Bilancio Previsione ’83, assestamento

PRESIDENTE. Prego i colleghi di prendere posto. La seduta riprende sulle leggi di bilancio.

Ha la parola il collega Morelli.

MORELLl. Questo dibattito, come è stato già rilevatato, è anomalo perchè lo si fa su un piano che non è veramente tale. In realtà, in genere, il Bilancio e il Piano triennale, dovrebbero dare una precisa indicazione sulle scelte che la maggioran­za vuole portare avanti e il fatto di aver separato la verifìca politica dalla discussione, riduce, in so­stanza, questi documenti ad un inventario delle scelte di massima auspicabili, il che ne fa qualcosa più di un inventario tecnico, ma sicuramente le fa rimanere al di sotto, e largamente, di una scelta strategica quale, a nostro parere, dovrebbe­ro essere, in senso lato, un Piano triennale di que­sta portata.

Noi diamo questo giudizio partendo da un pre­supposto e cioè che questa verifica che, per ini­ziativa del Partito Comunista, è in corso, non è finta, ma è una volontà reale di esaminare i muta­menti necessari, o comunque possibili, nell’assetto non solo della Giunta, ma anche del modo di ap­proccio alla problematica di Governo della nostra Regione. Allora, se – come noi crediamo – que­sto è vero, il dibattito politico non si concluderà sostanzialmente oggi con il voto sul Bilancio e sul Piano Regionale di Sviluppo e gli interventi che dobbiamo fare in questa sede, come peraltro in larga misura è stato fatto, sono interventi che si devono preoccupare di centrare quelle che do­vrebbero essere le tendenze di sviluppo del modo di governare in Toscana. In questo senso giudi­chiamo e interpretiamo sommariamente il Piano Regionale e il Bilancio al nostro esame, cioè co­me una indicazione di massima di quelle che po­trebbero essere le scelte possibili da parte della nuova maggioranza che, forse, si creerà,

Vorrei parlare seguendo questo filo logico: so­stenere che ci sono dei miglioramenti avvertibili in queste scelte, come ci sono dei limiti, ma il principale limite – oltre quelli gestionali – è un limite di tipo strutturale. Cioè del tipo di approc­cio che si fa al concetto di programmazione della funzione della Regione nell’ambito programmato­rio. I miglioramenti senza dubbio sono presenti rispetto al Piano dell’anno passato. Noi, l’anno passato, criticammo largamente l’approccio setto­riale globalistico che veniva dato dal Piano, ma anche sottolineavamo che pure vi erano già av­vertibili dei segni di cambiamento. Questi segni, in qualche misura, si sono sviluppati, perchè si possono elencare alcune cose che faticosamente vanno avanti, a partire dalla verifica, che, sia pure consegnata negli ultimi giorni e limitata all’an­no ’81, per ora, comincia ad avere dei dati dispo­nibili, alle grosse innovazioni relative alla struttu­ra del Bilancio per renderlo più corrispondente al­la facoltà di programmazione e che noi crediamo deve essere senza dubbio portata avanti, miglio­rata, anche tecnicamente sviluppata e che comun­que non verrebbe, credo, vanificata come valore, come principio – dal fatto che si va sempre più divaricando la competenza dalla cassa, come in­dicato dall’Assessore.

