Cultura e politica

Libro dal titolo “CULTURA e POLITICA nell’IMPEGNO dei GOLIARDI INDIPENDENTI” a cura di Giuliano Urbani e Raffaello Morelli

Volumetto dell’ANNO ACCADEMICO 1962-1963 , formato 158×125 , pag. 36, stampato in Roma – Cartografica – 1963

CulPol1bis

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CAPITOLO I°

UNA SCUOLA «DA RIVEDERE» IN UNA SOCIETÀ IN SVILUPPO

Se c’è, dal dopoguerra ad oggi, un dato non controverso nella realtà politica della società italiana , questo è il riconoscimento una­nime del grave stato di crisi in cui si trovano le istituzioni scola­stiche nel nostro paese.

Inchieste di giornali e convegni di riviste, comitati di partiti e commissioni ministeriali, piani governativi e ricerche individuali hanno denunciato periodicamente l’insufficienza della scuola , la sua incapacità a fornire un ‘istruzione adeguata, la scarsità nei mezzi c nelle attrezzature, l’urgenza di ridare prestigio e dignità professio­nale agli insegnanti .

Malgrado questi atti di denuncia e questa diffusa coscienza di arretratezza, negli ultimi quindici anni si è andata ulteriormente ag­gravando nel paese la distanza fra ciò che lo sviluppo della società veniva richiedendo alla scuola e quello che la scuola poteva obiet­tivamente dare. Mentre cioè, lo sviluppo economico e sociale ren­deva possibile – e quindi improrogabile – un deciso sforzo per elevare ed allargare la base culturale del paese attraverso una com­pIeta revisione dell’Istruzione pubblica (indirizzata a potenziarne i momenti formativi), la scuola, a causa delle sue strutture didattiche ferme alle esigenze educative di mezzo secolo addietro (mezzo se­colo che ha visto compiersi nel campo del sapere e delle umane re­lazioni i più grandi rivolgimenti), a causa delle sue invecchiate at­trezzature e del suo scarso prestigio economico professionale, rimaneva incapace di porsi al livello di questa « sfida» che le veniva proposta, venendo così a costituire una fra le maggiori istituzioni “conservatrici” della società italiana nel momento in cui non di­veniva lo strumento-guida nella formazione di nuove intelligenze e di un nuovo ordine.

CAPITOLO II

POLITICA E CULTURA NELLA SOCIETÀ ITALIANA

1 – I  PROBLEMI DEL PAESE NELLA SUA FASE DI SVILUPPO

Le ragioni del progressivo distanziamento fra scuola e società appaiono più facilmente comprensibili quando si pensi alle linee fondamentali seguite dal paese nel suo processo di sviluppo ed al contesto politico in cui si venivano svolgendo.

Subito dopo la liberazione, la società italiana ha dovuto affron­tare pregiudizialmente il problema della ricostruzione in senso for­male e strutturale di sè stessa, badando nel contempo ad evitare ogni possibile scivolamento autoritario nei vuoti provocati flagli squilibri propri del processo in atto. Tali linee di svolgimento, nella loro stessa logica, hanno finito col mettere in moto tutta una serie di problemi nuovi, che vanno dall’esigenza di costruire una mo­derna società industrializzata (punto A), a quelli del mantenimento di un equilibrio sociale (punto B), fino ai quesiti inerenti la stessa dinamica dello sviluppo (punto C); questi problemi, ai quali non si è saputo offrire una soluzione nè in termini ideali nè in termini istituzionali, costituiscono tuttora, a 18 anni dalla fine della guerra, il banco di prova del nostro ordinamento democratico.

A) La Società industriale. – La moderna società industriale (ciò che i marxisti chiamano neo-capitalismo) rappresenta senza dubbio il più rilevante strumento creato finora dall’uomo per la « liberalizzazione» sociale; si pensi solo al progresso nel tenore di vita, al maggior tempo libero, ai nuovi accessi all’istruzione, alle nuove forme di assistenza e di sicurezza sociale, aUe responsabilità derivanti dalla partecipazione democratica alla vita pubblica. Ciono­nostante essa contiene in sè gravi pericoli per la libera scelta dello individuo, e gravi minacce di nuovi sbocchi autoritari:

i) nella società, l’individuo viene considerato non tanto come cittadino responsabile, ma prevalentemente come  “fattore” in un sistema economico; e il sintomo, comunque lo si designi, lo si può rilevare in tutti quegli aggregati di lavoro nei quali sembra avere maggior importanza l’elemento macchina che non l’elemento uomo, dalle fabbriche ai grandi e anonimi uffici industriali;

ii) nella scuola, l’alunno viene preparato ad essere un agente specializzato in una certa produzione tecnica, più che una libera intelligenza;

iii) nella vita pubblica si viene ad accrescere grandemente il potere occulto di influenza di gruppi estranei alla libera scelta dell’individuo, contribuendo così a promuovere quei fenomeni di etero-direzione, che sono esattamente il contrario di una pratica democratica e di una maturazione libera.

B) Il vecchio ordine sociale. – Il vecchio ordine sociale è stato portato a cristallizzarsi, non solo per la tendenza implicita in qualsiasi gruppo umano a garantirsi la propria stabilità tra­dizionale (in spccial modo fino a quando non sussistono chiare condizioni di nuovi equilibrì), ma anche per la presenza di un mo­vimento comunista: questo movimento ha in pratica fornito ad una pigra classe dirigente un comodo alibi per poter limitare la propria azione alla difesa da opporre ad un indubbio pericolo, senza sforzarsi di cercare le vie ed i mezzi per un progressivo sviluppo della società.

Le conseguenze più appariscenti di questo fenomeno sono state:

i) frattura dell’ordine politico in due gruppi concorrenziali, i conservatori e gli innovatori, con inevitabile confusione politica tra direzione e direzione di rinnovamento, tra reale progresso e reale conservazione;

ii) polemica di comodo nei confronti dell’ordine preesistente al quale si addossano tutte le responsabilità dei problemi che si hanno di fronte «( il fantoccio po lernico » einaudiano), senza accor­gersi che per lo più il loro stesso presentarsi testimonia invece l’opera positiva ed innovatrice della classe dirigente passata;

iii) riproposta meccanica, cioè non verificata storicamente e tradotta in termini più attuali, dci vecchi schemi partitici ed ideo­logici da parte sia dclla maggioranza che dell’opposizione;

iiii) facile confusione tra classe che deteneva il potere e dot­trina politica cui quella classe informava ufficialmente il proprio operare, con conseguente mìstiflcazione di quella ideologia con la dottrina della conservazione sociale e della reazione politica.

C) l problemi dello sviluppo. – Lo stesso sviluppo democra­tico del paese si è venuto a trovare davanti a problemi che acquistano una dimensione particolare se rapportati al processo dello sviluppo stesso. Questi problemi, che vanno dagli squilibri economico-sociali al fenomeno dell’esodo agricolo, dal Mezzogiorno alla sanità pubblica, dai vecchi monopoli privati ai nuovi feudi pubblici, dalla ricostru­zione dello Stato alla riforma della scuola, rendono inevitabilmente più profonda la frattura tra le due Italie, a seconda che vengano affrontati in zone dove esistevano condizioni favorevoli ad un moderno e rapido processo di sviluppo, o in zone dove le condizioni storico­ambientali rendevano possibile soltanto un mutamento al livello tra­dizionale, sensibilmente più ritardato.

i) Nel mondo dell’industria si è assistito in certi luoghi al progressivo formarsi di « èlites» operaie con problemi, aspirazioni e caratteristiche sindacali assolutamente diverse dal resto del mo­vimento operaio italiano; si sono viste aumentare le distanze fra reddito agricolo e reddito industriale, con il conseguente incremento di quell’esodo rurale che oggi interessa le città non meno che le cam­pagne; sono sorte nuove intese aziendali, e nuovi trusts sulle occa­sioni favorevoli offerte da uno sviluppo tecnologico complementare.

ii) Nelle campagne è in atto un processo di allontanamento di quelle capacità imprenditoriali che sono alla base di uno sfrutta­mento economico e razionale delle aziende agricole; la fuga dai campi sta ponendo nuovi problemi urbanistici per l’avvento di nuovi ceti alla periferia delle grandi città, con relativo stato di tensione sociale che la venuta di questi gruppi inevitabilmente provoca (si pensi per un attimo al fenomeno delle migrazioni interne come è stato descritto in alcune, recenti testimonianze letterarie e cinematografiche).

