Ancora su laicità istituzioni e militanza nel PD (a Piergiorgio Odifreddi)

Caro  Piergiorgio,

ho letto la Tua mail con due giorni di ritardo ma sono indotto dalla cortesia e dalla prontezza della  risposta  a proseguire apertamente nell’applicare il mio spirito critico di liberale. Il mio intento non è salottiero e si avvale di quanto Tu hai scritto circa il battersi insieme per “gli ideali che ci accomunano”.
Per  reciproca comodità di ragionamento, riprendo il filo riferendomi alle quattro parti della mia notazione. Ed osservo che hai detto la Tua sulla prima, sulla seconda e sulla quarta ma non sulla terza. Che invece nel discorso tra di noi è forse la questione logico operativa centrale. Di fatti, la questione politica essenziale è : per i laici e per la laicità delle Istituzioni , chi è il vero avversario , la Chiesa oppure i cittadini e gli esponenti politici che più o meno scopertamente vogliono usare la fede come fonte legislativa ?
A me pare non ci siano dubbi che, nelle condizioni storiche del nostro paese, il vero avversario siano i secondi. Il nostro paese ha  strutture normative che, seppur ad un livello per noi insoddisfacente e fragile, non sono all’anno zero della laicità. Siamo ad una fase in cui, proprio perché è tempo di por mano alla battaglia per l’abrogazione del Concordato (intesa non come semplice sfogo emozionale), occorre cominciare a mostrare come dovrebbe funzionare una società in cui i rapporti interreligiosi scaturissero dalla libera scelta di ciascun cittadino e non da patti tra lo Stato e le varie Chiese.
Quando i laici trattano le Chiese come controparte politico culturale addirittura rappresentativa  della rispettiva parte di cittadini credenti, escludono  in principio e in fatto la libertà religiosa del cittadino (e per di più accettano una violazione dei basilari criteri di rappresentanza democratica).  Invece imperniando  la battaglia politica laica contro chi, non appartenente alla gerarchia, propone più o meno scopertamente  di usare una fede come fonte legislativa, i laici possono mettere a fuoco di fronte a tutti i cittadini il vero nodo della questione, che è – per dirla con le parole dell’estensore della bozza del Manifesto dei Valori del PD, Ceruti  – il riconoscimento della rilevanza delle religioni nella sfera pubblica, non solo privata.
Dare questo riconoscimento significa rinunciare alla laicità delle istituzioni. La formulazione del Manifesto non punta certo a sostenere che è rilevante la  libertà di esternare in pubblico  il proprio credo ( non a caso Tu hai sostenuto questa libertà e sei stato cannoneggiato da tutti i clericali) bensì  punta  subdolamente a sostenere che è rilevante riconoscere alle organizzazioni religiose (  in Italia innanzitutto quella cattolica) uno status privilegiato e di fatto vincolante nella formazione delle leggi relative ad una vasta gamma di materie decisiva per formare e consentire ad ogni cittadino di esprimere la propria variegata identità. I clericali fanno come se queste due accezioni di rilevanza coincidessero, per i laici esse sono mutuamente esclusive. Questo implica, per prima cosa, che i laici non devono trattare come avversarie le Chiese, perché ciò li farebbe apparire fautori del limitare l’esercizio della religiosità e giustificherebbe la strumentale equiparazione tra laicità e volontà di sopprimere la religione ( mentre nessun vero laico ha mai voluto eliminare la religione e nel ‘800 ha solo applicato alle organizzazioni di Chiesa una sorta di multa civile per risarcire la comunità degli enormi vantaggi ottenuti dalla Chiesa con l’esercizio dell’abusivo potere temporale). Gli avversari dei laici sono coloro che, non appartenendo alle strutture religiose, propugnano in qualche modo la fede come fonte politico legislativa (vedere l’incredibile articolo di Michele Brambilla sul Giornale di lunedì 31 che evoca neppur troppo subliminalmente la necessità di organizzare la convivenza sulla risposta religiosa alle domande ultime). Su questo i laici devono imperniare la propria essenziale ragion d’essere politica.