Le leggi di spesa e di riordino della delega, già presentate e in avanzato corso di presentazione, anche queste sono dei momenti importanti di svi­luppo di questo seme per avvicinarsi al concetto di una Regione che si apre alla società. E si tro­vano altri sintomi nella volontà di riordino dei ruoli, anche istituzionali, – vedi il caso delle Associazioni Intercomunali, sul quale peraltro torne­remo dopo per dire invece i limiti di questo pur avanzamento – e in genere nella prosecuzione del lavoro di cui, per dire la verità, si hanno in questa sede più degli echi lontani che delle precise conoscenze, ma che comunque sappiamo che sta avanti in merito alla predisposizione del Bilancio Regionale consolidato. In genere non vanno ne­gati tutta una serie di sforzi di fondo, anche da parte del gruppo di maggioranza quasi assoluta, cioè del Partito Comunista, in direzione a quello che il capogruppo ha chiamato nel suo intervento «Inno agli autocompiacimenti». Questi, detti som­mariamente, a volo d’uccello, sono degli oggettivi sintomi di miglioramento che si avvertono rispet­to a quelli che l’anno passato avevamo detto dei semi presenti. Accanto a questi sintomi di miglio­ramento ci sono però anche evidenti sintomi, di ritardo che, a nostro parere, discendono innanzi tutto da una abbastanza approfondita analisi su­gli investimenti, la loro dinamica, le loro prospet­tive, tant’è che tutto il discorso – giustamente centrale – sulla disoccupazione a noi sembra ab­bastanza rituale tanto è vero che, io credo, non è abbastanza raccordato con i problemi dell’osser­vatorio.

Ma i limiti principali che noi vediamo a livello di impostazione non generalissima, che è quella su cui mi tratterrò nella seconda parte del­l’intervento, sono quelli relativi alla pressochè to­tale assenza delle problematiche fondamentali del terziario. Problematiche che noi non ridurremmo assolutamente ad un volo pindarico in avanti o ad una ricerca di eccessiva specializzazione, quasi che si potessero ridurre a specializzazione i problemi fondamentali della razionalizzazione e della efficienza, e l’insufficiente impegno sulla possibilità di riprendere in mano il controllo del territorio, sia approntando le leggi al riguardo, sia rivedendo tutta la questione del C.R.T.A. se­condo gli indirizzi di una mozione che noi abbia­mo presentato anche recentemente al Consiglio e cioè di vedere nuovamente questo Consiglio par­tecipe e protagonista di scelte fondamentali del territorio non demandando tutto ciò esclusiva­mente a competenze tecniche che finiscono vera­mente, esse sì, per configurare un momento di en­tificazione non controllata in questa sede.

E poi, sempre per parlare dei limiti relativi a questioni importanti – non quella generalissima – basti pensare al problema dell’agricoltura, largamente trascurata, nonostante le parole in contrario. Ad­dirittura ci sono dei pezzi in cui si parla di argo­mentazioni, vedi le bonifiche, che poi vengono contraddette nella legge di Bilancio perchè non si danno quei fondi che vengono promessi nella par­te narrativa, oppure si pensi a tutta la struttura messa su non la storia dei Piani aziendali che, ri­spetto alla realtà imprenditoriale toscana, partori­scono il classico topolino avendo poi portato alla approvazione nemmeno 200 Piani aziendali con­tro una cifra di molte migliaia di imprese di que­sto tipo. E lo stesso dicasi per i settori dell’Arti­gianato e della Sanità dove veramente si vede co­me spesso gli sforzi anche di riorganizzazione ge­stionale siano sempre poi sotto la cappa di piom­bo di una sorta di tendente concorrenzialità ideo­logica nei confronti del privato che porta a non scegliere quelle che sono le migliori soluzioni tec­niche.

Basti, in questo senso, a fare fede, uno studio recentissimo dell’IRPET che dimostra co­me spessissimo, in certi casi, le soluzioni di ap­palto nei servizi pubblici in Toscana sono vantag­giosi sul piano dei costi unitari rispetto alle solu­zioni di gestioni dirette. In generale noi, come li­miti, vediamo una abbastanza accentuata generi­cità delle procedure di controllo sullo stato delle strumentazioni e uno scarso raccordo con le au­tonomie non territoriali (vedi Università o Came­re di Commercio) e in genere, come accennavo prima, una non corrispondenza tra gli intenti isti­tuzionali. Il ruolo delle Associazioni Intercomu­nali viene correttamente, finalmente, detto un ruolo non di quarto livello, cioè non di program­mazione, però poi si vedono praticamente, e i re­centi esempi lo dimostrano, la legge sull’edilizia residenziale pubblica, oppure la legge di spesa nelle attività estraagricole, le quali dimostrano co­me questa volontà espressa, e da noi prima se­gnalata come un sintomo di miglioramento, non trovi poi, e qui è il limite, una effettiva rispondenza nell’attività legislativa.