Il non aver saputo orientare questo andamento sociale ed eco­nomico ha avuto le più rilevanti conseguenze nel mondo dei rap­porti sociali e politici, dove si è assistito all’ingigantirsi di due gra­vissimi pericoli per la stessa sopravvivenza dello Stato: il progres­sivo distacco tra il cittadino ed una pubblica amministrazione invec­chiata ed impenetrabile da una parte, la costante perdita di inte­resse alla partecipazione politica dall’altra. Abbiamo visto au­mentare a dismisura la confusione tra potere e potere, tra control­lore e controllato, e con questa l’irresponsabilità pubblica a tutti i livelli; il sottogoverno, per l’appunto, non trova giustificazione so­lo nel basso tenore di vita di larghi strati di cittadini, ma soprat­tutto nella quasi totale mancanza di quel senso di comunità, che si traduce poi in coscienza civica.

E tutto ciò a ben vedere è avvenuto proprio perchè non si è mai cercato di correggere il male alla radice. Non si è mai cercato di dar vita a degli istituti educativi che, formando delle autonome intelligenze, rendessero possibile a tutti i livelli una chiara consa­pevolezza del ruolo civico di ognuno nella piena comprensione dei legami propri di una vita associata, e delle responsabilità che ne derivano per tutti.

Oggi tale stato di carenza lo si ritrova non solo nella strumentalizzazione di gran parte dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, ma princJpalmente nelle singole politiche di settore (da quella sanitaria a quella dei lavori pubblici, da quella della ma­rina mercantile a quella del turismo – per non citare che le mi­nori, ma non le meno indicative) che sono divenute strumenti elet­torali, buoni solo a perpetuare un potere politico che non sapeva trovare giustificazione che in sé stesso.

2 _ L’ATTEGGIAMENTO DEI PARTITl DI FRONTE ALl.A REALTÀ  DEL  PAESE

A questi problemi che il Paese si trovava a dover in qualche ­modo affrontare, gran parte dei partiti politici ha offerto delle rispo­ste che, nel migliore dei casi, erano insufficienti, ma che ben più spesso non riuscivano a cogliere la stessa realtà storica della questione. Vediamole una alla volta.

I democristiani (cioè l’organizzazione politica dei cattolici nel XX secolo) sembrano ubbidire, almeno in Italia, alla logica di due differenti posizioni rispetto alla civiltà moderna, che comportano altrettante prospettive politiche.

Le sinistre Cattoliche, così definite con una certa approssimazione, paiono volersi considerare – malgrado alcune tendenze lai­cistiche – la versione contemporanea dell’ala intransigente ed inte­gralista del pensiero cattolico; il loro disegno, in pratica, prende le mosse dalla costruzione della “Comunità cristiana” nel mondo contemporaneo, attraverso il dissolvimento (il « superamento »] di quanto c’è di liberale (laico) nella concezione dello stato democra­tico. Per loro, le dottrine democratiche, e tutto il pensiero moderno, non sono il mezzo più perfezionato scoperto finora dall’uomo pcr garantire la convivenza tra fedi diverse ed assicurare così alla persona umana le condizioni per operare scelte sempre più libere pos­sihili; per loro, democrazia è solo sinonimo di strumento egualita­rio e giustizialista, in pratica livellatore della moderna società ci­vile, che per la sua intrinseca carenza di valori morali deve neces­sariamente essere sostituita nella sua funzione formatrice da un ‘isti­tuzione che ha il deposito dellla guida spirituale, che conosce le vie del destino umano.

Questo disegno di profonda frattura gerarchica fra profano-ci­vile e sacro-spirituale, in cui il primo campo è sì dominio asso­luto dello Stato, ma il secondo, quello decisivo, è dominio riservato ad una rinnovata « Ecclesia universale», porta inevitabilmente ad una cristallizzazione delle altre tendenze sulle rispettive posizioni estreme: così la società industriale intensifica il proprio processo di massificazione, il democraticismo giacobino il proprio mito eguali­tario, il laicismo dogmatico la sua intrasigente separazione tra Stato e Chiesa. Più particolarmente, oggi, questo atteggiamento di molta parte del mondo cattolico italiano, è assai meno estraneo di quello che si pensi alle forze democristiane che più accanitamente si sono battute per realizzare la formula di centro-sineìtra nel paese.

V’è poi la posizione politico-culturale assunta dai gruppi catto­lici tradizionalmente più tolleranti e moderati, coloro, per inten­derci, che nel dopoguerra italiano espressero il vecchio centro dega­speriano: questi gruppi, pur continuando a negare come fine la civiltà moderna (in « tesi») con tutti i suoi postulati istituzionali, finiscono con l’accettarla come strumento (in « ipotesi »] sul piano civile, per poter liberamente portare avanti la propria conquista cri­stiana in questa civiltà di massa. L’atteggiamento di cauto possibi­lismo verso chiunque non comprometta questa garanzia consegue in pratica dalla constatata impossibilità di attuare una diversa tat­tica, in un mondo, come quello moderno, caratterizzato dall’eclissi della religiosità.

Del resto anche questo settore del mondo democristiano, che potremmo definire impropriamente laico, non è privo di alcune sugge­stioni di « chiusura clericale » verso la nuova società che così poco sembra poter offrire al missionarismo cattolico. Ed è proprio anzi in questa sfiducia, integrale o parziale, nei confronti della civiltà mo­derna che i cattolici hanno finito col trovare una giustificazione sto­rica unitaria della loro ragion d’essere come movimento politico.

I marxisti, socialdemocratici a parte (e per loro vale forse di più il discorso che faremo a proposito dello schieramento laico), hanno assunto di fronte ai problemi attuali del paese una posi­zione molto meno univoca di quello che non si creda comunemente: riformismo e massimalismo non scmbruno più essere i termini dia­lettici delle due diverse componenti ideologiche. Il tcma delle po­lemiche interne al movimento socialista è oggi divenuto un dato di fatto in luogo delle vecchie astrazioni ideologiche: la società so­cialista in atto nell’Unione Sovietica. Sulla base di questo test sto­rico, che ben poco ha ormai a che vedere con la dottrina rnarx ista di trenta anni fa, si costruiscono le odierne differenziazioni dei par­titi socialista e comunista italiani.

Il P.S.I., almeno nella sua maggioranza attuale, sembra voler perseguire un suo disegno politico autonomo dalla esperienza so­vietica, senza peraltro precisare in quale direzione voglia muoversi, quale libertà stia perseguendo, quale tipo di società, quali istituzio­ni e perciò quali riforme. La scissione al suo interno, tra una po­sizione dichiaratamente favorevole al comunismo ed una che non si sa nè a « chi » nè a « che cosa » sia favorevole, finisce peraltro con l’av­valorare l’ipotesi di quanti affermano che si tratti, più che di una scissione, di un trucco. L’assenza dei socialisti dal grande dibattito europeo e mondiale su « quali libertà » si debbano perseguire e sul co­me realizzarle e difenderle, testimonia infatti un vuoto storico e culturale che nemmeno la più appassionata dedizione ad una di­sinteressata « utopia» riformatrice riesce a colmare.

Il comunismo italiano sembra invece portare avanti nel paese una strategia più consapevole e più precisa, secondo la logica del « primo: servirsi degli errori altrui». Questo disegno strategico si muove in pratica lungo tre direttrici: la prima si svolge sfruttando tutte le tendenze reazionarie e conservatrici che sono insite nell’or­dine sociale italiano, la seconda si svolge criticamente nci confronti della moderna società di massa (neo-capitalista) che « aliena» l’indi­viduo rendendolo privo di una coscienza ideologica; la terza in­fine, si svolge lungo la proposta alternativa dell’ideologia marxista­Ieninista, come inevitabile conclusione della dissoluzione della società capitalistica borghese.

Il centro sinistra, per l’appunto, costituirebbe la estrema, più avanzata risposta possibile offerta dal neocapitalismo italiano alle contraddizioni che minacciano alla base la sopravvivenza dell’ordine sociale attuale: dovere dei comunisti è perciò combatterlo (perchè secondo quanto diceva Lenin, si tratta pur sempre di capitalismo), ma di favorirlo nello stesso tempo, perchè rappresenterebbe co­munque un passo in avanti verso la società socialista.

