Società civile non basta

La tesi di fondo dell ‘appassionato articolo del prof. Guido Rossi sul Corriere della Sera del 30 novembre è riassunta nel titolo: ‘Società civile e basta’. Nel senso che la società civile – un frutto prelibato della democrazia liberale, nota l’autore – non deve essere scambiata per una formazione politica perché essa “non è partitica, non si con­fonde con nessuno, vuoi solo esprimere critica­mente i suoi principi da far valere in una comuni­tà ordinata e rispettosa dei diritti di tutti e non solo di alcuni”.

Ora, a un liberale fa molto piacere il ricono­scimento che vi è una stretta e feconda connes­sione tra società civile e democrazia liberale. Ma la tesi di fondo, se riferita alla situazione italiana di oggi come si propone il prof. Rossi, zoppica oltretutto sul bordo di un pendio pericoloso.

La tesi è zoppa quando sostiene contempora­neamente due cose tra loro in contrasto: da un lato che, “di fronte all’ arretramento dello Stato e allo sfarinamento delle istituzioni, la società civile è la custode dei diritti delle libertà e dei bisogni dei cittadini” e dall’altro che “la società civile non si mescola con la politica”. La prima asserzione è giusta, l’altra non credo, almeno nei termini che illustro dopo.

Le due asserzioni non contrastebbero solo se si volesse sostenere che la società civile deve estraniarsi dallo Stato in quanto è lo Stato la vera ma­lattia e che una società senza stato e senza istitu­zioni , cioè spontanea e senza regole, è più libe­ra. Siccome non pare sia questo l’intento del prof. Rossi, il contrasto sussiste. In effetti, senza dub­bio la società civile non può che essere distinta dalla politica. Ma la distinzione consiste in una diversità di funzioni. Le relazioni tra i cittadini ed il loro associarsi devono esplicarsi liberamente intersecandosi, per durate variabili, in miriadi di interessi, di valori, di comportamenti, di private felicità, in un apparente caos creatore di sempre nuove conoscenze e opportunità di emancipazio­ne umana; d’altra parte per rendere possibile tut­to ciò è indispensabile – ve ne è di continuo la controprova storica – uno specifico modo di as­sociarsi con il fine di organizzare la convivenza civile tra diversi affinando regole di massima (a cominciare dal mantenere i criteri pubblici della convivenza fuori dai valori religiosi) mirate a con­sentire la più grande libertà possibile ai cittadini, singoli e associati. Questa seconda funzione è appunto il compito della politica, un particolare modo di associarsie irrinunciabile in un sistema libero.

Il prof. Rossi scrive che oggi in Italia la politica è lontana da svolgere il suo compito: “in una società televisivamente degradata agli slogan, al­l’insulto personalizzato, all’incoltura critica, il degrado della politica ha trascinato con sé lo sfarinamento delle istituzioni democratiche, con­fonde le idee con le persone, si avvale di sondag­gi rozzi e faciloni invece che di consenso critico sui programmi e sui progetti”. Insomma oggi  “politica e istituzioni tendono a sopraffare a tutti i livelli”. Ora, se questo è vero – e in buona parte lo è – qualcosa dovrà pur supplire al compito inadempiuto dalla politica e contribuire ad orga­nizzare la convivenza libera. Si vuoI lasciare il campo agli stessi responsabili del degrado? Non va dimenticato che la democrazia deve an­dare a braccetto con il giudizio sulle esperienze fatte.

Del resto società civile e politica sono distin­te, non reciprocamente estranee. La società civile è frutto prelibato della democrazia liberale per­ché incarna il rifiuto del panpoliticismo, l’auto­nomia del cittadino rispetto allo Stato anche nella vita pubblica. Quando però si avvertono i sintomi del pericolo opposto, l’avvio della disgregazione dello Stato, allora l’associazionismo della socie­tà civile deve farsi carico del gravoso impegno di puntellare la politica per risollevarla dalla sua decadenza fino a restituirla alle sue funzioni de­mocratico liberali. Se non lo facesse tradirebbe la filosofia stessa del suo essere autonomia della cit­tadinanza. Senza Stato, non c’è più cittadinanza. Ecco perché zoppica la tesi di fondo del prof. Rossi. Oggi la società civile deve guardarsi den­tro e, conservando senso critico e misura di real­tà, avere la consapevolezza che per nascere i mo­vimenti, come i bambini, richiedono atti conclu­sivi. Se sul mercato politico non esiste l’offerta giusta, bisogna introdurcela. Oggi, la società ci­vile, per evitare lo spettro dell’ Aventino, deve tro­vare la passione per sapersi mescolare pro tempore alla politica.

Il prof. Rossi afferma che la società civile “non mira alla presa del potere dello Stato, bensì inten­de sviluppare le basi di un nuovo contratto sociale che contenga i fondamenti della giustizia nella versione del grande filosofo Rawls” (liberale, spe­ifico io). Ma trascura il fatto che queste dichia­razioni sono già una bandiera politica, sono già un mescolarsi alla politica. Quella appunto fatta di idee, cultura, programmi, progetti che ha come obbiettivo “meno Stato, più società civile”. Il pun­o chiave non è farsi partito. Il punto chiave è di­hiararsi esplicitamente dalla parte di chi, assu­mendosi quest’onere, sostenga il modo d’essere eli’ associazionismo della società civile con coerenza di impostazione, di comportamenti e di sto­ia culturale. Certo, schierarsi costa fatica e tal­olta, in un contesto pervaso da corporazioni chiu­e e ossequio al potere, rinuncia al quieto vivere.

Ma sono convinto che impegnarsi per mantenere le condizioni di una libera società civile sia un investimento vantaggioso.

Il prof. Rossi insieme ad altre personalità di rilievo ha dato vita a Libertà e Giustizia; il mese corso, a Laterina, due gruppi più politici, Fede­razione dei Liberali e LobbyLiberal, hanno deciso di costruire un’ AREA LIBERAL (sito www.arealiberal.it) che costituisca l’opposizione liberale e sviluppi la Grande Alleanza dei Libera­li, Democratici e Riformatori imperniata sul pri­mato della libertà per avviare la riforma e l’ammodernamento della Repubblica. Ecco. Mi sembra che, oggi come oggi, tutti questi movi­menti che si rifanno ai valori della società civile dovrebbero trovare il coraggio di mettersi alla prova e di individuare connessioni collaborative, magari temporanee. L’obbiettivo è dare voce e rappresentanza, anche all’interno del maggiori­tario, ai cittadini che per cultura, valori e comportamenti si riconoscono nell’area liberal-democra­tica-riformatrice e in una serie di conseguenti precisi indirizzi programmatici.

 

 

 

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