Ecco così delineati con rapidità i limiti partico­lari, anche se molto importanti, di impostazione, vengo a dire che però, a nostro parere, proprio in omaggio a questa ottica di considerare questi bi­lanci come un passo sul dibattito tuttora in corso e che non si esaurirà stasera sul come governare la Toscana, anche i limiti sono meno importanti rispetto al limite generale di impostazione che, in fin dei conti, getta una luce particolare anche sui limiti correnti or ora indicati. E cioè, a nostro pa­rere, non viene collocata coerentemente la funzio­ne della Regione come momento, come snodo particolare della programmazione generale ed ar­ticolata dello Stato. Questo si vede, e a nostro parere ha dei riflessi, sia nei rapporti del quadro della programmazione nazionale come processo, sia nei rapporti con la società civile, le imprese e altro. È questo il motivo di fondo; è questo non collocare correttamente la funzione della Regione nei rapporti della programmazione gener almente intesa .che porta a dare alla Regione una funzione di quasi Sindacato, di facente parte del Sindacato delle Regioni contro lo Stato nel suo complesso, o a proporre che il ruolo delle Associazioni Inter­comunali dovrebbe essere ricondotto a quello corretto di gestione di servizi comunali di più va­sta area solo attraverso la revisione di statuti – il che, a nostro parere, sembrano essenzialmente pannicelli caldi – e non attraverso un intervento diretto e centrale.

È questa non corretta posizione della funzione della Regione nella programmazio­ne che porta a dire che il guaio delle USL – co­me ci ha detto ieri l’Assessore Vestri – sono solo importati dal centro e non dipendono anch’essi da una qualche mancanza di capacità direzionale e gestionale di impostazione da parte della Regione. E dallo stesso errore di non corretta imposta­zione della Regione deriva un secondo ambito, quello dei rapporti con la società civile, quella concorrenza con il privato di cui prima parlavo e che porta anche duplicazioni di funzioni tra le quali potrebbero essere esemplificative, emblema­tiche, ad esempio, la copertura da parte della FI­DI, attraverso il credito a breve, di spazi che non dovrebbero, a nostro parere, essere istituzional­mente da essa stessa coperti. In altre parole, si tende sempre a far perseguire alla Regione il ruo­lo di centro motore e regolatore dello sviluppo e a richiedere al centro tutta una serie di interventi che, a sè stanti, possono essere anche validi, ma che non lo divengono se privi di valutazioni glo­bali di costi e benefici.