Gli Autoritari di destra rappresentano poi la risposta storicamente aggiornata di quanto va scomparendo del vecchio ordine sociale. Più che gli alfieri di una impossibile restaurazione, essi sono gli epigoni di un passato in via di liquidazione; in questo senso, però, assolvono una funzione storica e politica molto meno coreografica di quanto si pensi comunemente, e molto più importante di quanto loro stessi non sempre si attribuiscano.

Il Fascismo non è stato, nella storia d’Italia, una meteora senza tracce, ma al contrario esso non è nato a caso, la sua crescita e la sua fine sono tipicamente nostre, e tre generazioni d’italiani ne sono state le protagoniste. Non si può prendere coscienza della società in cui viviamo, Iimitandoci a datarne Patto di nascita dalla Resistenza, senza guardare indietro e chiedere il perchè del Fascismo: occorre che esso diventi, se non altro, l’esame di coscienza di una nuova generazione di democratici.

Servissero soltanto a questo gli ultimi nostalgici avrebbero già pieno diritto di cittadinanza nell’ordinamento attuale della nostra democrazia: essi sono un monito essenziale, un insegnamento per ciò che va fatto e ciò che deve essere evitato nel corso della nostra lotta per la libertà, della nostra lotta contro le moderne tirnnnidi,

I Laici sembravano costituire nell’immediato dopoguerra il gruppo’ più omogeneo di tutto lo schieramento politico italiano; che in realtà si trattasse di una impressione illusoria ed estremamente superficiale, stanno a dimostrarlo dieci anni di polemiche vivissime e di contrasti « feroci »,

Oggi possiamo distinguere con sufficiente approssimazione due posizioni concorrenti che corrispondono, in effetti, al1e due fonda­mentali componenti di sempre dello schieramento democratico: di qua stanno gli eredi di una tradizione che pone l’accento più sulla libertà che sull’uguaglianza (i « liberali »}, consapevoli che non si può promuovere la seconda facendo fare dei passi indietro alla pri­ma; di là stanno i continuatori (i « democratici radicali ») di un pensiero che ritiene di poter raggiungere una supposta giustizia so­ciale solo pagando il prezzo di una ipotetica libertà « formale» (la libertà borghese del linguaggio marxista}. La diversa accentuazione stessa del discorso rivela alla base il punto di frattura fra chi ama rifarsi soprattutto alle funzioni garantiste dello Stato di Diritto, e ehi invece si rifà principalmente ai nuovi compiti egualitari- dello Stato Democratico. L’equivoco dei radicali risiede tutto, a nostro avviso, nel credere che possa indifferentemente esistere un ordina­mento “giusto” che produca “libertà” ed un ordinamento “libero” che produca « giustizia »: logicamente il  rapporto è plausibile in ambedue .i sensi, empiricamente invece (e la realtà storica delle democrazie moderne lo dimostra a sufficienza) esso è a senso unico. Solo un ordinamento libero può divenire democratico ed una democrazia, per essere tale, non può non essere, prima, che liberale.

Ma meglio di esemplificazioni dottrinarie e linguistiche, vale forse a dimostrare tutto questo una recente « polemica a distanza » avutasi tra Un deputato repubblicano ed un liberale. Il primo soste­neva che un’iniziativa di governo, la pianificazione, è democratica o no, a seconda che sia fatta da un governo democratico o autoritario, (dal momento che sono le idee ultime quelle che contano, al di sopra delle istituzioni storiche che le realizzano); il secondo opponeva al contrario che « un governo è democratico o no, a seconda delle cose che fa », (dato che sono le realizzazioni, al di là delle stesse inten­zioni, che qualificano un comportamento). Polemica a parte, l ‘episo­dio mostra due diverse concezioni di fondo,. due opposti, se pur vi­cini, modi di intendere il significato stesso della lotta politica.

Queste ci sembrano essere state le vere radici del contrasto che ha diviso così profondamente il mondo laico italiano in questi anni: al di fuori di ogni sciocca mitologia polemica, del tipo di quella che ha visto gli uni accusati di « asservimento ai grandi interessi mono­polistici e al privilegio sociale», gli altri di essere soltanto « gli utili idioti per l’avanzante comunismo internazionale”.

3 – UNA RISPOSTA CAPOVOLTA: IL DIVORZIO POLITICA-CULTURA

Il modo in cui le forze politiche hanno affrontato i problemi della società italiana è, a ben vedere, una singolare testimonianza del sostanziale fraintendimento col quale esse si sono accostate al disor­ganico sviluppo sociale del paese.

Il fenomeno della progressiva diminuzione di interesse e di par­tecipazione popolare alle cose della politica – fenomeno esiziale in una democrazia, e che da noi ha contribuito enormemente ad aggravare quei mali che si chiamano irresponsabilità del potere, im­maturità politica. al vertice e alla base; sottogoverno, partitocrazia – testimonia abbastanza chiaramente questo fraintendimento, e il sostanziale fallimento che ne è risultato. Un sistema democratico nel quale i partiti non sanno interessare la pubblica opinione alla vita politica, contiene evidentemente qualcosa che non va, contiene in se stesso i germi della propria dissoluzione. Il fatto è che le ideo­logie, invece di rappresentare altrettante idee forza che richiamas­sero prepotentemente l’attenzione sui valori morali e sociali che contenevano, hanno finito col rappresentare delle esercitazioni reto­riche buone solo a coprire il potere detenuto da ciascun partito. Persino i grandi problemi, che via via si sono presentati in questi anni, sono stati ridotti al livello di occasioni negative di scontro e di polemica; è sempre prevalsa una critica aprioristica dei progetti degli altri gruppi politici, e mai il cosciente tentativo di costruire un ordine sociale che valesse di per sè ; sono sempre prevalse le crociate antì-qualcosa, raramente la crociata per soluzioni positive e storicamente adeguate.

La stessa odierna polemica sui partiti non sembra aver indi­viduato esattamente quale sia oggi il dato più pericoloso per la de­mocrazia italiana. Non è tanto che i partiti siano irresponsabili – quasi un novello « Principe» – perchè detengono un potere non controllato giuridicamente e non disciplinato da disposti costitu­zionali, ovvero perchè non hanno più valore le grandi scelte ideo­logiche (ad esempio liberalismo-socialismo) che essi ci propongono; i partiti oggi, almeno’ per la maggior parte, sono irresponsabili per­chè irraggiungibìli per il cittadino medio, cioè perclrè non comuni­cano con la realtà del nostro tempo. I partiti, in altre parole, sono irresponsabili nella misura in cui non offrono a tutti la possibilità di comprenderli e controllarli in termini culturali e politici.

E’ tipico di questi anni l’uso delle ideologie come alibi per il potere più che come guida per realizzare un miglior ordinamento civile; è tipica la reciproca incompenetrabilità delle diverse posi­zioni, che pretendono di avere una validità in se stesse al di là del tempo, e non si preoccupano di ricercare nel confronto, e nelle pro­prie capacità di recepire le fondate istanze della parte avversa, la misura del proprio valore e la via per uno sviluppo effettivo della società.

Quello insomma che in Italia, in 18 anni di isituzioni democra­tiche, ci si è ostinatamente rifiutati di fare, è la scelta per una de­mocrazia che consista in una associazione di cittadini che inten­dono appieno questo loro rapporto, e non in un raggruppamento formale di . persone che hanno come unico legame la legge cui de­vono ubbidire e le strutture sociali cui devono sottostare. Lo sforzo di autoeducarsi, coll’educare i singoli ad una diretta comprensione della realtà, i partiti non hanno cercato di farlo: perciò, sono ine­vitabilmente portati a perdere la loro legittimità – che vale solo nel rapporto con la propria condizione storica – e quindi le loro responsabilità.

Questa frattura fra politica e cultura, venuta si a creare in Italia in questo dopoguerra, è la risposta (“capovolta” (cioè strumentale) che ha finito col dare il mondo politico ai problemi del paese; essa trova una spiegazione abbastanza esauriente quando si pensi a quei p rocessi storici che hanno avuto maggiore rilevanza – anche se oggi suscitano scarsa riflessione – sugli sviluppi della vita italiana negli ultirni venti anni:

i) Il vuoto culturale prodottosi in Italia all’indomani della fìne della guerra, con la crisi del pensiero idealista e di ciò che avevano rappresentato, nel processo formativo del mondo intellettuale contemporaneo, Croce e Gentile: ha finito con il coinvolgere tutti i Pnrtiti , tutte le opinioni, tutte le componenti culturali. Più in parti­colare, la crisi dell’idealismo ha “denudato” le dottrine politiche che più avevano risentito del crocianesimo e del gentilianesimo, in un momento in cui esse non potevano, per il fatto stesso .dì essere ideologie, confessare la propria impotenza.

