La necessità di una lista liberale nell’Unione (a Beatrice Rangoni Machiavelli)

Cara Beatrice,

concordo sulla tua contentezza e sulla tua preoccupazione. Sulla contentezza aggiungo il rammarico per non essere riuscito a far partecipare alle Primaria2005 anche una giovane candidata liberale che, nell’ottica dei due milioni di votanti da me sostenuta fin da giugno ( ed ero pessimista), non avrebbe disturbato Prodi (l’ossessione dei DS e di alcuni nostri amici che confondono l’obiettivo di battere Berlusconi con i mezzi per riuscirvi) e avrebbe assicurato ai liberali, ad un costo abbordabile, un palcoscenico mediatico decisivo per noi e forse anche per il centro sinistra. Quanto alla preoccupazione, il discorso è molto più articolato. Io credo che i liberali debbano essere preoccupati non solo circa l’esito del nostro impegno per battere Berlusconi ma anche, qualora si realizzi l’auspicato esito positivo, circa la possibilità che il secondo governo Prodi riesca a governare seguendo un minimo di rotta liberale.

Le due preoccupazioni, pur concettualmente distinte, conducono alla stessa esigenza immediata: che esista un gruppo politico liberale in quanto tale ( abbandonando ogni tergiversazione sia sulla presunta possibilità che esistano liberali a destra sia sul fatto che basti dirsi liberali come semplice aggettivazione di sostantivi di altra ascendenza culturale) e che la coalizione dell’Unione sia allargata ad una lista rappresentativa di questo gruppo liberale. In teoria la preparazione del convegno dello scorso 1° ottobre e quanto ne è scaturito – la decisione di giungere alla Costituente dei Liberali a metà dicembre – dovrebbero risolvere il primo aspetto. Peraltro, nei fatti, già su questo aspetto si avvertono delle incertezze preoccupanti. Come Passalacqua ha ripetutamente detto al Convegno, solo noi della FdL abbiamo sempre sostenuto la necessità del gruppo liberale, e viene il dubbio che si possa restare ancora quasi i soli se si pensa che già dieci giorni fa, come FdL e Liberalcafé, abbiamo inviato a Sinistra Liberale e Critica le bozze di una piattaforma programmatica e di uno statuto associativo ( vedi allegati 1 e 2), sulle quali non si riesce ad avere alcun concreto giudizio. E i tempi prima delle elezioni sono molto stretti. Tuttavia è sul secondo aspetto, il necessario allargamento della coalizione dell’Unione, che le preoccupazioni sono molto forti e più pressanti.

Innanzitutto, c’è l’eccitazione per il risultato delle primarie che nel centro sinistra porta ad analisi distorcenti e a proposte affrettate e pericolose. Lasciamo da parte il dettaglio dell’analisi numerica che già mostra (Mannheimer) che gli unici ad avere nettamente superato il proprio peso elettorale rispetto ai dati precedenti dei rispettivi sostenitori sono Mastella soprattutto e Di Pietro e che Prodi di più ma anche Bertinotti sono restati abbastanza al di sotto i loro punti di partenza; ed accantoniamo anche la considerazione che Prodi è stato sopra la media nazionale (+12 in Emilia, + 5,5 in Toscana, + 5 in Veneto, + 4 in Trentino, + 3 in Umbria e Liguria) nelle regioni dove DS e/o Margherita sono molto strutturati. In linea di massima si può però senza dubbio dire che le primarie non sono state un plebiscito ma un confronto vero (meno male) e che la convergenza di molti su un nome non ha indotto su questo nome un suffragio maggiore di quelli prevedibili in partenza. Anzi, credo sia difficile negare, al di là dell’antica attitudine ruffianesca verso i vincitori del momento, che il vero successo delle primarie sia fondato proprio sulla presenza di differenti opzioni politiche indotte dalla partecipazione soprattutto di Bertinotti e di Mastella ( e anche di Scalfarotto e dei senza volto). Per non parlare poi degli oltre 16.000 ( circa lo 0,45 % del totale) che hanno votato bianche o nulle. Affermare perciò, di fronte a questi dati, che per battere Berlusconi occorre riprendere il discorso dell’Ulivo indifferenziato e unito, c’entra come il cavolo a merenda.

Per brevità, Ti riporto il ragionamento che ho esposto ieri l’altro a Gianni Riotta. “L’esperienza del partito democratico americano non è automaticamente riproducibile in Italia foss’altro perché da noi le tradizioni marxista e cattolica hanno radici troppo forti e quella liberale troppo deboli. Far finta che non sia così e scegliere di slancio la via della indistinzione saltando a piè pari faticose e problematiche maturazioni nelle mentalità e nei comportamenti, sarebbe non soltanto un (grave) errore culturale ma prima ancora un (decisivo) errore elettorale. L’ulivo indistinto sarebbe un regalo alla Casa delle Libertà che  i fautori del cambiamento non si possono permettere. A meno di non pensare seriamente che a sei mesi dalle elezioni Fassino, D’Alema e i DS, oltre che Boselli,  decidano di annunciare l’abbandono della tradizione socialista in Italia e a Bruxelles come richiesto da Rutelli per arrivare alla lista unica bicamerale e al partito democratico. 