Esempi possono essere fat­ti: i tre vialoni, lungo la costa tirrenica, dell’Aure­lia, la diga Farma-Merse, l’acquedotto elbano; tutti interventi che possono, avendo le disponibilità, essere anche importanti, ma che avidentemente, se ci si limita a chiedere i soldi senza vedere que­sto rapporto costi-benefici, e non ci si pone anche il problema di cosa incidono nel complesso dello Stato, della programmazione, queste opere che pure hanno un~. rilevanza, si finisce per fare poli­tica di tipo essenzialmente rivendicativo. Senza dubbio con ciò noi non vogliamo negare che ci siano dei gravissimi errori anche da parte della gestione dello Stato, inteso come Governo centra­le, però diciamo che in una corretta visione di programmazione, se ci sono degli errori a vari li­velli, intanto l’organo deve correggere i propri: questo in un corretto rispetto del ruolo funzionale di una programmazione come processo. Se si fa­cesse questo poi potremmo chiaramente e facil­mente trovare un accordo circa, ad esempio, tut­ta la problematica della necessità di una legge finanziaria regionale non transitoria. Perché sia­mo senza dubbio d’accordo che il limite reale dei provvedimenti urgenti, ora in discussione, non consiste tanto nel contenimento delle somme a disposizione per l’anno ’83 rispetto all’anno ‘82 . salvo gli aumenti e i tributi propri, quanto nel fatto che non vi sono nemmeno quei riferimenti d’avvio alla sistemazione della materia triennale che gli stessi provvedimenti dispongono ad esempio per la finanza comunale e povinciale. Non ce ne scandalizziamo, come fa per esempio il Partito Comunista, perché l’urgenza di far fronte alle limitate disponibilità e la stessa sostanziale arretratezza o non maturità del dibattito su questi punti, che tra l’altro in buona parte derivano dal­la logica assistenziale abbracciata nell’epoca della solidarietà nazionale, concordi anche i Comuni­sti, non davano margine per andare oltre l’avvio della programmazione per Comuni e Province. Però resta il fatto, su cui tutti concordiamo – al­meno in larga parte – che non si può restare sen­za una legge finanziaria regionale organicamente concepita in un arco triennale perché ciò vorreb­be dire andare avanti nella logica del rodaggio.

Questa legge dovrebbe naturalmente affrontare il problema coerentemente al ruolo giusto della Re­gione, come snodo della programmazione, nel­l’ambito di uno Stato articolato su più livelli; e al­lora non è possibile pensare che si possa esercita­re un potere di indirizzo e coordinamento senza ipotizzare una adeguata possibilità di intervento sui flussi finanziari destinati agli Enti Locali, sia per quanto riguarda le spese correnti concernenti i servizi primari o di vasta area per i quali si deve puntare ad un minimo di uniformità (come il ser­vizio sanitario, o i trasporti, o la sicurezza socia­le), sia per quanto riguarda i flussi di investimen­to con i quali si realizzano obiettivi di sviluppo attraverso la modifica delle condizioni strutturali. Su questa strada, secondo noi, c’è da esplorare la opportunità di affidare alla Regione la facoltà di assicurare un equilibrio nelle aliquote dei tributi ìocali tra aree territorialmente contigue, quindi si tratta di stabilire delle compatabilità tra le auto­nomie dei diversi organi e le esigenze della pro­grammazione, ma di tenere presente che non è possibile separare il ruolo della programmazione regionale da uno strumento di coordinamento finanziario degli Enti Locali.

Ecco, su queste cose si può ragionevolmente discutere, perchè noi non siamo certo tra quelli che addossano alle Autonomie le colpe dello sfa­scio dello Stato, non solo perchè non è vero, ma perchè comunque strozzare non è mai una politi­ca; però anche il capogruppo del PCI riconosce­va che formalmente certi provvedimenti, persino di Andreatta, formalmente hanno una loro vali­dità, magari certe conseguenze e certi fini succes­sivi possono essere largamente discutibili, ma in­tanto noi correggiamo, per quanto ci riguarda, gli errori che compiamo.

Allora, che senso ha, come noi diciamo, cor­reggere il tipo di ruolo? Per fare che cosa? E poi per trovarsi d’accordo su questi provvedimenti che elencavo sommariamente? Per superare tutto, fondamentale è il problema della spesa automati­ca, della spesa corrente, ma in generale, per supe­rare la logica di un assistenzialismo che si auto­genera e trova in sè stesso impulsi perchè finisce per essere finalizzato esso stesso al mantenimen­to, indefinitivamente portato avanti, del consenso, noi vorremmo arrivare ad uno Stato che intervie­ne meno, ma che è più articolato nella program­mazione. Ed è qui, a nostro parere, che si annida­no evidentemente delle contraddizioni nel pro­gramma regionale di sviluppo. È un punto centra­le cui tutti hanno finito per parlare. Si è parlato a lungo di programmazione concordata degli Enti Locali e contrattata con le imprese. Ma questo va ben poco oltre l’espressione di buona volontà, perchè il vero nodo da risolvere è quello di far marciare la programmazione come processo: ed allora, da un lato ogni Ente ha una sua funzione, non riducibile nè a sovrapposizioni gerarchiche, nè a illusoria sovranità, dall’altro gli apporti e gli scambi di conoscenze e- di elaborazioni tra fun­zione pubblica ed imprese non devono contrab­bandare una forma di intervento dirigista che sarà, sì, meno sfacciata, ma sicuramente non sa­rebbe meno sterile.