L’inevitabile conseguenza è stata che, venuti improvvisamente meno alcuni postulati base dei loro principi, i partiti hanno prefe­rito ancorarsi alla contemplazione e all’osservanza dei punti origi­nari delle loro tradizioni (le vecchie dottrine pre-idealiste); hanno fi­nito con il rinchiudersi in quelle formule che, invece di rappre­sentare delle prospettive ideali per i diversi gruppi, sono risultate essere solo dei freni cultural i per la loro implicita inadattabilità sto­rico-politica ad una rinnovata comprensione dci problemi del paese.

ii) La condizione di semi-legittimità in cui si è venuto a trovare il nostro ordinamento sociale in seguito alla crisi del vecchio Stato Nazionale: condizione tanto più grave quando si pensi all’enorme ruolo che aveva giocato nella storia recente del nostro paese il prin­cipio di nazionalità prima (Risorgimento ed Unificazione) e quello nazionalistico poi (lrredentismo e Fascismo).

Il dopo-guerra spazzò via molti miti, ma con essi, anche molti principi base del nostro ordine sociale: l’idea di nazionalità, e quella di patria implicitamente, subirono un così deciso ridimensionamento, da non rappresentare più la giustificazione etica prima del nuovo Stato. Questo vuoto non è stato riempito, nè dai partiti (per la loro incapacità culturale a divenire dei veicoli di legittimità), nè dall’idea di Europa che pur rappresenta la via obbligata per le de­mocrazie continentali.

Il vecchio Stato Nazionale, incapace come si è rivelato di af­frontare autonomamente alcuni suoi grandi problemi esterni, ed a garantire al suo interno gli equilibri politici nei rapporti sociali (cioè, in una parola, ad essere (“status”), ha ceduto il suo prestigio ed il suo scettro; ma la sua eredità attende ancora di essere raccolta.

Il risultato più appariscente di questa insufficienza fondamen­tale del mondo politico italiano è stato che, realizzata la ricostruzione, non abbiamo più avuto governi adeguati ad affrontare i pro­blemi e le scadenze che la società andava proponendo. Si è partiti dalla coalizione ciellenista (che trovava il suo limite nella eccezio­nalità dell’occasione partigiana) per arrivare al centrismo degaspe­riano ed ai monocolori pendolari di più recente data; in pratica, nemmeno i più rappresentativi fra questi esperimenti governativi – le formule quadripartite – sono andati molto al di là di una funzione più difensiva che costruttiva (e non per niente sono state definite « Giunte di Stato »). Il paese chiedeva idee nuove e pre­cise, e si è invece finito per andare avanti quasi alla giornata, nel rispetto esteriore di certi principi, e nella sostanziale ignoranza del loro contenuto; si è tardato ad accorgersi che il « centro », come tale, poteva assicurare solo le garanzie democratiche, una onesta amministrazione, ed una oculata salvaguardia delle iniziative indi­viduali.

Non era poco indubbiamente: ed i risultati del periodo degaspe­riano li vediamo ancora oggi, dalla ricostruzione dello Stato alla si­curezza monetaria; dalla Cassa del Mezzogiorno al Mercato Comune; dal contenimento dei pericoli autoritari nella libertà al miracolo eco­nomco. Forse era il massimo che si poteva allora ottenere, ma non era ancora la «risposta storica» che la situazione del paese richie­deva: sapere che società si vuole costruire, in che Stato si vuole vivere, quali istituzioni si vuole lasciare agli italiani di domani.

Tutto ciò che è stato fatto, è frutto di un’improvvisazione, sia pure necessaria, e di un’intuizione, sia pure felice, più che di un compiuto disegno ideale e politico; la migliore riprova di questo è che istituti di insostituibile importanza, come la Scuola, sono stati abbandonati ad un progressivo deterioramento e resi incapaci di as­solvere al ruolo al quale dovrebbero essere destinati.

Oggi in questo contesto la formula governativa di centro-sini­stra, più che rappresentare una soluzione innovatrice contro il sup­posto immohilismo del quadripartito centrista, che almeno aveva la non secondaria giustificazione di agire in una situazione storica ben più carente, rappresenta il limite estremo del suo processo nega­tivo-disgregativo, nel momento in cui, senza aver quasi nessuno dei suoi innegahili meriti ne ripete meccanicamente i lati negativi (quale è l’incapacità a fornire una maggioranza realmente omogenea), esa­speradoli al massimo attraverso un accordo di governo fatto all’in­segna del compromesso economicistico (la politica delle cose) e della confusione ideale.

4 – LA VIA DEL RINNOVAMENTO: LE AlTERNATIVE POLITICO-CULTURALI

Ben altra ha da essere la strada per costruire nel paese una maggioranza governativa consapevole di sè e delle proprie prospet­tive; per contribuire alla formazione di una nuova cultura politica, di nuovi rapporti e di credenze più a contatto con i problemi della no­stra età.

Si tratta di capovolgere quel rapporto fra politica e cultura, che va dalla prima (la prassi partitica) alla seconda (le ideologie); e operare in modo che siano le idee e i valori a guidare le cose della “res publica” e non viceversa. Si tratta di prendere coscienza di un compito che ci riguarda e ci interessa come cittadini in tutti i gradi della vita civile.

E’ necessario, per prima cosa, perdere l’abitudine tipicamente italiana di improvvisarsi riformatori, chè ogni processo di rinnova­mento richiede un attento lavoro preliminare di studio e di appro­fondimento critico: allora, se si farà così, scaturirà naturalmente da questo lavoro un più completo modo d’intendere le cose, una visione generale di quel pensiero moderno, che, pur nei suoi molteplici aspetti, concorre come un tutto inscindibile a dar significato alle de­mocrazie contemporanee. E bisogna poi che il mondo politico riac-

quisti la vitalità che dovrebbe essergli congeniale, verifichi quoti­dianamente ciò che è vero e ciò che è morto delle ideologie tradi­zionali, traduca i valori delle diverse dottrine nella realtà concreta dei rapporti con gli altri.

La via del rinnovamento democratico della società italiana passa attraverso queste prese di coscienza autonome, ma aperte al dialogo nella esperienza di ogni giorno: proporre delle alternative a questo discutibile presente ed alle altrui scelte, ecco i compito per classi diri­genti responsabili e per partiti moderni. Non è lo scontro, nè la con­fusione fra dottrine chiuse e stantie che può oggi offrire delle solu­zioni sufficienti agli interrogativi vecchi e nuovi che ci troviamo a dover affrontare: come assicurare a tutti migliori condizioni di li­bertà, come eliminare gli squilibri ingiustificati, come integrare il rapporto città-campagna, come restituire « misura umana» alle isti­tuzoni pubbliche, come consentire l’accesso alla vita civile a più larghi strati di cittadini, come assicurare la responsabilità del po­tere. Ciò che oggi è decisivo è la ricerca comune, empirica di prospet­tive ideali, compiuta senza pregiudizi, ma avendo ben chiare al tempo stesso le linee decisive di separazione tra reali avversari e possibili compagni di viaggio, tra tirannidi e democrazie.

Dicevamo all’inizio che le presenti condizioni economiche e so­ciali permettono ed esigono la soluzione di questi problemi; e fin qui abbiamo visto come questa soluzione abbia senza dubbio una « chiave» culturale, come debba essere frutto di meditazioni, di approfondimento, di un’educazione che sia innanzitutto morale. Que­sta educazione è fatto complesso di studio e di esperienza, ma non si può negare che il suo veicolo più importante, ed anche più natu­rale sia la scuola. Per ciò stesso l’imperativo del mondo politico, la sua preoccupazione prima, deve essere una: quella di creare una scuola che sia un centro di vita associativa in cui si affini la prepa­razione specifica e si completi la formazione umana dei cittadini; una scuola che sia scuola per la vita.

CAPITOLO III

LA RAPPRESENTANZA DI FRONTE AI PROBLEMI DELLA SCUOLA E DELLA SOCIETÀ

1 – IL RUOLO DEL MOVIMENTO STUDENTESCO

In questa fase di necessaria presa di coscienza civile e cultu­rale, l’impegno degli universitari nella scuola e nella Rappresen­tanza diventa un’occasione di maturazionc e di contributo, che va ben oltre il ristretto limite scolastico, per investire globalmente i mag­giori problemi del paese.