Nel centro sinistra ci si deve piuttosto convincere che è necessaria la presenza non solo dei moderati cattolici di Mastella ma anche di quella (osteggiata, e non mi riferisco a Bertinotti) dei liberali (tra i fondatori dell’Ulivo e nel 1996 nella coalizione,non dimentichiamolo), che sono gli unici a poter rappresentare credibilmente quei cittadini laici e critici che non si riconoscono nella cultura della sinistra italiana né dei cattolici democratici e che, siccome liberali, non sono compatibili con il centro destra berlusconiano e dunque non rifuggono la scelta politica. Di sicuro non basterà all’Unione usare il liberalismo, quando costretta, come un aggettivo esornativo. Non scordiamoci che la nuova legge elettorale (se approvata nel testo della Camera) è, quanto alla designazione del vincitore, una legge più maggioritaria di quella attuale”.

Insomma a me pare che una coalizione poggiata su cinque gambe ( listone DS-Margherita Verdi e Di Pietro, sinistra antagonista, comunisti italiani, Mastella e al massimo SdI insieme ai radicali riconvertiti repentinamente dagli amori neocon) sia una coalizione che non possa entusiasmare il cittadino liberale. Il che è pericolosissimo perché, con il collegio unico nazionale di fatto costituito dalla nuova legge, qualche astensione di troppo può essere decisiva per far vincere Berlusconi (il quale durante la campagna potrà pure rilanciare la sua bugia di essere anche liberale). E non è finita. Poniamo pure che si riesca a battere Berlusconi anche senza la lista liberale. Ti pare pensabile, sulla scorta dell’esperienza di Bruxelles, che, dopo, il governo Prodi secondo possa governare seguendo strade liberali senza che i liberali si siano dimostrati un gruppo politico? Di più, non si siano dimostrati neppure una linea di pensiero politico, poiché , non riuscendo a collegarsi elettoralmente, giustificherebbero lo sport di etichettare con l’etichetta liberale tutto e il contrario di tutto.

Cercare di colmare il buco liberale che esiste nella politica italiana significa dunque una cosa, ripresentare alle elezioni una lista dell’area liberale in quanto tale. Purtroppo avverto tra di noi preoccupanti titubanze, che aggravano la debolezza strutturale delle nostre possibilità operative. Titubanze principalmente rispetto al passaggio chiave, quello di individuare all’interno dell’Unione chi potrebbe, se non proprio aiutarci, lasciar via libera alla nostra lista nella coalizione. Vi sono tuttora amici che ritengono possibile trovare una sponda in Rutelli, nonostante i suoi aperti cedimenti a proposito della laicità che rendono la sua linea obiettivamente divaricata dalla nostra. E ancora di più amici che pensano di sconfiggere Berlusconi sul suo terreno e così cercano di fare di Prodi un altro leader da assecondare fino al conformismo remissivo.

Vi è poi chi – come me e tanti altri, ma per ora non abbastanza per una massa critica verso l’esterno – ritiene i liberali un possibile interlocutore alternativo per la sinistra riformatrice qualora si dovesse in un (prossimo futuro) riformare il centro neodemocristiano ( i sintomi ci sono tutti). Questo non vuol dire chiudere gli occhi sul disinteresse che i DS, prima di tutto quelli come Chiti fermi alla logica del rapporto con il mondo cattolico, hanno dimostrato per i liberali, sempre sospinti verso i popolari. Vuol dire però pensare che in questo momento le convenienze elettoralistiche per battere Berlusconi convergono con la prospettiva di una sinistra che voglia andare oltre il mero rapporto con il mondo cattolico. Per questo, da lunghissimo tempo, sto cercando di spingere per arrivare ad un incontro ufficiale con Fassino e con una delegazione DS ed esprimere di persona il disegno complessivo liberale, dalla lista alle elezioni ad un contributo per assetti meno conformistici nei rapporti politici di coalizione e nel dibattito culturale. Non è del tutto escluso che in loro possa accendersi la lampadina. Finora però si è sempre finito per rivolgersi solo alla sirena Prodi. Pensare di avere un risultato analogo per via prodiana ( con Parisi la massima teorizzatrice e sostenitrice dell’ulivismo indifferenziato e dell’elitario superamento della tradizione socialista), è voler negare un’esperienza ormai decennale. In coerenza con il costume liberale, Prodi è un candidato Presidente del Consiglio da sostenere integrandolo , nella piena consapevolezza che le rispettive lunghezze d’onda non sono identiche. E per integrarlo, occorre prima fare ogni sforzo appunto per essere presenti alle elezioni (anche perché , questa volta , i combinati disposti delle nuove regole elettorali danno la certezza della copertura finanziaria).

Ti ho svolto queste mie considerazioni convinto che questa è la sola strada praticabile per dare il massimo contributo liberale sia alla sconfitta di Berlusconi sia alla possibilità di un governo che adotti anche caratteri liberali. E permettimi di dire che secondo me Antonio B., come nei primi anni della FdL, sarebbe di massima dello stesso avviso.

 

 

 

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