro del capitalismo di debito e lo strapotere finanziario).

Questo è liberalismo che opera, allora e oggi. Tu attribuisci a Keynes le colpe di interessati interpreti socialisti, conservatori e  cattolico sociali (poi, chi sono i liberali catastrofisti che se la prendono con la democrazia liberale? perché  riconosci a non liberali la qualifica di liberali?). Così trascuri che le profonde difficoltà italiane derivano proprio dal non aver seguito la politica keynesiana di investimenti oculati e continui,  preferendo la spesa corrente a debito con fini clientelari. Nonostante che un altro grande liberale, Einaudi (deciso nel distinguere liberalismo da liberismo economico), abbia formulato nell’art.81 la logica dell’equilibrio dinamico e del pareggio di bilancio. Accantonati dal conformismo del quieto vivere.

Non basta teorizzare lo stato liberale, va fatto vivere con la politica di atti e norme per il cittadino (ora hanno nemici più agguerriti dello zombie comunista). Rifiutare Keynes equivale a rinunciare ad uno strumento di azione realistica e aperta per la diversità. Hai scritto da poco un bel pezzo sulla riforma dello Stato. Come è possibile attivarla se non si riduce di un quinto  quel debito pubblico che prosciuga gli investimenti e scusa lo statalismo? E chi paga i 380 miliardi se non gli italiani, con i beni statali e di ogni cittadino, vista l’impossibilità di ripetere le mosse del Governatore Einaudi? Altrimenti con la teoria (o con il sindacalismo di ambo le parti) non si deregolamenta la pubblica amministrazione né si liberalizza il mercato per togliere molti vincoli all’intraprendere in proprio e al lavorare subordinato. In pratica si parla di diversità del cittadino ma si affianca il bene comunitario del tassare i redditi. Insomma, condivido le tue critiche all’Italia d’oggi ma, siccome la tua logica non è dei liberisti al vento (non vuoi il monopolio per premiare la bravura), trovo controproducente ripudiare economisti liberali utili ancor oggi per certi aspetti delle loro idee legati allo scorrer del tempo e non al potere. Anzi, l’essenziale è assemblare la formazione politica liberale che riequilibri il clima politico.

Piero Ostellino -lunedì 15 agosto 2011

Caro Raffaello, Keynes era un tecnocrate che, come tutti i tecnocrati, aveva una forte vocazione antidemocratica, altro che un grande liberale ! Ce l’hanno anche gli azionisti di Repubblica che, non a caso, sono keynesiani e considerano bue il popolo che vota non come vogliono loro. Forse non sai che Keynes scrisse che le sue idee si addicevano meglio a uno Stato totalitario nella prefazione all’edizione tedesca del 1936 (Hitler al potere !) della sua Teoria generale. Ora, la cattiva politica e il cattivo giornalismo dicono che la crisi è internazionale e l’addebitano a una non meglio identificata speculazione, mentre sono tante, singole, crisi nazionali di Paesi indebitati fino al collo per la stessa cattiva politica: eccesso di intermediazione pubblica – lo dice anche Ricolfi, che non è propriamente un liberista – spesa pubblica dilagante e pressione fiscale intollerabile per mantenere uno Stato dilatato oltre misura, inefficiente e costoso; crescita della burocrazia e dell’impiego pubblico come fattore di stabilità sociale (e qui Keynes c’entra e come ! I nostri impiegati pubblici in sovrannumero sono i lavoratori che scavavano buche e le riempivano col New deal); destinazione del risparmio al finanziamento del debito invece che a investimenti produttivi (sta bene che alla lunga saremo tutti morti, che il risparmio è, per dirla con lui, dannoso, ma qui Keynes continua lui a fare danni). Non si tratta di essere liberisti (la parola, poi, non mi piace; preferisco economia libera, libertà di intrapresa nelle regole di uno Stato di diritto che da noi lo è sempre meno), ma neppure statalisti perchè fa progressista. Certi liberali – che amano chiamarsi liberal, senza la e finale – lo sono diventati, e Keynes è uno di questi, per un complesso di inferiorità nei confronti del socialismo e persino del comunismo che sono poi falliti. Erano convinti che la pianificazine sovietica fosse il suoperamento del capitalismo e del mercato (viva Mises, a questo punto, che aveva capito subito l’aria che tirava). La democrazia liberale ci ha dato libertà e diritti individuali come mai abbiamo avuto; il capitalismo e il mercato altrettanto benessere. E certi liberali che fanno ? Si accodano ai catastrofisti e se la prendono con la democrazia liberale – le libertà al plurale anglosassoni – il capitalismo e il mercato, una di quelle. Alzano l’asticella ad ogni passo in avanti, spostano il traguardo verso un orizzonte mai superato perchè non superabile se lo si sposta sempre più in là. Beh, io non ci sto, anche se – solo per difendere l’Individuo, il cittadino massacrato di tasse, l’imprenditore che ci mette anni per mettere su l’azienda a causa dell’eccesso di burocrazia, in nome della collettività (un’astrazione ideologica già condannata da Weber) – ho sempre maggiori difficoltà a pubblicare i miei articoli persino al Corriere dove gli editori sono quei banchieri, industriali, parassiti vari che – articolo di Einaudi del 1934 – avevano dato l’assalto alla finanza pubblica dopo la caduta della Destra storica, spacciandosi per capitalismo (oggi, poi, con i patti di sindacato !!!!). Non chiedo di essere difeso neppure ai liberali, ma almeno capito.