In questo campo comunque, se c’è ancora qualcosa di veramente urgente, è che si esca finalmente dall’eden del tempo perduto e si ponga mano alla vera crisi di fondo in cui versa la pubblica istru­zione: che è crisi di strutture didattiche prima che di attrezzature tecniche, di un’organizzazione del sapere prima che di aule, di « una enciclopedia» delle scienze prima che di borse di studio. Per questo secondo tipo dì problemi occorre solo della buona volontà ministeriale ed un organico piano di spese, per i primi invece occor­rono una volontà politica precisa e delle scelte adeguate maturate nella scuola.

Ecco l’occasione « politica » per un’azione studentesca che possa rispondere ai problemi della scuola nella società. Un’azione politica nel senso più generale del termine perchè investe tutta la società nel suo rapporto con la scuola: che sarà innovatrice se saprà matu­rare le proprie scelte nella scuola verificandole alla luce della nostra esperienza di studenti, che sarà conservatrice se porterà nel mondo della scuola delle scelte ad esso estranee senza tradurle al livello delle istituzioni ed anzi servendosi di queste per fini di parte, e co­munque extra-culturali.

II movimento universitario italiano, fin dalle prime origini, si era proposto proprio questo obiettivo, che lo caratterizzava e ne faceva un movimento unico tra tutti gli altri raggruppamenti studenteschi europei: promuovere Il contributo degli studenti, nella loro qualità di « soggetti-oggetto» del rapporto educativo, allo sviluppo culturale delle istituzioni scolastiche. Purtroppo, la Rappresentanza universi­taria non sembra aver avuto una buona memoria, se si pensa che in questi ultimi anni è passata attraverso continue crisi partitiche, at­traverso fratture in tanti gruppi quanti erano le correnti momenta­neamente in lotta nei maggiori schieramenti politici, attraverso (ciò che è più grave) il progressivo disinteresse riscontrato nella base uni­versitaria.

Questo comportamento – a parte qualsiasi giudizio di merito sui governi dell’U.N.U.R.1. – ha finito per investire alla base i gruppi stessi, costringendoli a confessare una reale incapacità a porsi come gruppi autonomi rispetto allo schieramento ideologico-parti­tico e adeguati di fronte alle necessità urgenti dell’educazione nel nostro paese. Ma andiamo per ordine, e sarà allora più facile com­prendere le linee essenziali di questo divorzio, apparentemente para­dossale, tra aspirazioni e reale comportamento.

2 – LA STRADA SBAGLIATA

La Rappresentanza Universitaria, nata nel clima eroico della ricostruzione democratica del paese, una volta superata la fase della creazione’ degli ordinamenti, si era venuta trovando ‘attorno agli anni ’53-’54 (gli anni della crisi del centrismo degasperiano) dinanzi ad un bivio decisio: accettare, da una parte, lo stato di paralisi politica’ nei confronti della scuola, subendo ne tutte le conseguenze e limitandosi ad una serie di richieste assistenziali-sindacali, oppure rifiutarlo ed additare al paese la questione scolastica come la « que­stione nazionale» di cultura e di civiltà, per la quale era necessario esprimere una volontà politica.

II congresso tenutosi a Grado nel 1955 sembrò rappresentare la grande svolta di crescita deIl’UNURI; invece da Grado in poi la Rappresentanza finì con l’accettare supinamente Un ruolo subal­terno nella politica giovanile e si ridusse alle dimensioni di un mo­vimento sindacale, che talvolta non è nemmeno questo, perchè si degrada a laboratorio di esercitazioni tattiche di partito e di espe­rimenti extraculturali.

II congresso di Perugia dell’UGI, tenutosi l’anno dopo, rappre­sentò un punto decisivo nella strada imboccata dal movimento uni­versitario: Con l’occasione del dibattito sull’ingresso nell’UGI dei giovani comunisti, si arrivò infatti a teorizzare il problema del ruolo politico delle Associazioni e dell’Unione Nazionale come « non-qua­lificazione culturale» dei gruppi. L’uscita dei liberali e degli indi­pendenti, il discorso dell’ AGI sulle matrici culturali, la polemica Ungari-Pannella sulla legttimità della presenza dei comunisti nello schieramento democratico italiano, furono allora solo gli aspetti più vistosi di questa abdicazione.

I congressi di RIMINI (1957), CATTOLICA (1959) e MIRA­MARE (1961), non sono stati poi che dei momenti obbligati di questa politica rappresentativa « minima e partitaria», nei quali ci si è limitati a mutare gruppi dirigenti, non certo indirizzo politico. Se qualcosa di rilevante c’è stato in questo senso, consiste nel pro­gressivo distacco della base studentesca dalla Rappresentanza, che si è potuto riscontrare puntualmente anno per anno; distacco che aveva la sua origine in quello stessstato di carenza dimostrato da quasi tutti i partiti nel paese, ma ingigantito qui dalla più pronta sensibilità dell’ambiente universitario a rifiutare una caratteristica negativa che ormai informava I’asione dei gruppi: e cioè quella carente caratterizzazione culturale che si traduceva sempre più nel mancato approfondimento dei temi di fondo e nella insufficiente elaborazione delle linee di comportamento,

Questa incapacità a porsi coscientemente i problemi basilari della società italiana, di vederli finaimcnte da un realistico e spregiu­dicato punto di vista, questo abbandonare quasi del tutto ogni compito formativo, rappresentava un ristagno nella crescita della Rapprescn­tanza e dello spirito stesso per cui era sorta. La Rappresentanza non era più intesa come prima esperienza di un nuovo modo di conce­pire la vita nella società e come primo scalino per superare nel paese la frattura fra politica e cultura, ma in essa si cercava solo la palcstra per un deteriore parlamentarismo, una pista di lancio per maggiori fortune nella conquista degli apparati di partito.

Le conseguenze di questo stato di cose non hanno tardato a ma­nifestarsi. AI livello delle Associazioni, abbiamo avuto la maggior parte dei gruppi, che, pur affermando il contrario, vivacchiavano elettoralisticamente mutuando meccanicamente schemi e formule dal paese; al livello della Rappresentanza, si è andata man mano for­mando quella unità riformistica su rivendicazioni sindacali e setto­riali – i così detti  “contenuti democratici”- sui quali l’unità del movimento universitario si sarebbe sempre avuta (come si è avuta tante volte nei sindacati), ma che non per questo avrebbe potuto offrire una risposta qualsiasi alle insufficienze politiche e culturali, per le quali nel paese non si era riusciti in dieci anni ad avere una soluzione scolastica più avanzata del Piano Decennale.

La strada che dobbiamo seguire è tutt’altra. Una riforma della scuola, intesa come riforma educativa preparatrice di un rinnova­mento democratico del paese, non può assolutamente prescindere dalla presenza di un movimento studentesco che affermi i suoi prin­cipi nel continuo scambio tra teoria e realtà, derivando dalla prima li­nee interpretative e metodi di azione, dalla seconda problemi da risol­vere e squilibri da superare. Nessun altro atteggiamento è risolutivo ; tanto meno un’esperienza di politica scolastica come quella del centro-sinistra, che prcsentatasì a parole come la palingenesi politico-culturale della società italiana, nci fatti ha finito col rive­lare la sua incapacità non solo ad esprimere tecnicamente un piano di riforma, ma anche ad intravederne i principi informatori e, forse, addirittura a capire che debba averne. Qucste possono sembrare con­siderazioni eccessive; in realtà sorgono spontanee proprio dinanzi a disegni di legge come quello sulla nuova scuola media, che snaturano e tradiscono quel ruolo innovatore della scuola che la società italiana non può più tardare a darsi.

3 – CHE COSA SI SAREBBE DOVUTO FARE

Innanzitutto indicare all’opinione pubblica che il problema della scuola è il problema numero Uno della società italiana, che coinvolge ideali, valori, concezioni generali per cui occorre una vo­lontà politica, una prospettiva culturale e non bastano provvedi­menti, pur necessari, sul piano finanziario.

