Su una messa in guardia riuscita (a Riccardo Chiaberge)

Caro Riccardo,

Ti ringrazio per aver reso possibile mettere in guardia i lettori de Il Sole sulle carenze, in tema di libertà, del messaggio del prof. Bodei. Cosa riuscita anche per merito della replica del professore, ancor più esplicita dell’articolo nel far emergere la sua speranza di tornare alla cultura di un futuro più prevedibile. Il prof. Bodei pensa a rapportarsi con il futuro come l’artigliere punta a bersagli in movimento – bersagli che hanno una traiettoria definita, certa, nello stesso periodo temporale ed esterna all’arma e al puntatore – quando invece le questioni della libera convivenza futura sono indefinite, incerte, riferite a tempi anche distanti e soprattutto   interne alla nostra libertà di cittadini.

Il professore conferma una serie di posizioni sulla libertà improntate alla (forte) diffidenza. Innanzitutto l’archetipo della sinistra, per cui il rapporto tra libertà ed eguaglianza dovrebbe essere non di distinzione ma di contrapposizione, assunto sperimentalmente errato (la libertà implica l’eguale dignità di ciascuno, l’eguaglianza non implica la libertà, anzi tende a negarla). Oppure l’insinuazione correlata che la libertà sarebbe un privilegio in un mondo lacerato dai conflitti   ( quasi che i conflitti dipendessero dai privilegi e che, per superare i conflitti, occorresse un “ordine” e non più libertà e democrazia in più paesi). E non basta. Il professore scrive che la libertà è “una fede basata sull’assolutizzazione di dati incontrovertibili nel presente immediato, la cui consistenza futura non è però garantita”. Appunto. La libertà sono valori e metodi da applicare di continuo, non fuoriescono mai dal tempo, non sono mai definitivi. La libertà rovescia la cultura che pensa di cementare la convivenza   promettendo un futuro bellissimo (e con questa scusa soffoca l’individuo).

Così i liberali partono dall’idea che il futuro non può essere predeterminato e si sforzano di influenzarlo con le libere scelte individuali. Viceversa il prof. Bodei si sente fortemente attratto dall’impulso a volerlo predeterminare. Ne ha il diritto . Ma non ha quello di attribuirne la paternità ai liberali , asserendo che la tesi della “fine della storia” per il trionfo del mercato esposta da Fukuyama apparterebbe al filone liberale: si tratta di un autore e di tesi tipiche del neoconservatorismo americano ( una concezione frontalmente contrapposta al liberalismo) con cui i liberali si sono accapigliati fin dal loro apparire.

Insomma, appare chiara la tendenza del prof. Bodei a fraintendere la funzione autonoma e centrale delle questioni di libertà. Al punto da abbandonarsi a qualche destrezza argomentativa, come quando mette in dubbio la qualifica di liberale per Keynes. Questo non dovrebbe essere fatto passare, perché sconfina nella disinformazione ( se puoi, trova il modo). Keynes aderiva al partito liberale e propugnava idee liberali. Scrivere nel 1926 (mi pare) la fine del laissez faire è una riprova dell’evolversi nei decenni degli strumenti liberali necessari al mercato e alla libertà. Solo chi ritiene che il futuro debba essere predeterminato, rifiuta le idee di cambiamento e di evoluzione e vorrebbe eternizzare le politiche di metà ‘800.

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