 

Raffaello Morelli – sabato 13 agosto 2011

Caro Piero,

la frase centrale del tuo pezzo odierno (poi ripresa dal titolo) contro Keynes, contrasta non poco con i tuoi sforzi continui per diffondere un approccio liberale alle cose della convivenza. Capisco che, come già abbiamo avuto occasione di constatare due anni fa da Te, tu abbia una grande considerazione per l’istituto Bruno Leoni (che come sai giudico malriposta), comunque credo che nel caso tu sia stato affascinato da una leggenda metropolitana di liberisti al vento. Non ha fondamento attribuire alle ricette liberali di Keynes (uno degli ultimi grandi economisti liberali dichiarati) l’uso distorto che ne hanno fatto gli interpreti socialisti burocrati e i politici italiani, soprattutto del mondo democristiano, interessati a diffondere lo statalismo verniciandolo con natali non suoi.

Keynes ha introdotto gli investimenti a debito per agevolare una maggiore occupazione, e ciò rientra in pieno  anche nella previsione einaudiana dell’art.81 della Costituzione. Invece gli epigoni socialisti e democristiani hanno praticato la spesa corrente in deficit (a prescindere dagli investimenti) per ingrassare il loro parco clienti. E in seguito il liberismo conservatore ha pensato bene di reagire alla spesa in deficit inventando un mercato automatico della moneta fuori delle regole e del tempo (che ha finito per creare il mostro del capitalismo di debito, inducendo i danni di cui alla attuale mareggiata dello strapotere finanziario).

Nella logica economica di Keynes – attenta ai fatti della realtà come si conviene ai liberali – si sarebbe fatta la manovra che in Italia è ormai indispensabile. Da una parte una consistente spallata al debito pubblico intorno  al 20% (con dismissioni di beni degli Enti pubblici e prelievi unitariamente modesti sugli asset di ogni cittadino, siccome è profondamente ipocrita far finta che il debito pubblico non riguardi i cittadini italiani) e dall’altra parte, raggiunto subito il pareggio di bilancio con il risparmio sugli interessi così indotto,  una robusta trasformazione dei rapporti economico sociali nella convivenza  (deregolamentare la Pubblica Amministrazione e liberalizzare il mercato per togliere molti vincoli al cittadino, dall’intraprendere in proprio al lavorare subordinato; e insieme ridurre il livello e il numero delle aliquote Irpef per diminuire il peso istituzionale). Invece nella logica onirica della presunta solidarietà che fa sognare il mondo perfetto e sbattere contro la realtà, si è fatta la solita manovra che pensa solo all’oggi,  incide sui redditi medio alti, e non trasforma la natura dello Stato.

E’ ovvio che i liberisti, sempre alla ricerca del fare le cose semplici quando non lo sono, ora puntino al costituzionalizzare il pareggio di bilancio. Intento lodevole ma che appartiene alla sfera delle scelte politiche non facilmente definibili a livello giuridico (pensare di farlo oggi, per di più, ricorda le sceneggiate). Oltretutto già esistono le regole europee che infatti da anni circoscrivono quantitativamente i danni in Italia della dissennata politica di spesa statalista. Insomma, l’einaudiano articolo 81 contiene le cose che servono per il pareggio di bilancio. Se il pareggio non è stato rispettato non è perché ne manca la logica in  Costituzione, ma perché il sistema nel suo complesso, dai cittadini alla Corte Costituzionale, ha fatto finta che non la prevedesse. Cioè non c’è stata la volontà politica.

Tu concludi auspicando una grande manifestazione che dica a questa classe politica di andarsene. Estrapolata, è la tesi di Bersani sulla maggioranza. Insisto nell’affermare che porre così il problema non porta a niente (e infatti, da anni,  non sono capaci neppure di sostituire il Presidente del Consiglio). Per cambiare le cose, è indispensabile avere un progetto che indichi la via per farlo in pratica. Enunciare la volontà senza darle uno strumento per realizzarla, non solo non basta, può essere controproducente (almeno per chi sostiene le idee liberali alla luce dei fatti sperimentali). Ecco perché non condivido il tuo articolo di stamani. Perché si scaglia contro le idee liberali di Keynes, quando anche lo spirito delle idee di Keynes centrate sul cittadino fa parte del concreto bagaglio operativo per dar voce politica ai liberali. Il problema liberale in Italia non è manifestare per le proprie libertà,  per i propri diritti individuali e per i propri interessi. E’ contribuire davvero a far sì che le istituzioni assumano questi parametri come esclusivi in tutti i rapporti di convivenza. Caro Piero, riuscirvi è di fatto impossibile limitandosi a manifestare oppure a fare i consulenti, senza che prima vi sia una formazione politica liberale che riequilibri il panorama politico e spinga in tale direzione.

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