La Rappresentanza avrebbe dovuto costringere partiti, sinda­cati, stampa, circoli ministeriali, professori, categorie produttive ad affrontare il problema scolastico nei suoi termini reali. Un ap­proccio alla riforma della scuola come « classificazione delle scicn­ze », come « organizzazione della cultura », come « istituzione stra­tegica della società ».

Tutto questo si sarebbe potuto fare:

– concorrendo a formare negli universitari una coscienza di studio, una consapevolezza della propria condizione attraverso una presa di coscienza di fronte ai problemi della scuola, di fronte alle aspirazioni « per la» scuola nella società, di fronte al ruolo civile dell’intellettuale nella vita pubblica;  

– elaborando un contributo culturale attraverso chiarificazioni delle riforme-da-fare;

– offrendo un contributo politico-culturale anche attraverso scelte di governo (giunta UNURI) sui temi della riforma, verificando nel contempo la validità storica di certe formule ideologiche in rap­porto ai problemi della nostra età, con particolare riferimento a quello dell’educazione.

Tutto questo si sarebbe potuto e dovuto fare, solo se si fosse ripensato criticamente alle origini ed alle funzioni del movimento studentesco; se si fosse avuta una chiara eonsapevolezza delle moti­vazioni di fondo della Rappresentanza. E far questo vuol dire essen­zialmente avere ben chiare tre cose.

i) L’Università è un’autonoma comunità di professori e studenti la cui funzione essenziale è l’organizzazione della cultura, realiz­zata attraverso lo sviluppo della ricerca scientifica e la formazione tecnico-professionale;

ii) La Rappresentanza è l’organizzazione rappresentativa degli « interessi» degli studenti in quanto universitari. Questi interessi sono, in prima istanza, esclusivamente culturali, e riguardano cioè la libertà dell’insegnamento, l’autonomia della ricerca, la libertà nella scelta delle materie e degli indirizzi didattici; possono essere, ed in certo qual modo devono essere, sindacali solo in via subordinata, e cioè quando sia necessario garantire agli studenti la possibilità di svolgere la loro attività in condizioni adeguate. I primi interessi, nel momento in cui collocano il problema culturale dell’Università in ter­mini di « società in vista della quale» operano, tendono ad assumere una dimensione ideologica che si estrinseca nel processo associativo; parallelamente, questi stessi interessi, elaborati ed enucleati in isti­tuzioni scolastiche, tendono ad informare quel processo politico-rappresentativo del movimento universitario, secondo una direzione che, da un lato, va dall’Associazione alla Rappresentanza e, dall’altro, va dal momento formativo al momento rappresentativo, cioè a dire po­litico- programmatico.

iii) L’autonomia del movimento studentesco si fonda perciò non nel rifiuto di altre esperienze politiche ed ideologiche (partiti, sin­dacati … ) ma nella garanzia che l’esperienza politico culturale dello studente si compia in una direzione che va dalla cultura (la scuola) alla politica (le ideologie) a senso unico, e mai viceversa pena lo sca­dere in una concezione partitaria e perciò strumentale della stessa cultura.

CAPITOLO IV

L’ESPERIENZA DEI GOLIARDI INDIPENDENTI

1 – PERUGIA E SIENA: MOTIVI DI UNA PRESENZA.

In questo contesto generale di vita italiana e di vita della Rap­presentanza, la nostra esperienza di goliardi si colloca alle origini stesse del movimento universitario, con la nascita dell’U.G.1.

Sedici anni fa a Venezia, al Caffè Florian, un gruppo di univer­sitari si riconosceva in questa dichiarazione: « Goliardia è cultura e intelligenza, è amore per la libertà e coscienza delle proprie respon­sabilità di fronte alla scuola di oggi ed alla professione di domani; è culto dello spirito, che genera un particolare modo di intendere la vita alla luce di un’assoluta libertà di critica, senza pregiudizio alcuno di fronte ad uomini ed istituti; è infine culto di antichissime tradizioni che portarono nel mondo il nome delle nostre libere Uni­versità di Scholari »,

Dieci anni dopo, al congresso di Perugia, l’U.G.I. metteva di fatto fra parentesi questa dichiarazione, nel momento stesso in cui decideva, a maggioranza, di accettare gli universitari comunisti nella associazione. Da quest’atto iniziava in pratica l’esperienza autonoma dei Goliardi Indipendenti: iniziava cioè con una rivendicazione di « goliardia» e con un’intuizione politica, l’intuizione che alla base dei momenti associativi fossero indispensabili scelte culturali di fondo per qualificare e giustificare il ruolo dei gruppi universitari nella scuola e nella società

L’Associazione Goliardi Indipendenti (alla rinascita della quale per la verità non furono estranei alcuni fra i più sensibili dirigenti della Gioventù Liberale di allora) trovò, nel clima che si era creato rapida e prodotto nell’Università e nel Paese, un forte incentivo per una sua fortunata espansione. Questo clima favorevole era peraltro il di almeno tre componenti, diverse e fra loro contraddittorie:

una con­sisteva in un’effervescenza di istanze qualunquistiche (era di quegli anni il grido di « fuori la politica dall’Università»); l’altra era la conseguenza inevitabile del ri fiuto di gran parte degli studenti laici a confondersi con i comunisti, a « lavorare» con loro nella costru­zione di « una» democrazia; la terza, infine, nasceva dalla presa di coscienza degli « indipendenti» che il contributo studentesco ad una nuova scuola in una rinnovata società potesse venire solo da parte di associazioni universitarie culturalmente qualificate.

Questa eterogeneità di componenti e di motivazioni finì tuttavia col divenire il punto di forza e, al tempo stesso, il limite naturale neII’azione deII’ A. G.I.: mentre infatti, da una parte, i Goliardi sta­vano occupando (come Grnppo) un ampio spazio politico che si tra­duceva in larghe possibilità elettorali, dall’altra (nella Rappresen­tanza) venivano a trovarsi confusi in una imprecisata e multiforme ca­ratterizzazione ideologica.

E la vita stessa del Gruppo nella Rappresentanza non permetteva a lungo una convivenza di questi due contrastanti atteggiamenti.

A Siena infatti (seminario costitutivo – agosto 1958) ciò che si ricercò in primo luogo come esigenza indifferibile fu una precisa qualificazione associativa. Si parlò di matrici, di ideologie concor­renti, di impossibili compromessi.

Si finì cioè col costruire, come elemento caratterizzatore, più un muro di cinta che non un principio « catalizzatore ».

Ma questa precisa e quasi rigida definizione del modo d’essere dei Goliardi Liberi, se favorì senza dubbio una loro più immediata presa di posizione nel mondo universitario, trascinava per altro con sè un altro non indifferente pericolo. L’esperienza dell’ AGI, infatti, aveva trovato la propria giustificazione soprattutto nell’essere un ‘ipo­tesi di cultura, un ‘ipotesi da confrontare con gli atteggiamenti degli altri gruppi riguardo ai problemi dell’educazione, per essere poi tradotta in temi di politica scolastica; ora, questo secondo tempo di verifica e di traduzione, veniva in pratica improvvisamente a man­care nel momento stesso in cui si metteva in parentesi – entro la parentesi delle matrici – la dimensione culturale del problema sco­lastico, e si restringeva il discorso in termini angustamente ideologici.

2 – DA PISA A MESSINA: UNA CRISI DI SVILUPPO.

Il disagio per questo schematismo ideologico, che minacciava di essere un (reno per la crescita dell’associazione, si fece sempre più rilevante, fino ad esplodere apertamente al Congresso di Pisa (dicembre 1960). A Pisa era avvertito da tutti il bisogno di dialogo interassociativo per riaffermare il motivo più valido della scissione degli Indipendenti; si ricercava cioè un confronto proprio perchè si era consapevoli che esso solo avrebbe potuto fornire la vera giustifi­cazione per l’esser diversi ma non degli isolati. E questa necessità era resa ancor più impellente dall’imminenza di un « accordo glo­baie» fra l’Intesa e I’U .G.I., che si prevedeva dovesse essere – come poi è stato – doppiamente negativo: negativo per l’A.G.I., perchè l’avrebbe allontanata da quel colloquio che essa ricercava, negativo per la Rappresentanza, perchè ne avrebbe certamente [atto dimen­ticare gli scopi ultimi riducendo le sue funzioni a quelle di un puro e semplice sindacato.