Noi, un anno e mezzo fa, sollevammo in que­sta sede, trovando un pochino sorpreso il Segre­tario generale del Partito Comunista, il problema del neo-contrattualismo. Non vorremmo che oggi che si parla finalmente di questo e si introduce questa sostanza di contrattualità, dicesse: «Ma come, proprio voi che l’avete introdotto ora tro­vate da ridire?» Sì, perchè questa che ci viene proposta è una contrattualità, a nostro parere, ancora assai ambigua – l’ho detto all’inizio – si cerca di aprirci alla società ma in modo ancora ambiguo. Perchè? Perchè noi vorremmo introdur­re progressivamente questa logica e ci rifacciamo a questa perchè vogliamo spingere verso uno Sta­to inteso come insieme di ordinamenti, che fissa le regole del giuoco, che tende a fissare e ad assi­curare i procedimenti attraverso i quali tali regole del giuoco vengono stabilite; d’altra parte, invece, c’è uno Stato produttivo, cioè l’insieme dei poteri discrezionali del Governo.

Noi pensiamo che lo Stato produttivo, inteso in questo senso, deve progressivamente restringersi a favore del ruolo dello Stato che «fa fare» e non «che lascia fare» ai acittadini interessati puntando, attraverso istituzioni capaci, a stimolare negli stessi cittadini forme di convivenza costruttive nel reciproco interesse. È da qui che noi deriviamo la nostra con­vinzione, che poi nelle forme trova delle larghe convergenze con gli altri, sia pure per motivazio­ci forse diverse, dell’importanza del decentramento dei poteri esercitabili ma limitati, dei poteri controllati, diversificati, ma controbilanciati. Allo­ra, se lo Stato deve essere un meccanismo per produrre istituzioni per favorire tale attività, noi crediamo che per questa via si arriva ad una con­elusione, cioè che il potere non è più la sede oscura dell’esercizio discrezionale delle volontà del Palazzo, ma, al contrario, diviene esercizio decentrato di innumerevoli rapporti a due dei cit­adini favoriti nel loro esito dalla presenza di isti­tuzioni che siano responsabilizzanti e incentivanti.

E questa è cosa ben diversa, come impostazio­ne di fondo, dalla logica espressa in un brano del capogruppo del PCI nel quale si dice che i rap­porti con l’economia devono essere in modo cre­scente finalizzati ad una forte integrazione delle azioni pubbliche con le strategie economiche di­ventate tecnologiche delle aziende singole ed as­sociate. «Forte integrazione», ma noi diciamo che non si debbono confondere i ruoli, cioè lo spirito coerente del neo-contrattualismo è, al fondo, quello non solo di avere delle regole del giuoco, ma di farle funzionare nel senso di usare anche quelle fatte per scegliere i governanti, per pre­miarli o punirli dei loro comportamenti proprio tesi a far marciare uno Stato produttore di scelte, come dicevo prima, e che consenta ai cittadini di operare. E quindi, in questo senso, non vorrem­mo che questo tipo di programmazione coordina­ta con gli Enti Locali e trattata con le imprese finisse per essere un momento meno sfacciato, ma potenzialmente anche dirigista; ecco perchè parlavo ancora di ambiguità. È una ambiguità che nella logica neocontrattuale va superata at­traverso lo sblocco dei rapporti politici sociali, che parte dalla consapevolezza non solo che le ideologie. non bastano, ma che nessun blocco po­Iitico sociale può, da solo, pre valere. Questo è un punto centrtale; ed ecco perchè è importante il confronto e il non limitarsi alla contrapposizioni frontali, ed ecco perché noi siamo più d’accordo con la metodologia del confronto aperto in sede di verifica, mentre siamo meno d’accordo e abba­stanza ancora in disaccordo sui contenuti oggi raggiunti nel complesso di questi piani, che sono poi i limiti a cui facevo cenno all’inizio.