Chiarire il punto getta una luce significativa e di amalgama anche sugli altri tre aspetti della mia notazione originaria. Dal “compromesso” ( insisto che non si tratta né di compromesso né di posizione intermedia ma di una soluzione di altro genere rispetto ad anticlericalismo e clericalismo), alla centralità del cittadino, alla non equivalenza tra risorgimento e liberalismo, alla impossibilità logico politica di conciliare la laicità delle istituzioni con la militanza nel PD. Quest’ultima è l’altro punto nodale sul quale mi permetto di sollecitare la Tua fermissima riflessione.
Quando Tu derubrichi il Tuo ingresso nel PD ad un’occasione offerta da Veltroni  per poter sostenere la laicità dal di dentro, mi pare Tu accetti l’idea che la politica si possa fare solo nei “grossi” partiti. Psicologicamente forse questo è un retaggio delle origini non liberali e quindi comprensibile, ma nell’Italia di oggi è , permettimi, un atteggiamento pericoloso. I due grossi partiti sono lanciati sulla linea del leaderismo e del plebiscitarismo basata sul fare a meno delle procedure democratiche e della discussione reale ( quella cioè dove la decisione non è una finta ma avviene previo dibattito e votazioni specifiche non circoscritte a corpi notabilari ) nelle scelte politiche e dunque sul ritenere un fastidioso inconveniente la partecipazione critica dei cittadini non conformisti (dunque l’aderire ai due grossi partiti agevola un disegno teso a comprimere  il conflitto democratico tra i cittadini). Per di più, l’entrare nel PD significa sottovalutarne l’habitat dal punto di vista laico. In quel partito, il tema della laicità delle istituzioni viene come minimo tenuto ai margini dei grandi temi politici da affrontare e addirittura trasformato in nuova occasione di conformismo comunitario (dunque proporsi di fare da contrappeso a Ceruti-Binetti dentro il PD mette in partenza in condizioni sfavorevoli perché fa accettare decisioni prese da una platea di aderenti più ostica, vale a dire con meno laici, di quanto sarebbe fuori del PD ).
Dal momento che  noi laici riteniamo che la questione della laicità delle istituzioni sia centrale, credo che ognuno di noi dovrebbe potenziare quelle posizioni politiche che riflettano tale convinzione e la sostengano esplicitamente. All’ingrosso sono due nell’Italia di oggi, l’area liberale e l’area della sinistra arcobaleno. Non ti sembra ? Perché mai i laici dovrebbero favorire i due grossi partiti che al massimo concedono loro di  stare sulla difensiva, quando i temi della vita attuale richiedono ragionevolmente più laicità , più soggettualità ?  Perché  mai i laici dovrebbero rispondere alla nuova crociata lanciata da Ferrara e da Bondi sulla 194 (con intenti non di aggiornamento tecnico ma di progressiva felpata abrogazione) , cominciando con l’arretrare sulle questioni più generali della libertà individuale ?  Proprio se il problema politico è far maturare la laicità tra i cittadini, occorre renderla oggetto di conflitto politico e per questo non disperderla nel corpo di grossi cetacei in rotta per altri mari. E’ un tipico caso in cui la forza politico istituzionale non viene dalle trattative diplomatiche dentro il palazzo ma dalla spinta creata dalle convinzioni profonde nella società. Ed è davvero singolare che mentre tra i cittadini italiani i comportamenti laici stanno crescendo sensibilmente, il mondo politico stia sempre più piegandosi alle pressioni delle minoranze clericali che si avvantaggiano di una loro maggior spregiudicata determinazione nel poter manovrare in quadro politico ridotto a lotta per il potere sganciato dalle idee e dunque più conformista.
Non intendo certo suggerirTi  i comportamenti rispetto al PD, ma in generale penso che il maggior vantaggio alla battaglia laica verrebbe dal farla divenire un tema centrale del conflitto politico e quindi una linea di demarcazione essenziale nel formare le alleanze politiche e i progetti di governo. Sarebbe questa stessa innovativa determinazione ad assicurare quella visibilità che è impossibile ottenere restando nella penombra dei palazzi forgiati dai grossi partiti attuali su temi più congeniali ai loro fini di potere.

 

 

 

 

 

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