Venutisi a trovare costretti in questa singolare situazione, i Li­beri Goliardi finirono col cercare una via d’uscita non sul proprio terreno ma su quello altrui. Venne così affermato che l’ideologia del­l’AGI e le sue prese di posizione dovevano essere sorrette e vivifi­cate da un continuo sforzo di aggiornamento, ma nel tentativo di porre un freno al connubio UGI-Intesa, se non d’impedirlo, si giunse ad­dirittura a dire che l’AGI intendeva porsi come gruppo-crogiolo, il quale, nel nome di una « democrazia senza aggettivi », finisse col raccogliere tutti coloro che facevano propri certi principi generali di « umanesimo laico », e con l’accettare cioè tutti fuorchè – si di­ceva nella mozione finale del Congresso – « coloro che se ne esclu­dono sè medesimi». Ma se assumere tale posizione poteva avere super­ficialmente dei notevoli pregi, ben più gravi erano i difetti che vi erano contenuti.

Facendo propria tale formula , si giudicò allora di aver raggiunto il fine prefisso: si pensava infatti di aver posto delle solide basi per un ampio colloquio formativo Ira i vari gruppi, che avrebbe messo in evidenza come fossero indispensabili la funzione e  l’apporto dei Goliardi nella Rappesentanza. L’accordo UGI-Intesa stato smascherato ancor prima di nascere sia nel la sua povertà di chiare motivazioni che nella sua carenza di idee, mentre i Goliardi, promuo­vendo addirittura al loro interno un confronto in materia cl i « educa­zione tra le varie correnti del mondo studentesco, sarebbero dive­nuti il fulcro naturale di una poilitica universitaria adeguata ai com­piti della Rappresentanza.

In realtà non era questa la strada da scegliere per attuare questi propositi. Per convincersene basta rileggere un brano della mozione di Pisa veramente illuminate in tal senso; vi si indica come centro ideale dell’ AGI un « umanesimo laico, nel cui seno possono trovare luogo di formazione e di azione tutte le forze e le posizioni ideali che non tollerano esiti autoritari, totalitari, confessionali, ed accettano invece senza riserve la possibilità permanente della critica e del libero esame, il metodo e la sostanza della democrazia ». Alla base di questa formulazione era un grave errore di fondo, là dove si Iorznva il con­cetto di umanesimo laico, di democrazia senza aggettivi, ad essere un segno di distinzione di un gruppo e lo si trattava quindi come una dottrina, mentre invece esso è un atteggiamento rispetto a tutte le dottrine, un modo di comunicare tra le diverse posizioni ideali; e se a questo errore, si aggiunge quello dell’esclusione « volontaria », diviene scoperta l’intenzione di rimanere « in gioco» anche a costo di far espandere l’associazione in uno spazio tanto ampio da com­prendere artificiosamente perfino i gruppi da cui si dissente sui prin­cipi fondamentali.

Su questa via si rischiò a Pisa di creare i presupposti per il dissolvimento dell’ AGI in una nebulosa accozzaglia di ideologie che si credeva di poter riunire attorno ad una formula, I’umanesimo laico, che su questo piano ben poco stava a significare. Le conseguenze di questo atteggiamento, comunque, non si fecero attendere, e furono del tutto opposte alle speranze. Quanto al tentativo di far impegnare l’UNURI sullo studio della realtà italiana, con particolare riferimento alla crisi della scuola come centro formativo, esso andò quasi com­pletamente fallito non solo perchè prevalse proprio in quel periodo la tendenza a disinteressarsi di tali problemi, ma soprattutto perchè la democrazia senza aggettivi favoriva tale tendenza per la sua stessa logica. In effetti, dall’auspicare una confluenza di tutte le forze che si « sentono » democratiche per dar vita ad un’azione unitaria, al so­stenere che la riforma della scuola deve essere realizzata in comune da tutte le forze democratiche e che occorre superare gli angusti li­miti partitici, il passo era molto breve; ma una volta compiuto, la prima inevitabile constatazione risulta~a che i temi comuni non erano l’approfondimento e la ricerca, che i limiti da superare non erano coincidenti, e che tanto meno potevano esserlo quelli da affermare. In una parola l’unità si trovava sulle mense, sui fondi da distribuire (non si dice sul come impiegarli o distribuirli, perchè già qua vi erano, e vi saranno sempre, forti dissensi), sulle manifestazioni ri­creative.

Per quello che concerneva il dialogo ci si accorse presto- e la occasione venne col Congresso UNURI di Miramare (maggio 1961) – che l’apertura pressochè indiscriminata verso tutti era ben lungi dal favorire il colloquio; essa, al contrario, costituiva una comoda leva di pressione usata da altri per frantumare l’AGI esasperandone le pole­miche interne, e, in ultima analisi, non per dialogare, ma per evitare un tipo di politica che non faceva comodo. Quando la tesi della demo­crazia senza aggettivi naufragò miseramente contro la deteriore pre­clusione partitica dell’UGI nei confronti di quei Goliardi che ave­vano l’imperdonabile colpa di essere liberali, tutti capirono che si sarebbe dovuto pretendere anche dagli altri gruppi un’uguale dispo­sizione o, più esattamente, la medesima cosciente « indipendenza » e la medesima autonomia: altrimenti, l’apertura sul piano associativo si sarebbe risolta in uno stato di inferiorità sul piano rappresentativo. Ci si accorse, insomma, che era contraddittorio ed anacronistico, va­gheggiare un rinnovamento della società da realizzarsi con gli sforzi « unitari» di tutti i giovani democratici, proprio mentre gli altri gruppi – quelli dai quali sembrava più naturale attendersi un ac­cordo – ubbidivano più di ogni altro alla strumentale logica degli angusti schematismi partitici (imponendo arbitrarie esclusioni, od al­trettanto arbitrari inserimenti).

Questo rendersi conto dei limiti impliciti nella linea politica di Pisa, fu per l’AGI uno choc; non fu uno choc immediatamente salu­tare – chè anzi sembrò compromettere del tutto le sorti del gruppo – , ma proprio dalle reazioni che ne seguirono prese a poco a poco corpo quel processo di chiarificazione interna che a Pisa era man­cato. In pratica, dalle poco esaltanti vicende di Miramare presero lo spunto tre diversi modi di configurare la futura politica dell’Asso­ciazione; o meglio, furono soprattutto due le linee che, nella radi­calizzazione delle polemiche, allora emersero, facendo passare in se­condo piano quella terza impostazione che poi, alla luce dei fatti si è dimostrata essere la più valida e la più vitale.

I due disegni che allora dominarono la scena politica dell’AGI, non presentavano in verità niente di nuovo e di originale rispetto ai temi già toccati dal gruppo, ed erano solo la reazione, secondo due

dottrine, un modo di comunicare tra le diverse posizioni ideali; e se a questo errore, si aggiunge quello dell’esclusione « volontaria », diviene scoperta l’intenzione di rimanere « in gioco» anche a costo di far espandere l’associazione in uno spazio tanto ampio da com­prendere artificiosamente perfino i gruppi da cui si dissente sui prin­cipi fondamentali.

Su questa via si rischiò a Pisa di creare i presupposti per il dissolvimento dell’ AGI in una nebulosa accozzaglia di ideologie che si credeva di poter riunire attorno ad una formula, I’umanesimo laico, che su questo piano ben poco stava a significare. Le conseguenze di questo atteggiamento, comunque, non si fecero attendere, e furono del tutto opposte alle speranze. Quanto al tentativo di far impegnare l’UNURI sullo studio della realtà italiana, con particolare riferimento alla crisi della scuola come centro formativo, esso andò quasi com­pletamente fallito non solo perchè prevalse proprio in quel periodo la tendenza a disinteressarsi di tali problemi, ma soprattutto perchè la democrazia senza aggettivi favoriva tale tendenza per la sua stessa logica. In effetti, dall’auspicare una confluenza di tutte le forze che si « sentono » democratiche per dar vita ad un’azione unitaria, al so­stenere che la riforma della scuola deve essere realizzata in comune da tutte le forze democratiche e che occorre superare gli angusti li­miti partitici, il passo era molto breve; ma una volta compiuto, la prima inevitabile constatazione risulta~a che i temi comuni non erano l’approfondimento e la ricerca, che i limiti da superare non erano coincidenti, e che tanto meno potevano esserlo quelli da affermare. In una parola l’unità si trovava sulle mense, sui fondi da distribuire (non si dice sul come impiegarli o distribuirli, perchè già qua vi erano, e vi saranno sempre, forti dissensi), sulle manifestazioni ri­creative.