Siamo, per esempio, d’accordo larghissima­mente con quanto stamani diceva il consigliere Pollini sulla necessità di recuperare a fondo l’effi­cienza, la produttività di servizi e in questa logica anche por mano a grosse riforme che salvino lo spirito e le grandi scelte di altre grosse riforme fatte nel passato (l’Assessore Pollini si riferiva al­la 833, che è una riforma senza dubbio da salva­re e che come principi informatori era giusta, ma si tratta di render la sempre più praticabile e at­tuabile). Allora, in questa logica, ripigliando il di­scorso di Pollini dell’efficienza e della produttività dei servizi, bisogna mettere la macchina regionale e tutti insieme nelle condizioni di predisporci ad utilizzare la ripresa che non è dietro l’angolo, ma che in altri Paesi – mi fa piacere che questo dato di fatto sia stato richiamato e riconosciuto come un dato di fatto reale sia stato richiamato sia dall’Assessore al Bilan­cio, sia dall’Assessore Pollini – è una realtà ormai in marcia, della quale non ci dobbiam troppo rallegrare, perchè è una realtà che vorrà vedersi – come si suoi dire – in faccia nelle capacità di reazione. In questo sforzo di discutere e di cogliere le occasioni attraverso un recupero dell’efficienza produttiva dei servizi, io credo che si fa un passo in avanti e sotto questo profilo affermo che, in realtà, sono oggettivamente morte le Giunte di sinistra intese come bene in sè. Una Giunta non dà la certezza che viene fatto un tipo di politica giusta e aggiungo che proprio le Giunte di sinistra sono morte come schieramenti corrispondenti alle realtà di blocchi sociali contrapposti. Ma la logica che invece si sta mettendo in moto è, viceversa, quella di trovare – come dicevo prima – delle soluzioni nella consapevolezza che nessuno può prevalere a fondo, riescano a portare avanti intanto scelte di volta in volta precise e programmaticamente efficienti. Non sono evidentemente morte – e il dire questo sarebbe pura illusione e follia – le alleanze di sinistra, che sono una cosa ben diversa, che noi molto spesso (prima sempre, ora quasi sempre o molto spesso) non condividiamo, ma che possono essere intese in un’altra logica, in una logica già appunto più vicina a quello che noi intendiamo essere il confronto naturale, politi­co; esse possono essere la risposta di una mag­gioranza legittimissima, democratica e con certe idee ai problemi del Paese per risolvere i nodi che prima si elencavano.

È chiaro che se le alleanze di sinistra sono intese nell’ottica della dinamica anche conflittuale e non nella logica dell’egemo­nia di uno dei Partiti che compongono queste al­leanze, e se soprattutto non si pongono come frontiera semplice e invalicabile per rendere sem­plici problemi che semplici non sono, allora, an­che questi tipi di alleanze ci potranno vedere con confronti aperti e magari in disaccordo, ma po­tranno svolgere un ruolo utile. È chiaro che se vi­ceversa queste alleanze dovessero porsi come frontiera semplice oppure ripetere la strada dei ruoli subordinati al grande fratello, allora vera­mente sarebbero strade vecchie e incapaci di ri­spondere ai problemi di novità del Paese e, al li­mite, anche al tipo di verifica e di apertura politi­ca che lo stesso Partito di maggioranza relativa nella nostra Regione ha fatto pubblicamente in questa settimana.