Per quello che concerneva il dialogo ci si accorse presto- e la occasione venne col Congresso UNURI di Miramare (maggio 1961) – che l’apertura pressochè indiscriminata verso tutti era ben lungi dal favorire il colloquio; essa, al contrario, costituiva una comoda leva di pressione usata da altri per frantumare l’AGI esasperandone le pole­miche interne, e, in ultima analisi, non per dialogare, ma per evitare un tipo di politica che non faceva comodo. Quando la tesi della demo­crazia senza aggettivi naufragò miseramente contro la deteriore pre­clusione partitica dell’UGI nei confronti di quei Goliardi che ave­vano l’imperdonabile colpa di essere liberali, tutti capirono che si sarebbe dovuto pretendere anche dagli altri gruppi un’uguale dispo­sizione o, più esattamente, la medesima cosciente « indipendenza » e la medesima autonomia: altrimenti, l’apertura sul piano associativo si sarebbe risolta in uno stato di inferiorità sul piano rappresentativo. Ci si accorse, insomma, che era contraddittorio ed anacronistico, va­gheggiare un rinnovamento della società da realizzarsi con gli sforzi « unitari» di tutti i giovani democratici, proprio mentre gli altri gruppi – quelli dai quali sembrava più naturale attendersi un ac­cordo – ubbidivano più di ogni altro alla strumentale logica degli angusti schematismi partitici (imponendo arbitrarie esclusioni, od al­trettanto arbitrari inserimenti).

Questo rendersi conto dei limiti impliciti nella linea politica di Pisa, fu per l’AGI uno choc; non Iu uno choc immediatamente salu­tare – chè anzi sembrò compromettere del tutto le sorti del gruppo – , ma proprio dalle reazioni che ne seguirono prese a poco a poco corpo quel processo di chiarificazione interna che a Pisa era man­cato. In pratica, dalle poco esaltanti vicende di Miramare presero lo spunto tre diversi modi di configurare la futura politica dell’Asso­ciazione; o meglio, furono soprattutto due le linee che, nella radi­calizzazione delle polemiche, allora emersero, facendo passare in se­condo piano quella terza impostazione che poi, alla luce dei fatti si è dimostrata essere la più valida e la più vitale.

I due disegni che allora dominarono la scena politica dell’AGI, non presentavano in verità niente di nuovo e di originale rispetto ai temi già toccati dal gruppo, ed erano solo la reazione, secondo due

differenti punti di vista, agli avvenimenti di Miramare. Alcuni, in­fatti, rifacendosi alla sperimentata impossibilità di comunicare spon­taneamente con gli altri gruppi per un’azione di forza rispetto al paese, giudicavano indispensabile rivolgersi in sè stessi, chiudersi in una specie di torre d’avorio ideologica, e staccarsi, di propria volontà e con piena coscienza, da ogni rapporto con la Rappresentanza che non fosse formale; altri calcando l’accento sull’irrinunciabile bisogno di un’azione giovanile diretta a spezzare i difetti e le incomprensioni della società, ritenevano indifferibile un’unità operativa di tutti i gruppi su di un comune programma che era nel suo contenuto inevi­tabilmente sindacale.

In sostanza, i primi non avevano ancora capito che Miramare era la diretta conseguenza, non di un colloquio da evitare, bensì di un colloquio male impostato; perciò preferivano rinunciare al confronto e allo sforzo di reperire termini più esatti per riproporre il pro­blema, ed assumere una posizione di intrasigenza ideologica che avrebbe fatalmente rovesciato il rapporto politica-cultura. I secondi, del tutto al contrario, equivocavano fra dialogo dei gruppi e confu­sione dei gruppi; e la loro cieca fiducia nel mito unitario li portava a sacrificare ogni valida proposta di rinnovamento, che risultava sempre monca appunto perchè, ignorando qualsiasi differenza, per­deva per via i suoi presupposti culturali caratterizzatori.

Le discussioni e i dibattiti furono piuttosto accesi, e dettero la prova di un ‘indubbia vitalità, e dell’esigenza di ricercare un pro­prio autonomo processo di crescita. E a poco a poco, attraverso la trafila di due succcessivi congressi (MILANO e MESSINA – luglio e novembre 1961, la via è stata trovata in quella terza linea, che più compiutamente riassume in sè i valori della “goliardia”. Per prima cosa si ridimensionò la portata di Miramare; era un banale episodio, e non il segno carismatico di una nuova era. L’AGI aveva la sua ra­gion d’essere in radici ben più profonde, e non poteva esser frastor­nata da un’ occasionale defaillance : la responsabilità del mutamento di rotta era da attribuirsi alla momentanea fragilità dell ‘imbarca­zione, non all’intensità della tempesta. E allora, se le cose stavano così, si doveva riprendere al più presto la giusta strada là dove si era abbandonata, alla conclusione del Congresso di Pisa.

Bisognava rendersi conto, innanzitutto , che a Pisa si era avuto paura. Si era avuta quasi improvvisamente la coscienza di essere n­masti i soli custodi di un autonomo discorso della Rappresentanza, e di avere quindi il dovere morale, prima ancora che politico, di bat­tersi per portarlo avanti anche in condizioni di inferiorità numerica: e di fronte a questa prospettiva di una lunga lotta, di un lungo lavoro di preparazione da fare nell’ombra, si era dubitato delle proprie forze, si era temuto di non essere all’altezza del compito. Questo a Pisa. Con Milano e Messina, si capì che si doveva avere il coraggio di assumere le proprie responsabilità, se non si voleva abdicare ver­gognosamente dalla propria funzione e dai propri ideali.

3. – PROSPETTIVE.

Tutto è stato allora abbastanza semplice, dal riconoscere gli er­rori commessi al tracciare nuovi programmi ed ambiziosi traguardi.

Ci si è dapprima adoperati nel precisare quei punti che erano stato in passato alI’ origine dei fraintendimenti. Si è cioè riaffermata, innanzitutto, la fiducia nel colloquio tra le diverse Associazioni che hanno grosso modo in comune alcuni principi base; e questo colloquio deve essere fatto di problemi e di soluzioni, deve vertere sulle idee e sui programmi, senza mai svilirsi a mero gioco di potere. Se l’im­pegno della Rappresentanza comincerà ad essere inquadrato in questi termini, i temi obbligati dall’UNURI torneranno finalmente ad essere quelli che gli erano stati assegnati alle origini. Migliorare la scuola per migliorare la società, e non, come si va dicendo da alcune parti, la scuola « contro» la società: ecco il compito autonomo di una ge­nerazione impegnata in un rinnovamento del proprio ambiente sociale. L’autonomia di un impegno giovanile non è data dai contrasti! più o meno artificiosi con un mitizzato schieramento opposto degli. anziani; l’autonomia trova la sua profonda validità solo in respoa­sabili prese di posizione necessariamente nuove, perchè adeguate alle mutate condizioni storiche.

Oggi, noi vogliamo una Rappresentanza che non sia un « gruppo di pressione » strumentalizzato per fini partitici , ma che al contrario. i5ia veicolo di sensibilizzazione politica della pubblica opinione sul problema scolastico italiano: questo nel riconoscimento che si tratta del problema che si identifica con il rinnovamento stesso della. società, di un problema per il quale occorrono delle scel te precise e non dei pressapochismi partitici. Alla testa di questa Rappresentanza, noi vogliamo una Giunta UNURI nella quale le forze non siano al di là di barriere ideologiche puralizzuutcsi a vicenda, e non siano neppure invischiate nelle paludi di velleitarie unità; vogliamo una Giunta che sia il risultato di un confronto sui problemi politici e cul­turali della società, e di una scelta delle soluzioni e del contributo. che ciascuna associazione è in grado di dare.

I parlamentini, gli unici odierni centri decisionali nella vita degli Organismi Rappresentativi, non bastano più per questa rinnovata funzione: occorre affiancare alle vecchie Interfacoltà i Consigli ed i Segretariati di Facoltà, occorre, in altre parole, predisporre strumenti. nuovi (quasi dei moderni seminari). per la formazione di nuovi temi, di nuove esperienze, di nuove scelte che nascano dal nostro lavoro quotidiano di studenti consapevoli del proprio ruolo. Senza questo ritorno alla dimensione « scolastica» e « culturale » della Rappresen­tanza, autonomia e rinnovamento rimarranno vuote formule buone solo per dilettanti demagoghi,

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