Noi, da parte nostra, riteniamo che un tipo di risposta di questo genere, che amiamo chiamare «neocontrattualista» a sfondo sociale, può venire inizialmente da un tipo di raccordo, che è da co­struire, con l’area laica. Certo che bisogna dire che non deve essere in nessun caso confusa con delle ipotesi di neocentrismo, perchè confondere l’area laica con il neocentrismo vuoi dire adottare la logica di un demiurgo che assegna le parti in commedia, che è totalmente estraneo alla logica del raggruppamento dell’area laica e del tipo di contatto programmatico, procedurale che sta alla base di tutta la tematica neocontrattualistica che ho avuto più occasioni di evocare in questo Con­siglio.

Il discorso del segretario regionale della DC, Matulli, a questo proposito, è stato in diversi pas­saggi apprezzabile, ma certo su questo punto centrale che è la formazione, la costruzione del­l’area laica, come momento migliore di aggrega­zione, di allargamento di questa capacità di fare politica sulle cose super ando gli schieramenti contrapposti e corrispondenti a supposti blocchi sociali mai convergenti e mai che possono convi­vere, su questo, dicevo, effettivamente i silenzi so­no tanto lunghi quanto preoccupanti, anche perchè vengono dopo altri silenzi in documenti ufficiali del Comitato Regionale dello stesso Par­tito e tanto più in quanto, guarda caso, tendono a coincidere con la logica bipolarista che traspare dalla Segreteria De Mita in varie proposte, com­presa quella neocentrista che è palesamente una logica bipolarista, che è l’esatto contrario di quanto noi andiamo proponendo sotto questo aspetto neocontrattuale. Però noi pensiamo che, data la sede, su questo argomento si possa fare ulteriore chiarezza e lo vogliamo anche sperare.

Vogliamo solo aggiungere che gli incontri e i tempi già prefissati dai partiti laici devono pren­dere pure atto che Marcucci ha detto che non c’è pretesa di dare soluzioni definitive alle scelte, poichè le cose sempre si possono rivedere ed ag­giornare e, in questo senso, ha anche trovato un’eco precisa e puntuale nella tesi espressa dal Segretario Regionale del Partito Socialista, quan­do ha detto che non si tratta di abbandonare il programma per strada, ma di selezionare al me­glio i problemi e le questioni. Ecco, qualora la pa­rola «selezionare» sia una maniera per affrontare questo discorso del raccordo progressivo sulle co­se da farsi, è una cosa accettabile e se ci saranno le condizioni nel tempo, nel proseguire di questa verifica, si potrà manifestare una convergenza. Del resto questo non farebbe altro che essere in piena linea con quelle che sono le nostre convin­zioni da sempre perchè noi liberali siamo sempre per realizzare le riforme possibili e fattibili e su questa linea non pensiamo di ritirarci indietro mai, in nessuna occasione, nè in Regione dove svolgiamo un ruolo di opposizione, nè a Roma dove svolgiamo un ruolo di Governo. Certo è che qualora, anche a livello romano, a livello di Go­verno, non fosse possibile realizzare in concreto le riforme e quelle scelte di profondo rigore che oggi sono necessarie per governare questo Paese e per potersi mettere in grado di sfruttare a quel livello i sintomi di ripresa che esistono a livello internazionale, allora, in quel caso, se non ci fos­se la possibilità concreta di esercitare praticamen­te il ruolo di Governo rigoroso, è chiaro che lo sbocco di tipo elettorale dovrebbe essere una soluzione che non è la migliore ma neppure la peggiore.In questa logica noi non voteremo questi programmi e il Bilancio non considerandoli, come ho detto all’inizio, un sostanziale adempimento tecnico e pensando che i prossimi due tre mesi daranno il seno più pieno di quelle che sono le reali scelte di fondo della nuova maggioranza e di come sono gli assetti e le persone che potrnno dare l loro impronta definitiva a queste scelte e a questi assetti.

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